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testa di una statua di stalin demolita durante i fatti d'ungheria del '56

Di Vittorio, il ’56 ungherese e i dilemmi della democrazia socialista

Visto il recente anniversario della rivolta di Budapest del '56, segnaliamo l'articolo di Mattia Gambilonghi, ricercatore dell'area Storia e Memoria, apparso sul quotidiano online "Striscia rossa"  a questo link, e incentrato sulla posizione che sui fatti ungheresi viene espressa da Giuseppe Di Vittorio nel dibattito interno al PCI e al movimento comunista internazionale.

Credits Foto:1956 Gabor B. Racz Hungarian Revolution.jpg https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0

Di Vittorio, il ’56 ungherese e i dilemmi della democrazia socialista

L’anniversario dei tragici avvenimenti di Budapest – ossia la repressione per mano sovietica degli insorti e dei consigli operai formatisi nel clima determinato dalle rivelazioni del XX° congresso del Pcus – sollecita a ragionare sulla specifica della cultura politica del Pci, sulle sue diverse sensibilità interne, oltre che su tempi e modi della sua evoluzione rispetto al rapporto tra socialismo e democrazia. All’interno di questo “lungo processo di apprendimento”, una figura peculiare e per certi versi pioneristica, è quella di Giuseppe Di Vittorio, segretario della Cgil e massimo esponente di quella dialettica che in forme a volte carsiche e a volte palese attraversa il movimento operaio italiano sin dai suoi albori: sarebbe a dire, la dialettica tra l’autonomia rivendicata da una Cgil che concepisce il proprio ruolo non come mero negoziatore del costo della forza-lavoro, bensì come autentico “soggetto politico” (secondo l’espressione coniata più avanti da Bruno Trentin, segretario di cui ricorre il centenario della nascita); e il primato preteso da un partito, il Pci, che pur nella originalità della “via italiana”, interpreterà a lungo la divisione dei ruoli tra i due soggetti secondo lo schema tradizionale che attribuisce al soggetto partitico la guida del processo di trasformazione sociale che ritiene tutto sommato subordinata e funzionale al primo l’azione della componente sindacale del movimento.
Lo scontro politico che negli organismi di partito oppone Di Vittorio a Palmiro Togliatti rispetto all’atteggiamento da assumere verso la vicenda ungherese rappresenta senz’altro uno snodo importante del processo di apprendimento richiamato poc’anzi: in questo senso, la posizione assunta di Di Vittorio va guardata senza però trarre da essa la convinzione che si trovi di fronte ad un “alieno” o un “eretico” rispetto alla cultura del partito, dovendolo semmai ritenere un autentico precorritore di alcune tendenze evolutive del comunismo italiano (in questo caso, l’insieme di acquisizioni che, una volta maturate, condurranno Enrico Berlinguer ad affermare il “carattere universale della democrazia”, oltre che ad approcciarsi in maniera fortemente critica verso la gestione autoritaria delle dinamiche interne da parte dei paesi del Patto di Varsavia). Tendenze che affondano certamente le radici nella peculiarità dell’elaborazione di Gramsci e Togliatti, ma che ancora negli anni Cinquanta non riescono a trovare una piena estrinsecazione per via della contraddittoria convivenza con una incondizionata “lealtà di campo”.
Proprio a questo proposito, nel libro-intervista sui sindacati italiani curato l’anno prima da Antonio Tatò, Di Vittorio fa una precisazione importante, che per quanto sintetica, se valutata congiuntamente alla battaglia solitaria che conduce in occasione del congresso della Federazione sindacale mondiale nel 1953 (quando cioè propone l’approvazione di una Carta dei diritti sindacali e dei diritti democratici dei lavoratori, la cui applicazione dovrebbe avere portata “universale”, e non confinata ai soli paesi in cui ancora vige lo sfruttamento capitalistico), permette di capire la forma mentis e l’assunto da cui muoverà nel 1956, quando, differentemente dalla maggioranza del Pci e da Togliatti, condannerà duramente il comportamento dei sovietici di fronte ai fatti ungheresi. Nello specifico, Di Vittorio afferma che, seppur il contesto sociale e gli assetti proprietari rendano «sostanzialmente diversi» i compiti e le funzioni dei sindacati operanti nei paesi socialisti, persino in una «società senza padroni» la finalità del sindacato condivide un «fondo comune» con le organizzazioni dei paesi capitalisti: sarebbe a dire, «l’esigenza […] di garantire un’autodifesa diretta ed efficace degli interessi specifici [….] dei lavoratori in quanto tali», continuando questa difesa a rappresentare il principale prerequisito dell’avanzamento e del «progresso generale della società» [1].
