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Anni ’90 Archivio Storico Lapresse

Bruno Trentin e il socialismo dal basso delle altre strade

Segnaliamo l'articolo originariamente pubblicato in due parti su L'Unità del 4 e 5 giugno, scritto da Andrea Ranieri e Francesco Sinopoli.

foto: Anni ’90 Archivio Storico Lapresse

Clicca QUI per la prima parte e QUI per la seconda, sul sito de L'Unità

Di seguito l'articolo completo

Bruno Trentin e il socialismo dal basso delle altre strade

In questi mesi sono molti gli appuntamenti dedicati al contributo di azione e pensiero che Bruno Trentin ha dato al movimento sindacale italiano e internazionale e alla sinistra tutta, a 100 anni dalla sua nascita che ricorderemo da ultimo il 9 dicembre. Il 29 scorso a Torino si è ricostruito il filo rosso della democrazia integrale che collega le stagioni dei consigli di fabbrica e del grande ciclo di lotta sociale che li ha accompagnati alla pratica quotidiana della rappresentanza sindacale al tempo presente; domani (il 4 giugno ndr) alla facoltà di lettere e filosofia di Roma Sapienza un seminario dal titolo evocativo : Bruno Trentin e i socialismi eterodossi, tra liberazione e democratizzazione del lavoro. (al link puoi rivedere il seminario ndr)
Tiziano Rinaldini che ci ha lasciati da poco e vogliamo ricordare non a caso in questo nostro contributo, introducendo una importante iniziativa che nel 2019   la fondazione Sabattini e la Camera del Lavoro di Bologna dedicarono al pensiero e all’opera di Bruno Trentin, disse che per Trentin la stagione dei consigli di fabbrica fu quella in cui, più che in ogni altro momento, riuscì a saldare la sua prodigiosa elaborazione teorica, con la pratica di un movimento in azione. 
Il retroterra teorico di Trentin è quello che lui stesso espliciterà compiutamente ne “La città del lavoro”, summa del suo pensiero e della sua storia politica del  1997 ( se ne potrà cogliere compiutamente  la precocità dell’elaborazione nei suoi diari 1977 – 1988 in corso di pubblicazione), nel capitolo intitolato “Le altre strade”, in cui mette in fila gli “eretici” rispetto al marxismo ufficiale del novecento, quello che sarà alla base del leninismo come delle socialdemocrazie. Quelli perdenti, ma per lui più carichi di futuro. Rosa Luxemburg, e Karl Korsch, Otto Bauer e Karl Polanyi, Cole e il socialismo sindacale delle gilde, e la stessa Simon Weil. In realtà per Bruno la vera eresia era quella del marxismo vincente che aveva separato l’alienazione dal plusvalore, concentrandosi solo sul secondo e abbandonando l’analisi dell’oppressione dentro il lavoro, e la lotta per aprire dentro il lavoro spazi di autonomia e di libertà. Le contraddizioni interne ai rapporti di produzione che avrebbero offerto nelle lotte collettive che le avevano fatte esplodere la possibilità di un progetto politico di trasformazione della società non subalterno al taylorismo e alle sue varianti. Un progetto che i partiti e il movimento sindacale non hanno saputo o voluto interpretare e portare avanti. 
Nel migliore dei casi la sinistra nelle sue varie forme rimandando “la questione “a dopo la conquista del potere statuale per via rivoluzionaria o democratica. Nel peggiore assumendo il fordismo e il taylorismo stessi come elementi di una organizzazione razionale della produzione, buona anche per il socialismo. In questa chiave recuperava anche parti importanti della sua cultura famigliare e giovanile, quella del partito d’azione e del socialismo liberale di Gobetti e Rosselli, e l’insegnamento del padre Silvio.
Le figure che popolano le altre strade, pur così diverse tra loro, avevano una cosa in comune. L’idea cioè che la liberazione degli oppressi dovesse avvenire per opera degli oppressi stessi. Che non c’era nessuna avanguardia esterna alla classe a cui demandare il suo futuro,  e nessun potere statuale che protesse, in quanto tale, liberarla dall’oppressione. La pratica era quella che stava assumendo la lotta dei lavoratori nelle più importanti fabbriche italiane. Non una lotta puramente redistributiva, per un salario che compensasse la perdita di libertà e di dignità dentro il processo lavorativo, ma una contestazione puntuale, dura ed intelligente, dell’ organizzazione del lavoro fordista, sui tempi e i ritmi,  sulla sicurezza da infortuni e malattie, per conquistare margini di autonomia e di libertà, personale e collettiva, dentro il lavoro. I consigli di fabbrica, dei quali come segretario della FIOM, fu tra i promotori e il più ardente dei sostenitori, erano l’inveramento della sua idea di conflitto e di cambiamento sociale che erano alla base della sua formazione intellettuale. Si battè (vincendo) per trasformarli in organo di base del sindacato.
Se il sindacato metteva al centro della sua azione non solo l’istanza salariale e redistributiva, ma la questione del potere e del controllo nei luoghi della prodizione, i protagonisti non potevano essere che i lavoratori stessi, quelli che il ciclo produttivo, le sue potenzialità e le sue miserie, lo conoscevano perché lo vivevano. E allora non ha nessun dubbio insieme ad una leva di quadri e dirigenti operai di grandissimo valore, a sostenere una rappresentanza sindacale unitaria come quella dei consigli, in cui i delegati non potevano essere che eletti reparto per reparto, tra gli iscritti e i non iscritti al sindacato, su scheda rigorosamente bianca, e revocabili se il reparto che li aveva eletti, non si sentiva adeguatamente rappresentato. Non più quindi le vecchie Commissioni Interne, in cui i rappresentanti venivano sostanzialmente scelti, in maniera più o meno democratica, dalle organizzazioni sindacali, e che ben poco potere contrattuale avevano.
Trentin, nel dibattito che attraversò allora il sindacato e la stessa sinistra politica, affermò che se la funzione del sindacato fosse stata solamente redistributiva, per contrattare la quota di profitto aziendale da dare ai lavoratori, le commissioni interne erano più che sufficienti, ma se bisognava rispondere alla spinta alla libertà e all’autonomia nei luoghi di lavoro, che era la caratteristica fondamentale del 68 nelle fabbriche, occorreva dar vita ad una organizzazione coerente con questa spinta alla libertà, che non poteva che essere diretta dai protagonisti in carne ed ossa di queste lotte.
La tensione libertaria era per Bruno la caratteristica fondamentale del ‘68, in Occidente e nel mondo. A partire dagli studenti che rifiutavano una scuola e un’Università autoritaria e nozionistica, che tendeva a riprodurre la diseguaglianze  e le gerarchie della società capitalistica, e dalle lotte per l’indipendenza dai colonizzatori occidentale dei popoli dell’Africa e dell’Asia. La lotta degli studenti affermò con decisione anche il rifiuto di una democrazia delegante, e di una idea di rappresentanza che spesso toglieva ogni potere decisionale ai rappresentati. Le assemblee degli studenti divennero, per lo meno nella fase nascente del movimento, i luoghi fondamentali della discussione politica e della decisione. In gioco non c’era solo l’autoritarismo nei luoghi del sapere, ma anche la burocrazia e la mancanza di trasparenza nella gestione della Stato e nella stessa  politica, e sotto accusa finirono anche la  burocrazia e il verticismo degli stessi sindacati. L’incontro fra studenti ed operai concorse a superare anche in fabbrica l’idea di una gestione delle piattaforme rivendicative e delle lotte delegata alle strutture esterne del sindacato. Il primato dell’Assemblea divenne anche la modalità  per la gestione del conflitto e della trattativa nei luoghi di lavoro. E i Consigli erano la struttura organizzativa naturale di questa nuova democrazia di base.
