Presentata la sestina dei romanzi finalisti del Premio Di Vittorio
Segnaliamo l'articolo pubblicato su Il Manifesto del 07/07 (QUI) dal titolo: Cercare il baricentro della letteratura nel mondo del lavoro di Filippo La Porta, presidente della giuria scientifica del Premio Di Vittorio, in cui vengono presentati i sei romanzi finalisti di questa terza edizione.
I sei romanzi scelti dalla giuria scientifica del Premio Giuseppe Di Vittorio, giunto alla terza edizione.
Nell’800 avrebbero potuto vincerlo Illusioni perdute di Balzac (sul giornalismo), Il cappotto di Gogol (sugli impiegati), Tempi difficili di Dickens (sugli operai) e I Malavoglia di Verga (sui pescatori).
È il Premio Giuseppe Di Vittorio, bandito dalla Cgil di Roma e del Lazio, dall’Iress Lazio e dalla Fondazione Di Vittorio - sulla letteratura che racconta meglio il lavoro - ora alla terza edizione.
La giuria scientifica si è riunita per indicare la «sestina» dei finalisti (opere edite) che poi sarà votata dalla giuria popolare.
Più in là dovrà segnalare, per l’altra sezione, 30 racconti inediti pervenuti alla segreteria del Premio, di cui la giuria popolare deciderà i 10 meritevoli di pubblicazione (con le edizioni Alegre).
La premiazione avverrà i primi di dicembre al Maxxi di Testaccio, e che sono previste 4 menzioni: qualità letteraria, noir sociale, Roma e il lavoro (il premio ha il patrocinio di Roma Capitale).
La discussione della giuria è stata, non convenzionalmente, «intensa e appassionata» poiché ruota intorno a un interrogativo di fondo: cosa chiedere oggi alla letteratura, nel mutato contesto generale dei codici espressivi e comunicativi?
Deve continuare a raccontare storie - quando già lo fanno tutti gli altri, e in modo parassitario! - o deve piuttosto scavare
dentro le storie per estrarne una verità e un senso meno ovvi?
Nel momento in cui il bisogno di narratività si rivolge ad altri linguaggi e dispositivi assai agguerriti (serie tv, fumetto, gli interattivi videogame) forse la dimensione specifica della letteratura resta quella autoriflessiva (pensiamo a Kundera, Amis, Coetzee, Carrere, e in Italia a Trevi, Siti, Pecoraro, Pascale…). Eppure non possiamo neanche lasciare interamente ai linguaggi audiovisivi la fascinazione del racconto, la capacità di farci evadere e di immaginare universi altri. Occorrerà trovare un difficile equilibrio tra queste diverse istanze.
Anche alla luce di una riflessione del genere la giuria ha indicato sei titoli. Gaja Cenciarelli, A scuola non si muore (Marsilio): humour irresistibile e fedeltà nel referto sociologico (in epigrafe l’ispettore Colombo: «A me piacerebbe tanto essere uno scrittore, quella sì che è vera intelligenza»). Tommaso Giagni, La fabbrica e i ciliegi (Ponte alle Grazie): desolata cronaca di un inquinamento industriale e respiro lirico (l’immagine brechtiana dei ciliegi che non fioriscono più...). Giorgia Protti, La giusta distanza dal male (Einaudi): un pronto soccorso diventa teatro dell’eterna commedia umana, mescolando realismo del dettaglio e romanzo gotico-scapigliato. Pasquale Sgró: L’altro ispettore. Vietato pensare (Corbaccio): uso sapiente di narrativa di genere per una affilata denuncia dei crimini del potere. Emiliano Locatelli, Rajesh. Signore di te (Gfe): parte come inchiesta sul caporalato nella colorata comunità sikh dell’Agro Pontino e finisce in uno splatter che riunisce Sandokan e il film sudcoreano Parasite. Alessandro Gianetti, L’imbattibile lentezza delle tartarughe (Arkadia): disoccupato 40enne si reinventa la vita coltivando un giardino e imparando dalla saggezza zen delle tartarughe.
Tutti sondaggi immaginativi che esplorano il sociale mostrandolo da altri e più stranianti punti di vista. Torniamo all’ironia di Colombo. Davvero quella degli scrittori è l’intelligenza vera? Naturalmente no. Non lo credevano, tra l’altro, grandi romanzieri come Svevo ed Elsa Morante. La letteratura, da loro considerata enormemente «secondaria», è solo la forma - provvisoria, non unica - che a volte assumono alcune preziose facoltà umane: intuito psicologico ed empatia, immaginazione morale, sensibilità per la lingua che usiamo, capacità di rendere visibile l’invisibile... Non un feticcio né uno status symbol. Mai dimenticarlo quando si leggono e si giudicano i libri. Il baricentro della letteratura cade sempre - lievemente - fuori di essa.