La precisazione di Di Vittorio è esplicitamente orientata alla negazione dell’idea – a lungo egemone e accettata pacificamente negli ambienti comunisti – per cui l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione rendesse immediatamente superflua l’attività conflittuale e rivendicativa del sindacato, riclassificandone la funzione nel senso di un organismo (nei fatti burocratico) volto alla gestione del consenso: secondo, appunto, il noto schema della “cinghia di trasmissione”. Contrariamente a questo assunto, Di Vittorio lascia intendere come anche nelle formazioni sociali in cui l’appropriazione del plusvalore prodotto ha oramai assunto una forma pubblica/statale, i meccanismi che presiedono il processo produttivo siano comunque tali da non poter ritenere esauriti quei motivi di contrasto tra lavoratori e apparato produttivo connaturati a qualsiasi modo di produzione finalizzato a produrre un utile (poco importa se di natura “sociale” o privata). Se quindi il venir meno della natura privatistica del potere imprenditoriale non comporta, tout court, l’estinzione di qualsiasi potere imprenditoriale – ossia di un’istanza deputata a decidere in merito all’allocazione delle risorse e all’organizzazione del processo produttivo – allora le ragioni dell’autotutela operaia vanno difese e i loro strumenti mantenuti in vita.
È questa la ragione per cui, nella già citata Carta dei diritti sindacali, nel richiedere «la piena libertà d’associazione sindacale […] senza alcuna discriminazione»; nell’affermare la libertà e l’indipendenza delle organizzazioni sindacali, così come il divieto per qualsiasi governo di arrogarsi la «pretesa illegittima di immischiarsi nel [loro] funzionamento o nel [loro] orientamento»; nel rivendicare il «pieno diritto di sciopero»; nel pretendere che «ogni lavoratore sia libero di aderire all’organizzazione sindacale» da lui prescelta; nell’esigere che «tutti i dirigenti sindacali, ad ogni livello, siano eletti democraticamente» dai lavoratori iscritti; nel fare tutto ciò, si sottolinea a più riprese come questo insieme di principi debbano essere riconosciuti e resi effettivi «in tutti i paesi del mondo», «nel mondo intero» e «per tutti i lavoratori, senza alcuna eccezione». Proprio a voler rimarcare l’esigenza di riconoscere al sindacalismo una funzione specifica e autonoma anche laddove il conflitto di classe ha oramai oltrepassato i termini che gli sono propri in presenza dell’appropriazione privata del surplus; fuori, quindi, da qualsiasi visione mitica e irenica delle società socialiste, che non rappresenterebbero la “fine della Storia” e del conflitto sociale, bensì una dislocazione di quest’ultimo lungo nuove e inedite “faglie”.
Sulla base di queste convinzioni consolidate, Di Vittorio e l’organizzazione da lui guidata si porranno di fronte ai fatti d’Ungheria facendo proprio un atteggiamento nettamente critico verso la repressione sovietica, differenziandosi in profondità dal Pci e da Togliatti. Secondo il comunicato ufficiale licenziato dalla Cgil per commentare la situazione ungherese, quei «luttuosi avvenimenti» farebbero venire alla luce il fallimento storico dei «metodi antidemocratici di governo e di direzione politica» fondati sulla scissione e sul «distacco fra dirigenti e masse popolari». La prospettiva di una società effettivamente liberata dallo sfruttamento capitalistico del lavoro può essere resa concreta solo dal «consenso e dalla partecipazione attiva della classe e delle masse popolari». Un socialismo propriamente detto deve quindi, ai loro occhi, fondarsi su «un legame effettivo vivente e creatore fra le masse lavoratrici e lo Stato popolare» [2]. In assenza di questa dialettica, il dispotismo illuminato di gruppi dirigenti auto-referenziali che pretenderebbero di governare in nome della “classe” e del “popolo” non può, alla lunga, che condurre inevitabilmente ad esplosioni sociali improvvise e destabilizzanti, sintomo di un malcontento profondo e prolungato.
Nonostante il comunicato sia stato redatto da Brodolini – rappresentando, nei fatti, un’iniziativa della componente socialista del sindacato –, il segretario generale darà al testo una «adesione convinta», preliminare ad una sua piena assunzione da parte dell’organo esecutivo della Confederazione [3]. Questa piena sintonia tra gli estensori del documento e Di Vittorio, ci permette di considerare il comunicato rappresentativo del suo pensiero e della sua posizione a questo riguardo. A riprova di ciò, vi è sia la linea argomentativa sostenuta in sede di Direzione del Partito, il 30 ottobre 1956, che – persino dopo l’autocritica impostagli dal gruppo dirigente del partito al termine della Direzione – l’intervento che tiene nel corso del VIII congresso del Pci: ovvero, il congresso della sistematizzazione teorica della “via italiana al socialismo” e, al tempo stesso, della rimessa in discussione della teoria della “cinghia di trasmissione” quale principio regolatore dei rapporti tra sindacato e partito. In entrambe le occasioni, commentando le relazioni introduttive di Togliatti, Di Vittorio ribadisce come sia ingenuo e illusorio ricondurre i fatti d’Ungheria alla sola «azione dei provocatori fascisti»: se così fosse, suggerisce Di Vittorio, l’unica «conseguenza logica» a cui giungere sarebbe quella dell’ulteriore incremento dell’apparato repressivo e di controllo. Laddove, al contrario, a dover essere indagati e affrontati diversamente sono i «grandi problemi politici e sociali generati dagli errati metodi di direzione politica»; problemi e metodi senza i quali gli «agenti del nemico» verrebbero a trovarsi in una situazione di isolamento e senza alcun appiglio [4].