I Consigli sarebbero dovuti diventare  le cellule fondamentali di un nuovo sindacato unitario, perché era diffusa la consapevolezza che un sindacato diviso  era meno autonomo sia dalla politica che dai padroni. La FLM dei consigli in questo quadro e sulla base delle spinta che venivano dalle fabbriche accelerò il percorso per unificare sedi e gruppi dirigenti, e affermò che il sindacato dei consigli era l’unico modo giusto per arrivare all’unità sindacale. Nella convinzione ferma, che si rivelò poi giusta, che affidare la discussione sull’unità alle discussioni e alle mediazioni fra le segreterie confederali, non solo sarebbe stata considerata illegittima dai lavoratori che avevano preso in prima persona la parola, ma avrebbe portato rapidamente al l’arretramento della stessa spinta verso l’unità.
La FLM fu anche un salto di qualità nel rapporto con il pensiero e la pratica del mondo cattolico, con i mutamenti in corso dopo il Concilio vaticano di Paolo VI e il pontifica to di Giovanni XXIII. Si era rotto anche lì rapporto di collateralismo tra molte organizzazioni sociali cattoliche e la Democrazia Cristiana. La FIM, le ACLI, tanti preti di fabbrica e di quartiere, sostennero un  cristianesimo dalla parte dei poveri, riscoprendo i contenuti più eversivi, rispetto al potere e al dominio dei ricchi, dei Vangeli. E il personalismo cristiano, soprattutto quello francese di Mounier e di Maritain, l’esempio di una pensatrice come Simon Weill, che cercò il sacro facendosi operaia fra gli operai dentro la fabbrica, furono importantissimi per segnare la svolta  del sindacato da un funzione puramente redistributiva a una improntata alla  promozione della dignità e della libertà degli operai dentro il lavoro. Mentre la sinistra politica continuava a pensare il rapporto col cattolicesimo come rapporto diplomatico con la Chiesa istituzione nella FLM il confronto portò alla scoperta di valori comuni, e alla consapevolezza che nessuna delle culture prevalenti da sola- quella marxista, come quella cristiana- era in grado di rispondere al bisogno di libertà e di controllo che cresceva nelle fabbriche.
Questa linea, la linea della priorità del controllo sulla organizzazione del lavoro rispetto ad un sindacato  relegato in un preciso confine quello del prezzo della forza lavoro  (il monello di Chaplin che rompe i vetri, poi arriva il partito politico ad aggiustarli come dirà nel suo ultimo scritto La libertà viene prima) Trentin non esitò ad esplicitarla, senza nessun opportunismo e senza alcuna demagogia, nella assemblee dei lavoratori, anche nei momenti in cui la spinta agli aumenti salariali sembrava assolutamente dominante. Sempre Tiziano Rinaldini, allora dirigente della FIOM, ricorda come nella Assemblea nazionale dei delegati per la ratifica dell’accordo contrattuale del 1969, dichiarasse che gli aumenti salariali conquistati avrebbero potuto essere ancora più alti di quelli pur significativi conquistati, se si fosse accettato di mettere un freno alla contrattazione articolata, alla contrattazione delle concrete condizioni di lavoro su cui i Consigli erano nati. E la stessa posizione sostenne nella celebre riunione del PCI alle Frattocchie, in cui un’ala rilevante del suo partito, in sintonia con l’ala più conservatrice del sindacato, sostenne che con le Commistioni Interne si sarebbe indebolita la presa del Partito sul sindacato, e si sarebbe allentato il rapporto tra lotta sindacale e la lotta per le riforme di struttura. Al contrario Trentin sostenne che proprio perché c’erano i Consigli il sindacato avrebbe sviluppato fino in fondo la sua stessa dimensione politica. Se politica infatti è lotta per il potere, la politica per il sindacato non poteva non  partire che dal rivendicare potere, inteso come conquista di spazi di dignità, di autonomia, di voce in capitolo sulle scelte imprenditoriali, per i lavoratori dentro i luoghi in cui prestavano la loro opera. La lotta per il potere affermerà Trentin, con l’esperienza dei Consigli cambia di segno. Non più solamente la competizione fra i partiti per conquistare il governo dello Stato, ma la battaglia di ogni giorno per conquistare dignità e libertà nei luoghi del lavoro e della vita. “L’utopia del quotidiano” dirà più tardi in un libro intervista con Bruno Ugolini titolato “il coraggio dell’Utopia”, in cui delinea una strategia in cui il socialismo da meta lontana, diventa la conquista di ogni giorno del massimo di libertà possibile qui ed ora, per tutti gli oppressi della terra. Il popolo da mezzo per conquistare il potere politico, diventa il fine dell’azione politica, anche di quella a livello istituzionale, la cui efficacia si misura sulla base della capacità di aprire spazi di iniziativa per chi dal basso si batte orni giorno per migliorare la propria vita. 
E in questo quadro che il sindacato da entità puramente rivendicativa diventa a pieno titolo soggetto politico. E questo aspetto diversificherà Trentin non solo dalla linea fino ad allora prevalente nel PCI, che affidava al sindacato un ruolo ancillare rispetto alla competizione  politica per il governo del Paese,  ma anche da quanti a sinistra vedevano i consigli come i nuovi soviet, soggetti su cui costruire un nuovo partito rivoluzionario, magari sull’esempio dei Consigli di Gramsci e dell’Ordine Nuovo. Per lui i Consigli sono lo strumento di base del sindacato, e devono rimodellarlo e riorganizzarlo. E a partire da questa convinzione si batterà contro la linea estremista del “tutto e subito”. I consigli sono strumenti di lotta e di trattativa, di conflitto e di accordi per spostare sempre più in aventi il terreno del confronto con le controparti pubbliche e private. E la prospettiva che aprono non può che essere graduale, misurandosi ogni volta con realismo sia con le condizioni di contesto storico ed economico in cui l’azione sindacale si esplica, si con i livelli di consapevolezza e di crescita reale di capacità di autogoverno degli oppressi.
E conquistare da lì la capacità di parlare a tutti quelli che, anche fuori dai luoghi di lavoro, in forma personale o associata, si impegnavano per difendere la dignità e la libertà della persona umana, nei luoghi della vita. Nei quartieri, nella famiglia, nelle scuole e nelle Università, negli ospedali. Cosa che per un periodo avvenne. La FLM dei consigli divenne punto di riferimento di quanto si impegnavano per aprire i manicomi, per superare l’autoritarismo e le gerarchie nelle scuole e nell’Università, per affermare i diritti del malato come persona, per fare della prevenzione la leva fondamentale della difesa della salute contrastando i fattori di ischio nelle fabbriche e nelle città, per difendere e sviluppare la cultura della Costituzione dentro i tribunali. La stagione dei consigli è anche la stagione di Medicina e Magistratura democratica, e delle prime esperienze di democrazia deliberativa per discutere i progetti urbanistici delle città. E in cui attraverso le 150 ore si darà un contributo fondamentale allo stesso cambiamento della scuola. Fu  confrontandosi coi lavoratori che frequentavano i corsi delle 150 ore nella scuola dell’obbligo per ottenere la licena di scuola media che l’entrata precoce nel lavoro aveva loro negata, che gli insegnanti si resero conto che non bastava trasferire contenuti disciplinari dall’alto della cattedra, ma occorreva fare i conti con il sapere concreto dei lavoratori acquisito nel lavoro, col sapere che era contenuto nel saper fare. E che questo valeva anche per i bambini, a partire dai figli degli stessi operai che la scuola tradizionale tendeva a bocciare. Divenne allora maggioritaria nella scuola italiana, soprattutto in quella dell’infanzia e nelle elementari, la cosiddetta scuola attiva, che riconosceva come un valore le diverse intelligenze dei bambini, recuperando gli insegnamenti pedagogici  della stessa Montessori e praticando  la cooperazione educativa teorizzata e praticata da Freinet. E si intrecciò con la pratica della scuola di Barbiana di Don Milani e con quella di Mario Lodi. Una frase di Don Milani, trasformata in uno spettacolo di successo da Dario Fo, “l’operaio conosce 300 parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone”, divenne un punto di riferimento per tutti quelli impegnati, operaci e insegnanti, nella scuola delle 150 ore.
