Dicono di noi
MA NON È STATA LA SPESA PUBBLICA A INVALIDARE L’EURO
L'articolo è di Bruno Gravagnuolo.
13/07/2012
Nel dramma e nel rischio di sisgregazione del paese è ora che la sinistra esprima una sua idea di modernità.
Il tempo delle due sisnitre è finito, e ha ragione Mario Tronti su l’Unità.
Non è una forzatura, ma a prendere allal lettera le parole di Nichi Vendola, è stato questo uno dei momenti politici salienti della giornata sul “programma per un’alternativa”. Promossa ieri al Cnel di Roma dall’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, e dalla Fondazione Di Vittorio.
Tema al centro dei lavori: “La crisi finanziaria, dai mutui subprime al rischio di crisi per l’Euro. Le origini, gli effetti, le proposte di intervento in Italia, in Europa, nel mondo”.
Dialogo sui massimi sistemi? Per niente. Perché di cose aspre e concrete si è parlato: recessione e deflazione violenta, rischio di default e uscita dell’Itaia dall’Euro, persino di uscita dall’Euro da sé stesso, cioè fine di una moneta.
A parlarne, per trovare una via di uscita da sinistra, c’erano prestigiosi economisti, sindacalisti, esponenti dell’ambientalismo, studiosi.
Leit – motiv: quel che accade è il frutto di una certa crisi mondiale del capitalismo.
Che ha prodotto crisi fianzniaria e speculazione sul debito sovrano. Perciò, non è stata la spesa pubblica a invalidare l’Euro, quanto il deficit delle banche euro – americane, “sorto da un’economia artificiale, al servizio di un credito al consumo senza sottostante produttivo” (Leon).
Di qui, indebitamento e reindebitamento da speculazione, una tempesta perfetta che si autolimenta fino al crollo.
Questa è stata diagnosi prevalente della giornata, squadernata da due relazioni chiave: quella di paolo Leon e di Giorgio Lunghini.
Relazioni con un asse politico comune, imp’licito ed esplicito. Ovvero: invertire subito il ciclo economico liberista, e capovolgere “il senso comune dominante antikeynesiano”.
Quello secondo il quale è stata una generica spesa pubblica a creare tsunami e crisi del debito sovrano. Certo, c’è stata spesa pubblica a creare tsunami e crisi del debito sovrano.
Certo, c’è stata spesa pubblica. Ma – spiega ancora Lèon – per sostenere salari sempre sempre più compressi dalle rsitrutturazioni capitalistiche, e sorreggere consumi artificiali a credito, senza salari sufficienti alle spalle. Con contorno di esenzioni fiscali non per le transazioni finanziarie.
E il tutto alfine riversato a debito sulle spalle degli stati. In assenza di regolazioni e controlli, di banche nazionali e centrali.
E allora occorre un “contropiano””: rilanciare il keynesismo (Lunghini), con la sua “rilevanza etica”, come l’ha definita Laura Pennacchi.
Per scongelare, argomenta Pennacchi, la “liquidità speculativa a riassegnare allo stato la sua centralità nelle politiche industriali” e nel controllo della “domanda aggregata” (innovazione, territorio, beni pubblici).
Gran senso d’allarme quindi, in tutti gli interventi, incluso quello di Vendola.
Che chiama in causa gli sprechi dei ministeri centrali e denuncia come rovinosi i tagli lineari alla Sanità:
“Attenzione, con questa spending review, 9 milioni di italiani rischiano di non potersi curare, sarebbe un’emergenza incontenibile”.
Allarme sulla “coesione”, unito ad una preoccupazione politica: come tenere unito il quadro generale? Come non sprofondare nel default, senza subire il ricatto da spread? Risponde Stefano Fassina, responsabile economico del PD. Delinenando un percorso che nel difendere la scelta pro – Monti, la travalica in avanti:
“C’è uno squilibrio – dice – tra il surplus commerciale delle varie aree dell’Euro.
Favorito dalla diversità dei tassi di interesse che premia allcuni e condanna altri.
Così il sistema implode. Per questo occorre puntare su lavoro e salari”.
Già, ma allora ci vogliono un altro “fiscal compact” e “altre discipline di bilancio”, unite a regimi fiscali uniformi e premiali, per gli investimenti realmente produttivi. Ma la condizione base per Fassina, è quella di “mutualizzare il debito”, senza rinunciare al rigore ma in una diversa prospettiva. E senza oscurare “l’alternativa al liberismo”.
E allora: porta stretta per il centrosinistra. Mentre incombe il dopo Monti, sotto la sfera dei mercati finanzari.
E all’indomani dell’attacco di Monti alla concertazione, che secondo l’economista Emiliano Brancaccio, prelude ad un altro “step” liberista:
comprimere ancora i salari, per compensare lo “spread.”
Sarebbe l’ennesimo errore.
Tragico. L’ennesimo colpo mortale recessivo, a favore della tempesta perfetta. A proposito, qualcuno ha spiegato al Presidente Monti – che “non parla tedesco” – che la “Konzeration”, è nata in Germania?