Di Vittorio non nega l’esigenza, per un paese come l’Ungheria – e come molti altri paesi del Patto di Varsavia –, di dover conformare i piani quinquennali all’obiettivo dello sviluppo e dell’incremento dell’industria pesante. Visto però il delicato equilibrio tra settori leggeri e pesanti, tempistiche, contropartite e «limiti» di questa strategia di sviluppo economico vanno necessariamente «concordati con la classe operaia». Se quindi i moti vanno considerati alla stregua di un «fatto storico», solidamente radicato nella realtà fattuale e proprio per questo irriducibile ad una mera manipolazione della propaganda anticomunista, in maniera quasi profetica il segretario della Cgil afferma che «democratizzare» in profondità le strutture politiche e i processi decisionali delle democrazie popolari diviene «una condizione di salvezza del sistema socialista» nel suo insieme [5]. Si tratta insomma di rigettare quelli che definisce degli «schemi astratti», i quali, estranei a qualsiasi forma di verifica democratica, impedirebbero alla classe dirigente degli Stati socialisti di mantenere un «legame vivente con la sua base naturale» [6].
Una linea e un insieme di convinzioni che, come sappiamo, vengono accolte duramente da Togliatti, che non si limita a negare il carattere «democratic[o] e socialista» della «sommossa», ma in nome del più crudo realismo afferma inoltre che «si sta con la propria parte anche quando questa sbaglia»: da qui la natura inopportuna dei posizionamenti e delle dichiarazioni di Di Vittorio e della segreteria confederale [7]. Aldilà della disciplina e della lealtà nei confronti del “campo socialista” e del movimento comunista internazionale, in Togliatti – che di certo non può essere ritenuto indifferente o poco appassionato rispetto al tema del rapporto democrazia/socialismo, essendo centrale nell’itinerario che dalle riflessioni del ‘34 sulla “democrazia di tipo nuovo” lo porta alla formulazione della “via italiana”, passando per il contributo fondamentale dato in sede di Assemblea Costituente – si palesa in quel frangente una valutazione profondamente diversa dei vincoli che la lotta di classe impone alle libertà individuali. A suo avviso – pena lo scivolamento sul «terreno del liberalismo puro» – queste non possono essere considerate sempre e comunque «al di sopra delle riforme economiche», in quanto la costruzione del socialismo impone talvolta «sacrifici e anche restrizioni» non immediatamente comprensibili «dalle masse». Ad essere ingenuo e naif, per Togliatti, è semmai pensare che «dopo la guerra di classe tutti si mettano d’accordo per il socialismo»: anche per lui non è immaginabile l’istantanea scomparsa del conflitto sociale nelle società post-rivoluzionarie, ma per ragioni diverse a quelle esposte sopra, relative semmai alle resistenze dei gruppi sociali portatori di interessi difficilmente conciliabili con le finalità socialiste [8].
Da quanto detto sin qui emerge, in ultima istanza, una precisa immagine di Di Vittorio: ovvero, quella di rappresentante e sostenitore coerente di un’ipotesi di «comunismo di stampo riformatore», non solo conciliabile, ma anzi profondamente imperniato sulla «idea dell’esistenza di diritti universali» [9], individuali e di libertà, intesi non come elemento secondario e marginale, ma come fondamento indispensabile per prevenire le «degenerazioni burocratiche» palesatesi nel ‘56 e le «peggiori catastrofi» che le avrebbero seguite, fino all’89 [10]. Come già affermato, questo tipo di posizioni non fanno di Di Vittorio un alieno o un’eccezione radicale, visto che – come riconosciuto recentemente da parte rilevante della storiografia più avvertita sul tema – l’insieme del comunismo italiano si pone sin dagli anni Trenta lungo un percorso diverso da quello di altri partiti comunisti, che lo condurrà sia a fare propria una concezione processuale e gradualista della “transizione al socialismo”, sia a stabilire un rapporto profondo con la democrazia politica (ivi inclusa la questione dei “diritti umani”), nella direzione di un suo sviluppo e potenziamento su più versanti. La peculiarità di Di Vittorio dentro questa tradizione è data semmai dal fatto che egli arriverà a sciogliere prima di altri alcuni nodi politici e a risolvere talune antinomie; e ciò sarà possibile in virtù di quella che è stata definita una «coerenza classista», certamente derivante dall’originale impasto sin qui descritto, che lo porta a dare priorità e fare prevalere le ragioni della “classe” (quella lavoratrice) su una ragion di Stato resa ancora più stringente e cruda dalla sua declinazione in chiave di competizione socio- e geopolitica. In questo senso, come ha sottolineato Fabrizio Loreto sulla scorta della lezione di Bruno Trentin, rispetto alla vicenda del Pci e della sua cultura politica Di Vittorio può essere considerato, più che un “estraneo”, come il rappresentante di un punto di vista “eterodosso”, critico verso quella “autonomia del politico” praticata da Togliatti e dalla maggioranza del partito [11], e proprio per questo motivo indisponibile nei confronti di quelle «liturgie del leninismo» che ridurrebbero il sindacato ad una sorta di junior partner, stretto in una visione solo corporativa (invece che pienamente politica) dell’attività rivendicativa [12].
[1] F. Loreto, La Cgil e lo “strappo” di Giuseppe Di Vittorio, in F. Chiarotto, A. Hobel (a cura di), Il 1956. Un bilancio storico e storiografico, Accademia University Press, Torino, 2022, versione OpenEdition, p. 4.