Il sapere, la scuola, la formazione permanente, furono fra i temi fondamentali della riflessione e della pratica di Trentin. Se i consigli dovevano prefigurare una rottura radicale dell’ordine gerarchico della fabbrica, entrare puntualmente nel merito sul modo in cui il lavoro era organizzato, sulle stesse trasformazioni tecnologiche della fabbrica, occorreva far salire il livello di sapere della classe operaia. Per tutti- da qui il recupero della scolarità dell’obbligo per tutti i lavoratori-, e per i quadri sindacali e i delegati, il cui compito era aumentare la consapevolezza generale dei lavoratori rispetto ai  cambiamenti in corso. La formazione per Trentin non poteva, ridursi ad una funzione puramente professionalizzante, per adattarsi alle trasformazioni del tessuto produttivo decise da altri, ma dove va dare ai lavoratori i mezzi per intervenire nel merito delle stesse innovazioni tecnologiche, e sulle loro ricadute sulla organizzazione del lavoro e sul benessere dei lavoratori, per esercitare cioè pienamente quel “!diritto allo sguardo” e la capacità di intervento conseguente che per Trentin era un diritto fondamentale. Ed è in  questa prospettiva che il sindacato dei consigli seppe intrecciare rapporti sempre più stretti con quella parte del mondo intellettuale che cominciava a ragionare su come il proprio sapere potesse diventare uno strumento per l’uguaglianza e la libertà.
Gli anni 70 furono insieme gli anni in cui si ottennero straordinarie vittorie per il sindacato dei consigli, con una serie di lotte e di accordi nelle fabbriche che estesero il potere di controllo dei lavoratori sulle scelte delle aziende e sulla organizzazione del lavoro, e il rinnovo dei contratti nazionali di quasi tutte le categorie, con importanti avanzamenti sia sul terreno normativo che su quello salariale, e gli anni in cui cominciò la controffensiva padronale per mettere in crisi quei risultati e quelle conquiste. Ma Trentin nel riflettere su quella crisi non si limiterà a denunciare la responsabilità e  i metodi delle controparti pubbliche e private, ma ragionerà sulle stesse responsabilità della sinistra politica e sociale. La sinistra politica, in Italia e in Europa, non seppe costruire una strategia e una pratica politica, capace di assumere i contenuti del biennio rosso come punto di riferimento per una sua rifondazione. Il suo orizzonte continuò ad essere quello statalista, la politica quella che si svolge tra i partiti, a cui la lotta sociale resta sostanzialmente subalterna. Il vasto mondo della società civile che si era  mobilitato in quegli anni restò senza una sponda politica  Molta parte della stessa dirigenza del PCI, tirò quasi un sospiro di sollievo di fronte al normalizzarsi e all’arretrare delle lotte di massa. Ma gli stessi protagonisti di quelle lotte, a partire da quelli che avevano diretto il movimento degli studenti, trovò il modo di normalizzarsi cercando di dare continuità al movimento ricorrendo alle modalità organizzative e ai contenuti della tradizione marxista leninista, e addirittura accusando di revisionismo chi tentava di resta fedele alla spinta originaria, quella assemblare e libertaria della prima fase del movimento. La “lunga marcia nelle istituzioni”, così come l’aveva teorizzata Rudi Dutsche in pieno 68, fu messa da porte e sostituita da una fraseologia rivoluzionaria di tanti gruppi o mini partiti in lotta fra loro e organizzati in maniera verticistica, e alcuni con una disciplina addirittura militare. Le parole d’ordine sempre più estremiste, mascheravano il ritorno ai metodi più classici e vecchi della politica della  sinistra storica.. Lo stesso sindacato riscoprì dopo i consigli e la impetuosa spinta unitaria la grandezza delle case madri, e delle culture storiche e distinte della CGIL, della CISL, e della UIL, e con esso si riaprì la strada alla rinascita della presa della politica dei partiti sullo stesso sindacato. L’unità sindacale divenne un gioco a geometria variabile tra i diversi gruppi dirigenti, e si lasciò spegnare la spinta dal basso verso l’unità che scaturiva dai Consigli.
Ma quegli anni furono anche quelli della strategia della tensione e dell’emergenza democratica, proclamata dai potenti per mettere fine ai movimenti di massa, e sconfiggere la spinta all’allargamento della democrazia e della libertà che saliva dalle fabbriche. Furono gli anni delle bombe alla Banca dell’Agricoltura, degli attentati terroristici, della complicità palese fra i gruppi neofascisti e pezzi importanti degli apparati dello Stato. E a tutto ciò dette una mano anche la nascita delle Brigate Rosse. Sullo sfondo la voci sempre più frequenti di un possibile colpo di Stato contro la democrazia. Si diffondeva la  convinzione di stare vivendo una vera e propria emergenza democratica, e che per salvaguardare la democrazia era necessario abbassare il livello del conflitto sociale. La risposta di Trentin e dell’intera FLM fu su questo memorabile. Da ricordare soprattutto oggi quando l’emergenza democratica viene sbattuta in faccia a quanti si mobilitano contro le scelte del governo, per la liberazione della Palestina, contro gli attacchi i diritti dei lavoratori e dei cittadini e allo Stato sociale. L’ esistenza dei movimenti di massa contro l’ordine capitalistico era il modo migliore per difendere e sviluppare la democrazia, anzi per renderla più piena e matura facendo entrare la Costituzione nelle fabbriche e nelle scuole, lo svilupparsi di forme di controllo e di autonomia dal basso era la condizione per salvare e dare un senso alla stressa democrazia rappresentativa. Non si fermò mai uno sciopero o una manifestazione di piazza, come richiedevano i fautori dell’”ordine”. All’eversione neofascista  che si era impadronita di Reggio Calabria, si rispose portando Reggio Calabria miglia di metalmeccanici, di giovani, di anziani, di vecchi e nuovi antifascisti, convinti che il neofascismo si batta con la lotta politica e culturale. Il persistere del conflitto sociale, organizzato e diretto dal sindacato, era il modo più giusto per isolare e battere le stesse Brigate Rosse.
Il tempo che passa dal Trentin segretario della FIOM e dalla stagione dei consigli, a quello in cui diventerà segretario generale della CGIL sarà segnato da cambiamenti epocali economici, sociali e politici. La costruzione dell’Europa di Maastricht, la fine dell’Unione Sovietica, la vittoria di un ordine neoliberale-Reagan, la Thatcher-, e in questo quadro la globalizzazione della produzione di merci e servizi, la finanziarizzazione sempre più spinta dell’economia. Il sindacato del conflitto sull’organizzazione del lavoro, sulla contrattazione e il controllo degli stessi piani d’impresa, perde anche i suoi interlocutori. Nelle industrie i manager cedono il passo ai finanzieri, gli investimenti a lungo termine non sono più al centro delle strategie industriali.  Le trimestrali di cassa prendono il posto dei progetti industriali, per un capitale c he vuole far fruttare il più rapidamente possibile i propri impieghi.  