[2] Intervento di G. Di Vittorio, in VIII Congresso del Partito comunista Italiano. Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma, 1957; ora in appendice a M. Pistillo, Togliatti – Di Vittorio, 1956-1957: dal ventesimo Congresso alla morte del grande sindacalista, Claudio Grenzi editore, Foggia, 2007, p. 102.

[3] P. Togliatti, Relazione alla Direzione del Pci, 30 ottobre 1956, in M. L. Righi (a cura di), Quel terribile 1956, cit., pp. 219-221.

[4] Intervento di G. Di Vittorio, in VIII Congresso del Partito comunista Italiano. Atti e risoluzioni, Editori Riuniti, Roma, 1957; ora in appendice a M. Pistillo, Togliatti – Di Vittorio, 1956-1957: dal ventesimo Congresso alla morte del grande sindacalista, Claudio Grenzi editore, Foggia, 2007, p. 102.

[5] G. Di Vittorio, Intervento alla Direzione del Pci, 30 ottobre 1956, in M. L. Righi (a cura di), Quel terribile 1956. I verbali della Direzione comunista tra il XX Congresso del Pcus e l’VIII Congresso del Pci, Editori Riuniti, Roma, 1996, pp. 223-224.

[6] Intervento di G. Di Vittorio, cit., p. 102.

[7] Intervento di G. Di Vittorio, cit., p. 102.

[8] P. Togliatti, Conclusioni alla Direzione del Pci, 30 ottobre 1956, in M. L. Righi (a cura di), Quel terribile 1956, cit., p. 239.

[9] F. Loreto, La Cgil e lo “strappo”, cit., p. 6.

[10] G. Di Vittorio, Intervento, cit., p. 103.

[11] F. Loreto, La Cgil e lo “strappo”, cit., pp. 10-14.

[12] B. Trentin, Intervento, in C. Ghezzi (a cura di), Giuseppe Di Vittorio e i fatti d’Ungheria del 1956, Ediesse, Roma, 2007, p. 62.