La finanziarizzazione dell’economia portò con sé anche una serie di interventi decisi per ridurre il costo del lavoro ed il ruolo del sindacato nelle imprese. I capitali finanziari potevano permettersi di girare il mondo alla ricerca dei posti dove i salari e i diritti erano minori. Le nuove tecnologie informatiche permettevano di tenere dentro la stessa catena del valore lavori che si facevano in luoghi molto distanti tra loro. Molto lavoro interno alle fabbriche venne esternalizzato in ditte d’appalto e subappalto, spesso impiegando in esse manodopera migrante. Le tecnologie permettevano di tenere in rete modalità di lavoro molto diverse, spesso esercitate in modo giuridicamente autonomo, ma in realtà controllate attraverso un controllo a distanza delle prestazioni, ancora più duro e capillare di quanto avveniva nella fabbrica fordista. I corrieri di Amazon, i riders di Deliveroo, i manovali dell’informatica, pagati  a cottimo per inserire dati nella rete.  Le chiusure di attività produttive diedero luogo non a nuove industrie, ma a supermercati, e a vere e proprie cattedrali del consumo. Si ruppe economicamente e socialmente il rapporto dei “trenta anni gloriosi” in cui la crescita economica e produttiva generava più occupazione e più reddito per i lavoratori. Il capitalismo finanziario alimentava i consumi attraverso il debito, delle imprese, degli Stati, delle persone. Cambiò sostanzialmente anche il modo in cui il capitalismo e i governi cercavano il consenso dei lavoratori e dei cittadini. Se prima il consenso derivava dalla promessa di una crescita continua della produzione, e insieme dei livelli di reddito e di un benessere crescente di chi viveva del proprio lavoro, nella nuova fase il consenso tendeva sempre più a essere basato sulla paura. La paura di perdere il lavoro in fabbrica, perché magari la produzione veniva spostata in un’altra parte del mondo, la paura di non poter pagare i debiti, la paura di non vedere rinnovato il proprio contratto instabile e precario, o addirittura di perdere il proprio lavoro in nero, che è spesso l’unica possibilità di procurarsi un reddito per le persone migranti.
In questo contesto il conflitto operaio da offensivo- per conquistare condizioni migliori di lavoro e di vita e per allargare gli spazi di democrazia in tutta la società- divenne difensivo. Tutti si sentivano potenziali esuberi nei processi di ristrutturazione in corso. E venne meno quella convinzione generale- in realtà più degli intellettuali più o meno marxisti  che dei lavoratori-. che liberando se stessi avrebbero liberato l’intera società. Il fulcro della crescita- reale, ma molto speso immaginaria- e dell’occupazione si era spostata dalla fabbrica ai servizi, dalla produzione al consumo, alimentato come abbiamo visto dal debito più che dall’aumento dei redditial disponibili. E se si è in difesa, se non ci si sente più portatori di un progetto capace di cambiare la società, si tende a rinchiudersi in sé stessi, a difendere con le unghie e coi denti quel poco di normalità e di sicurezza su cui si basa la tua vita. E a temere ogni cambiamento, come la transizione ecologica, o il crescere dell’immigrazione. E alimentare queste due paure divenne il mantra con cui la destra sovranista conquistò gran parte del suo consenso di massa, dall’America di Trump, fino ad arrivare all’Italia di Meloni e Salvini.
A questi mutamenti la sinistra politica e sindacale si divise fra chi cercò di ritrovare la propria ragion d’essere in un mondo che non c’era più, nel rimpianto del mondo tramontato del socialismo reale, e delle grandi lotte di fabbrica degli anni 70, e chi accolse come un frutto inevitabile  della modernità i cambiamenti dell’era del neoliberismo, e spostò il focus della propria azione dal lavoro al consumo. Spostando ancora di più il centro della propria azione dallo impegno sociale alla conquista del governo.
Nel sindacato la discussione dei primi anni 90 era fra chi auspicava il recupero della combattività dei consigli e della loro unità nella fabbrica fordista, “alla catena siamo tutti uguali”, dimenticando, cosa che aveva ben presente Trentin, che la lotta contro quella “catena” era stata una caratteristica fondamentale del sindacato dei consigli, e che la scuola e la Università che diventava sempre più di massa formava una generazione di giovani poco restia a lavorare alla “catena”. Il problema con cui il sindacato doveva fare i conti era la frammentazione del  lavoro che la crisi della fabbrica fordista come paradigma fondamentale  per l’insieme del mondo del lavoro portava con sé. Evitando al tempo stesso le tendenza presenti nel movimento sindacale, nella CISL e nella UIL, ma anche all’interno della CGIL, di usare la frammentazione per affermare una cattiva “confederalità”, quella cioè che di fronte alla difficoltà sempre più grande di unificare dal basso il mondo del lavoro, accentrava sempre più il potere contrattuale nelle direzioni sindacali, fino a concepire un sindacato il sui compito fondamentale era la concertazione senza conflitto che si esprimeva nei grandi patti neocorporativi col governo e coi padroni, da sacrificando- come avvenne nell’accordo del 1992- la stessa contrattazione articolata
Le dimissioni ,di Trentin ,dopo la firma del patto con il governo e le controparti padronali del 1992, diede una straordinaria evidenza di quanto ritenesse la democrazia un valore superiore alle stesse motivazioni - la non rottura di quel che restava dell’unità sindacale, la preoccupazione di non fare addebitare alla CGIl il più che prevedibile esplodere dell’inflazione e la probabile difficoltà per l’Italia di entrare nella nuova fase dell’Europa che si stava profilando- l’avevano spinto a firmare quel patto, violando i paletti che rispetto alla trattativa in corso col Governo aveva posto il Direttivo della CGIL, tra l’altro dopo un’ampia consultazione dei lavoratori in centinaia di assemblee di fabbrica e territoriali. Quel patto tra l’altro metteva un blocco alla stessa contrattazione articolata, e svuotava quel che restava nei luoghi di lavoro della stagione dei Consigli. E dedicò, dopo che il direttivo della CGIL respinse le sue dimissioni, tutte le sue energie a recuperare un rapporto coi lavoratori che a quel patto in molte situazioni si erano ribellate in forme clamorose e radicali.  
Il patto del 1993, firmato col presidente Ciampi, fu per lui la riparazione di quella fase. Ristabiliva che i livelli di contrattazione erano due, il contratto nazionale e quello del luogo di lavoro e/o di territorio, affermati come complementari e non come alternativi, e l’elezione da parte dei lavoratori dei loro appresentanti nei luoghi di lavoro. Non erano più i delegati dei consigli, erano eletti su liste presentate dalle organizzazioni sindacali, ma erano comunque votati da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti. Era l’unica possibilità realistica visto che la spinta all’unità sindacale si era fermata, e tra i sindacati erano presenti differenze sempre più pronunciate sui contenuti fondanti l’azione sindacale. Fu comunque un fatto importante che queste differenze crescenti fossero sottoposte al voto dei lavoratori per misurare quale avesse un consenso maggiore. Mancava e manca tuttora l’obbligo legale di presentare tutti gli accordi e tutti contratti al voto dei lavoratori,  come condizione per la loro estensione erga omnes, e per evitare che le controparti possano scegliersi gli interlocutori sindacali con cui firmare i contratti, dando luogo tra l’altro a una lunga sequela di contratti pirata firmati dalle controparti con soggetti privi di rappresentanza. E’ la mancanza che oggi è impregnata a colmare la CGIL di Landini, che chiede a gran voce urna legge sulla rappresentanza che indichi esplicitamente che nessun  accordo o contratto può essere firmato senza il voto di tutti i lavoratori interessati, iscritti o non iscritti ai sindacati. Per Trentin le RSU furono un compromesso necessario per impedire che la divisione sindacale portasse ad un vuoto di democrazia. Ma continuò sempre a lavorare perchè  la discussione per eleggere le RSU ni luoghi di lavoro  non fosse un puro  e semplice voto su piattaforme e linnee politiche costruite dalle diverse dirigenze sindacali. Ma operò sempre perché il ristabilimento della democrazia e la possibilità riconquistata della contrattazione articolata, riaprissero spazi a quella esperienza consigliare interrotta ma non definitivamente tramontata. E credo che in questa prospettiva vada letta lo stesso impegno per la democrazia della CGIL di oggi, come costruzione di un clima di dibattito e discussione nei luoghi di lavoro, che permetta ai lavoratori di decidere e in prospettiva di riprendere in mano in maniera unitaria contenuti e modalità dell’azione sindacale nei luoghi di lavoro e nel territorio. 

I Consigli sarebbero dovuti diventare  le cellule fondamentali di un nuovo sindacato unitario, perché era diffusa la consapevolezza che un sindacato diviso era meno autonomo sia dalla politica che dai padroni. La FLM dei consigli in questo quadro e sulla base delle spinte che venivano dalle fabbriche accelerò il percorso per unificare sedi e gruppi dirigenti, e affermò che il sindacato dei consigli era l’unico modo giusto per arrivare all’unità sindacale. Nella convinzione ferma, che si rivelò poi giusta, che affidare la discussione sull’unità alle discussioni e alle mediazioni fra le segreterie confederali, non solo sarebbe stata considerata illegittima dai lavoratori che avevano preso in prima persona la parola, ma avrebbe portato rapidamente al l’arretramento della stessa spinta verso l’unità.

La FLM fu anche un salto di qualità nel rapporto con il pensiero e la pratica del mondo cattolico, con i mutamenti in corso dopo il Concilio vaticano di Paolo VI e il pontifica to di Giovanni XXIII. Si era rotto anche lì rapporto di collateralismo tra molte organizzazioni sociali cattoliche e la Democrazia Cristiana. La FIM, le ACLI, tanti preti di fabbrica e di quartiere, sostennero un cristianesimo dalla parte dei poveri, riscoprendo i contenuti più eversivi, rispetto al potere e al dominio dei ricchi, dei Vangeli. E il personalismo cristiano, soprattutto quello francese di Mounier e di Maritain, l’esempio di una pensatrice come Simon Weill, che cercò il sacro facendosi operaia fra gli operai dentro la fabbrica, furono importantissimi per segnare la svolta  del sindacato da un funzione puramente redistributiva a una improntata alla promozione della dignità e della libertà degli operai dentro il lavoro. Mentre la sinistra politica continuava a pensare il rapporto col cattolicesimo come rapporto diplomatico con la Chiesa istituzione, nella FLM il confronto portò alla scoperta di valori comuni, e alla consapevolezza che nessuna delle culture prevalenti da sola- quella marxista, come quella cristiana- era in grado di rispondere al bisogno di libertà e di controllo che cresceva nelle fabbriche.

Questa linea, la linea della priorità del controllo sulla organizzazione del lavoro rispetto ad un sindacato  relegato in un preciso confine quello del prezzo della forza lavoro  (il monello di Chaplin che rompe i vetri, poi arriva il partito politico ad aggiustarli come dirà nel suo ultimo scritto La libertà viene prima) Trentin non esitò ad esplicitarla, senza nessun opportunismo e senza alcuna demagogia, nella assemblee dei lavoratori, anche nei momenti in cui la spinta agli aumenti salariali sembrava assolutamente dominante. Sempre Tiziano Rinaldini, allora dirigente della FIOM, ricorda come nella Assemblea nazionale dei delegati per la ratifica dell’accordo contrattuale del 1969, dichiarasse che gli aumenti salariali conquistati avrebbero potuto essere ancora più alti di quelli pur significativi conquistati, se si fosse accettato di mettere un freno alla contrattazione articolata, alla contrattazione delle concrete condizioni di lavoro su cui i Consigli erano nati. E la stessa posizione sostenne nella celebre riunione del PCI alle Frattocchie, in cui un’ala rilevante del suo partito, in sintonia con l’ala più conservatrice del sindacato, sostenne che con le Commissioni Interne si sarebbe indebolita la presa del Partito sul sindacato, e si sarebbe allentato il rapporto tra lotta sindacale e la lotta per le riforme di struttura. Al contrario Trentin sostenne che proprio perché c’erano i Consigli il sindacato avrebbe sviluppato fino in fondo la sua stessa dimensione politica. Se politica infatti è lotta per il potere, la politica per il sindacato non poteva non partire che dal rivendicare potere, inteso come conquista di spazi di dignità, di autonomia, di voce in capitolo sulle scelte imprenditoriali, per i lavoratori dentro i luoghi in cui prestavano la loro opera. La lotta per il potere affermerà Trentin, con l’esperienza dei Consigli cambia di segno. Non più solamente la competizione fra i partiti per conquistare il governo dello Stato, ma la battaglia di ogni giorno per conquistare dignità e libertà nei luoghi del lavoro e della vita. “L’utopia del quotidiano” dirà più tardi in un libro intervista con Bruno Ugolini titolato “il coraggio dell’Utopia”, in cui delinea una strategia in cui il socialismo da meta lontana, diventa la conquista di ogni giorno del massimo di libertà possibile qui ed ora, per tutti gli oppressi della terra. Il popolo da mezzo per conquistare il potere politico, diventa il fine dell’azione politica, anche di quella a livello istituzionale, la cui efficacia si misura sulla base della capacità di aprire spazi di iniziativa per chi dal basso si batte ognimgiorno per migliorare la propria vita. 

E in questo quadro che il sindacato da entità puramente rivendicativa diventa a pieno titolo soggetto politico. E questo aspetto diversificherà Trentin non solo dalla linea fino ad allora prevalente nel PCI, che affidava al sindacato un ruolo ancillare rispetto alla competizione  politica per il governo del Paese,  ma anche da quanti a sinistra vedevano i consigli come i nuovi soviet, soggetti su cui costruire un nuovo partito rivoluzionario, magari sull’esempio dei Consigli di Gramsci e dell’Ordine Nuovo. Per lui i Consigli sono lo strumento di base del sindacato, e devono rimodellarlo e riorganizzarlo. E a partire da questa convinzione si batterà contro la linea estremista del “tutto e subito”. I consigli sono strumenti di lotta e di trattativa, di conflitto e di accordi per spostare sempre più in aventi il terreno del confronto con le controparti pubbliche e private. E la prospettiva che aprono non può che essere graduale, misurandosi ogni volta con realismo sia con le condizioni di contesto storico ed economico in cui l’azione sindacale si esplica, si con i livelli di consapevolezza e di crescita reale di capacità di autogoverno degli oppressi.

E conquistare da lì la capacità di parlare a tutti quelli che, anche fuori dai luoghi di lavoro, in forma personale o associata, si impegnavano per difendere la dignità e la libertà della persona umana, nei luoghi della vita. Nei quartieri, nella famiglia, nelle scuole e nelle Università, negli ospedali. Cosa che per un periodo avvenne. La FLM dei consigli divenne punto di riferimento di quanti si impegnavano per aprire i manicomi, per superare l’autoritarismo e le gerarchie nelle scuole e nell’Università, per affermare i diritti del malato come persona, per fare della prevenzione la leva fondamentale della difesa della salute contrastando i fattori di ischio nelle fabbriche e nelle città, per difendere e sviluppare la cultura della Costituzione dentro i tribunali. La stagione dei consigli è anche la stagione di Medicina e Magistratura democratica, e delle prime esperienze di democrazia deliberativa per discutere i progetti urbanistici delle città. E in cui attraverso le 150 ore si darà un contributo fondamentale allo stesso cambiamento della scuola. Fu confrontandosi coi lavoratori che frequentavano i corsi delle 150 ore nella scuola dell’obbligo per ottenere la licenza di scuola media che l’entrata precoce nel lavoro aveva loro negata, che gli insegnanti si resero conto che non bastava trasferire contenuti disciplinari dall’alto della cattedra, ma occorreva fare i conti con il sapere concreto dei lavoratori acquisito nel lavoro, col sapere che era contenuto nel saper fare. E che questo valeva anche per i bambini, a partire dai figli degli stessi operai che la scuola tradizionale tendeva a bocciare. Divenne allora maggioritaria nella scuola italiana, soprattutto in quella dell’infanzia e nelle elementari, la cosiddetta scuola attiva, che riconosceva come un valore le diverse intelligenze dei bambini, recuperando gli insegnamenti pedagogici della stessa Montessori e praticando la cooperazione educativa teorizzata e praticata da Freinet. E si intrecciò con la pratica della scuola di Barbiana di Don Milani e con quella di Mario Lodi. Una frase di Don Milani, trasformata in uno spettacolo di successo da Dario Fo, “l’operaio conosce 300 parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone”, divenne un punto di riferimento per tutti quelli impegnati, operaci e insegnanti, nella scuola delle 150 ore.

Il sapere, la scuola, la formazione permanente, furono fra i temi fondamentali della riflessione e della pratica di Trentin. Se i consigli dovevano prefigurare una rottura radicale dell’ordine gerarchico della fabbrica, entrare puntualmente nel merito sul modo in cui il lavoro era organizzato, sulle stesse trasformazioni tecnologiche della fabbrica, occorreva far salire il livello di sapere della classe operaia. Per tutti i lavoratori- da qui il recupero della scolarità dell’obbligo - e naturalmente per i quadri sindacali e i delegati, il cui compito era aumentare la consapevolezza generale dei lavoratori rispetto ai cambiamenti in corso. La formazione per Trentin non poteva, ridursi ad una funzione puramente professionalizzante, per adattarsi alle trasformazioni del tessuto produttivo decise da altri, ma doveva dare ai lavoratori i mezzi per intervenire nel merito delle stesse innovazioni tecnologiche, e sulle loro ricadute sulla organizzazione del lavoro e sul benessere dei lavoratori, per esercitare cioè pienamente quel “diritto allo sguardo” e la capacità di intervento conseguente che per Trentin era un diritto fondamentale. Ed è in questa prospettiva che il sindacato dei consigli seppe intrecciare rapporti sempre più stretti con quella parte del mondo intellettuale che cominciava a ragionare su come il proprio sapere potesse diventare uno strumento per l’uguaglianza e la libertà.

Gli anni 70’ furono insieme gli anni in cui si ottennero straordinarie vittorie per il sindacato dei consigli, con una serie di lotte e di accordi nelle fabbriche che estesero il potere di controllo dei lavoratori sulle scelte delle aziende e sulla organizzazione del lavoro, e il rinnovo dei contratti nazionali di quasi tutte le categorie, con importanti avanzamenti sia sul terreno normativo che su quello salariale, e gli anni in cui cominciò la controffensiva padronale per mettere in crisi quei risultati e quelle conquiste. Ma Trentin nel riflettere su quella crisi non si limiterà a denunciare la responsabilità e  i metodi delle controparti pubbliche e private, ma ragionerà sulle stesse responsabilità della sinistra politica e sociale. La sinistra politica, in Italia e in Europa, non seppe costruire una strategia e una pratica politica, capace di assumere i contenuti del biennio rosso come punto di riferimento per una sua rifondazione. Il suo orizzonte continuò ad essere quello statalista e la politica quella che si svolge nella competizione tra i partiti, a cui la lotta sociale resta sostanzialmente subalterna. Il vasto mondo della società civile che si era  mobilitato in quegli anni restò senza una sponda politica.  Molta parte della stessa dirigenza del PCI, tirò quasi un sospiro di sollievo di fronte al normalizzarsi e all’arretrare delle lotte di massa. Ma gli stessi protagonisti di quelle lotte, a partire da quelli che avevano diretto il movimento degli studenti, trovarono il modo di normalizzarsi cercando di dare continuità al movimento ricorrendo alle modalità organizzative e ai contenuti della tradizione marxista leninista, e addirittura accusando di revisionismo chi tentava di restare fedele alla spinta originaria, quella assemblare e libertaria della prima fase del movimento. La “lunga marcia nelle istituzioni”, così come l’aveva teorizzata Rudi Dutsche in pieno 68’, fu messa da parte e sostituita da una fraseologia rivoluzionaria di tanti gruppi o mini partiti in lotta fra loro e organizzati in maniera verticistica, e alcuni con una disciplina addirittura militare. Le parole d’ordine sempre più estremiste, mascheravano il ritorno ai metodi più classici e vecchi della politica della  sinistra storica. Lo stesso sindacato riscoprì dopo i consigli e la impetuosa spinta unitaria la grandezza delle case madri, e delle culture storiche e distinte della CGIL, della CISL, e della UIL, e con esso si riaprì la strada alla rinascita della presa della politica dei partiti sullo stesso sindacato. L’unità sindacale divenne un gioco a geometria variabile tra i diversi gruppi dirigenti, e si lasciò spegnare la spinta dal basso verso l’unità che scaturiva dai Consigli.

Ma quegli anni furono anche quelli della strategia della tensione e dell’emergenza democratica, proclamata dai potenti per mettere fine ai movimenti di massa, e sconfiggere la spinta all’allargamento della democrazia e della libertà che saliva dalle fabbriche. Furono gli anni delle bombe alla Banca dell’Agricoltura, degli attentati terroristici, della complicità palese fra i gruppi neofascisti e pezzi importanti degli apparati dello Stato. E a tutto ciò dette una mano anche la nascita delle Brigate Rosse. Sullo sfondo la voci sempre più frequenti di un possibile colpo di Stato contro la democrazia. Si diffondeva la convinzione di stare vivendo una vera e propria emergenza democratica, e che per salvaguardare la democrazia era necessario abbassare il livello del conflitto sociale. La risposta di Trentin e dell’intera FLM fu su questo memorabile. Da ricordare soprattutto oggi quando l’emergenza democratica viene sbattuta in faccia a quanti si mobilitano contro le scelte del governo, per la liberazione della Palestina, contro gli attacchi i diritti dei lavoratori e dei cittadini e allo Stato sociale. L’esistenza dei movimenti di massa contro l’ordine capitalistico era il modo migliore per difendere e sviluppare la democrazia, anzi per renderla più piena e matura facendo entrare la Costituzione nelle fabbriche e nelle scuole, lo svilupparsi di forme di controllo e di autonomia dal basso era la condizione per salvare e dare un senso alla stessa democrazia rappresentativa. Non si fermò mai uno sciopero o una manifestazione di piazza, come richiedevano i fautori dell’”ordine”. All’eversione neofascista che si era impadronita di Reggio Calabria, si rispose portando a Reggio Calabria miglia di metalmeccanici, di giovani, di anziani, di vecchi e nuovi antifascisti, convinti che il neofascismo si batta con la lotta politica e culturale. Il persistere del conflitto sociale, organizzato e diretto dal sindacato, era il modo più giusto per isolare e battere le stesse Brigate Rosse.

Il tempo che passa dal Trentin segretario della FIOM e dalla stagione dei consigli, a quello in cui diventerà segretario generale della CGIL sarà segnato da cambiamenti epocali economici, sociali e politici. La costruzione dell’Europa di Maastricht, la fine dell’Unione Sovietica, la vittoria di un ordine neoliberale-Reagan, la Thatcher, e in questo quadro la globalizzazione della produzione di merci e servizi, la finanziarizzazione sempre più spinta dell’economia. Il sindacato del conflitto sull’organizzazione del lavoro, sulla contrattazione e il controllo degli stessi piani d’impresa, perde anche i suoi interlocutori. Nelle industrie i manager cedono il passo ai finanzieri, gli investimenti a lungo termine non sono più al centro delle strategie industriali. Le trimestrali di cassa prendono il posto dei progetti industriali, per un capitale  che vuole far fruttare il più rapidamente possibile i propri impieghi. 

La finanziarizzazione dell’economia portò con sé anche una serie di interventi decisi per ridurre il costo del lavoro ed il ruolo del sindacato nelle imprese. I capitali finanziari potevano permettersi di girare il mondo alla ricerca dei posti dove i salari e i diritti erano minori. Le nuove tecnologie informatiche permettevano di tenere dentro la stessa catena del valore lavori che si facevano in luoghi molto distanti tra loro. Molto lavoro interno alle fabbriche venne esternalizzato in ditte d’appalto e subappalto, spesso impiegando in esse manodopera migrante. La deregolamentazione dei rapporti di lavoro sarà la cornice di accompagnamento a quella dei capitali presto divenute trasversali agli schieramenti politici nella crescente subalternità della sinistra al pensiero neoliberale. Le tecnologie, spesso alibi delle varie delegificazioni, permettevano di tenere in rete modalità di lavoro molto diverse, spesso esercitate in modo giuridicamente autonomo, ma in realtà controllate a distanza  a partire delle prestazioni, ancora più duro e capillare di quanto avveniva nella fabbrica fordista. I corrieri di Amazon, i riders di Deliveroo, i manovali dell’informatica, pagati a cottimo per inserire dati nella rete.  Le chiusure di attività produttive diedero luogo non a nuove industrie, ma a supermercati, e a vere e proprie cattedrali del consumo. Si ruppe economicamente e socialmente il rapporto dei “trenta anni gloriosi” in cui la crescita economica e produttiva generava più occupazione e più reddito per i lavoratori. Il capitalismo finanziario alimentava i consumi attraverso il debito, delle imprese, degli Stati, delle persone. Cambiò sostanzialmente anche il modo in cui il capitalismo e i governi cercavano il consenso dei lavoratori e dei cittadini. Se prima il consenso derivava dalla promessa di una crescita continua della produzione, e insieme dei livelli di reddito e di un benessere crescente di chi viveva del proprio lavoro, nella nuova fase il consenso tendeva sempre più a essere basato sulla paura. La paura di perdere il lavoro in fabbrica, perché magari la produzione veniva spostata in un’altra parte del mondo, la paura di non poter pagare i debiti, la paura di non vedere rinnovato il proprio contratto instabile e precario, o addirittura di perdere il proprio lavoro in nero, che è spesso l’unica possibilità di procurarsi un reddito per le persone migranti.

In questo contesto il conflitto operaio da offensivo- per conquistare condizioni migliori di lavoro e di vita e per allargare gli spazi di democrazia in tutta la società- divenne difensivo. Tutti si sentivano potenziali esuberi nei processi di ristrutturazione in corso. E venne meno quella convinzione generale- in realtà prevalentemente degli intellettuali più o meno marxisti che dei lavoratori-. che liberando se stessi avrebbero liberato l’intera società. Il fulcro della crescita reale, ma molto spesso immaginaria e dell’occupazione si era spostata dalla fabbrica ai servizi, dalla produzione al consumo, alimentato come abbiamo visto dal debito più che dall’aumento dei redditi disponibili. E se si è in difesa, se non ci si sente più portatori di un progetto capace di cambiare la società, si tende a rinchiudersi in sé stessi, a difendere con le unghie e coi denti quel poco di normalità e di sicurezza su cui si basa la propria vita. E a temere ogni cambiamento, come la transizione ecologica o il crescere dell’immigrazione. E alimentare queste due paure divenne il mantra con cui la destra sovranista conquistò gran parte del suo consenso di massa, dall’America di Trump, fino ad arrivare all’Italia di Meloni e Salvini.

Dinnanzi a questi mutamenti la sinistra politica e sindacale si divise fra chi cercò di ritrovare la propria ragion d’essere in un mondo che non c’era più, nel rimpianto del socialismo reale, e delle grandi lotte di fabbrica degli anni 70’, e chi accolse come un frutto inevitabile della modernità i cambiamenti dell’era del neoliberismo, e spostò il focus della propria azione dal lavoro al consumo. Spostando ancora di più il centro della propria azione dall’ impegno sociale alla conquista del governo.

Nel sindacato la discussione dei primi anni 90 era fra chi auspicava il recupero della combattività dei consigli e della loro unità nella fabbrica fordista, “alla catena siamo tutti uguali”, dimenticando, cosa che aveva ben presente Trentin, che la lotta contro quella “catena” era stata una caratteristica fondamentale del sindacato dei consigli, e che la scuola e la Università che diventava sempre più di massa formava una generazione di giovani poco restia a lavorare alla “catena”. Il problema con cui il sindacato doveva fare i conti era la frammentazione del  lavoro che la crisi della fabbrica fordista come paradigma fondamentale per l’insieme del mondo del lavoro portava con sé. Evitando, al tempo stesso, le tendenza presenti nel movimento sindacale, nella CISL e nella UIL, ma anche all’interno della CGIL, di usare la frammentazione per affermare una cattiva “confederalità”, quella cioè che di fronte alla difficoltà sempre più grande di unificare dal basso il mondo del lavoro, accentrava sempre più il potere contrattuale nelle direzioni sindacali, fino a concepire un sindacato il compito fondamentale era la concertazione senza conflitto che si esprimeva nei grandi patti neocorporativi col governo e coi padroni, sacrificando- come avvenne nell’accordo del 1992- la stessa contrattazione articolata.

Le dimissioni di Trentin dopo la firma del patto con il governo e le controparti padronali del 1992, diede una straordinaria evidenza di quanto ritenesse la democrazia un valore superiore alle stesse motivazioni di quella firma sofferta e subita come ricorderà in più occasioni. 

Non disperdere quel che restava dell’unità sindacale, la preoccupazione di non fare addebitare alla CGIL il più che prevedibile esplodere dell’inflazione e la probabile difficoltà per l’Italia di entrare nella nuova fase dell’Europa che si stava profilando rappresentavano le motivazioni di fondo di un patto che andava ben oltre i limiti del mandato che aveva posto il Direttivo della CGIL, tra l’altro dopo un’ampia consultazione dei lavoratori in centinaia di assemblee di fabbrica e territoriali. 

Quel patto tra l’altro metteva un blocco alla stessa contrattazione articolata aggravato dalla svalutazione della lira del 30% e svuotava quel che restava nei luoghi di lavoro della stagione dei Consigli. Bruno dedicò, dopo che il direttivo della CGIL respinse le sue dimissioni, tutte le sue energie a recuperare un rapporto coi lavoratori che a quel patto in molte situazioni si erano ribellate in forme clamorose e radicali. 

Il patto del 1993, firmato col presidente Ciampi, fu per lui la riparazione di quella fase. Ristabiliva che i livelli di contrattazione erano due, il contratto nazionale e quello del luogo di lavoro e/o di territorio, affermati come complementari e non come alternativi, e l’elezione da parte dei lavoratori dei loro appresentanti nei luoghi di lavoro. Non erano più i delegati dei consigli, erano eletti su liste presentate dalle organizzazioni sindacali, ma erano comunque votati da tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti. Era l’unica possibilità realistica visto che la spinta all’unità sindacale si era fermata, e tra i sindacati erano presenti differenze sempre più pronunciate sui contenuti fondanti l’azione collettiva organizzata nei luoghi di lavoro. Fu comunque un fatto importante che queste differenze crescenti fossero sottoposte al voto dei lavoratori per misurare quale avesse un consenso maggiore. Mancava e manca tuttora l’obbligo legale di presentare tutti gli accordi e tutti contratti al voto dei lavoratori, come condizione per la loro estensione erga omnes, e per evitare che le controparti possano scegliersi gli interlocutori sindacali con cui firmare i contratti, dando luogo tra l’altro a una lunga sequela di contratti pirata firmati dalle controparti con soggetti privi di rappresentanza. E’ la mancanza che oggi è impegnata a colmare la CGIL quando rivendica una legge sulla rappresentanza per i settori privati come già e grazie innanzitutto all’accordo del 1993 e alla grandezza Massimo D’Antona abbiamo nei settori pubblici. Per Trentin le RSU furono un compromesso necessario per impedire che la divisione sindacale portasse ad un vuoto di democrazia ma continuò sempre a lavorare perché la discussione per eleggere le RSU nei luoghi di lavoro  non fosse un puro  e semplice voto su piattaforme e linnee politiche costruite dalle diverse dirigenze sindacali. In sostanza si batté sempre perché il ristabilimento della democrazia e la possibilità riconquistata della contrattazione articolata, riaprissero spazi a quella esperienza consigliare interrotta ma non definitivamente tramontata. E crediamo che in questa prospettiva vada letto lo stesso impegno per la democrazia della CGIL di oggi, come costruzione di un clima di dibattito e discussione nei luoghi di lavoro, che permetta ai lavoratori di decidere e in prospettiva di riprendere in mano in maniera unitaria contenuti e modalità dell’azione sindacale nei luoghi di lavoro e nel territorio.  Un impegno per la democrazia economica e industriale che per nessuna ragione possono essere scisse dalla democrazia politica ma che, anzi, ne costituiscono il presupposto senza il quale tutta la democrazia si svuota e perde di senso per le persone che per prime ne avrebbero bisogno. Una lezione che oggi vale ancora di più.