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  PRIMO CONFRONTO VERSO LA COSTRUZIONE DI UN PROGRAMMA PER UN'ALTERNATIVA. LA CRISI FINANZIARIA, DAI MUTUI SUBPRIME AL RISCHIO DI CRISI PER L'EURO
Andrea Baranes, Eduardo Carra - Carlo Putignano, Antonio Focillo, Alfiero Grandi.

16/07/2012


Pubblichiamo le relazioni di Andrea Baranes, Eduardo Carra - Carlo Putignano, Alfiero Grandi, al Convegno: "La crisi finanziaria, dai mutui subprime al rischio di crisi per l'euro”.

L’iniziativa promossa dall'Associazione per il Rinnovamento della sinistra e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio si svolgerà giovedì 12 luglio a Roma, presso la Sala Biblioteca del CNEL.

Dopo il Convegno saranno pubblicati tutti gli altri contributi che perverranno.

ANDREA BARANES

QUALE MODELLO FINANZIARIO?

Dimensione della finanza

Il PIL del mondo è di poco superiore ai 60.000 miliardi di dollari l'anno. Una singola banca statunitense detiene strumenti derivati per un nozionale che si aggira sui 78.000 miliardi di dollari. Complessivamente quattro banche controllano un ammontare di derivati intorno ai 200.000 miliardi di dollari. “L'eccessivo” debito pubblico italiano, una delle prime dieci economie del pianeta, è circa l'1% di questa cifra. I beni e i servizi importati ed esportati nel mondo tra diverse nazioni ammontano a 20.000 miliardi di dollari all'anno. Il commercio di valute ha superato i 4.000 miliardi di dollari al giorno. Questo significa che circola più denaro in soli 5 giorni sui mercati finanziari che in un intero anno nell'economia reale, o, in altre parole, che circa il 99% delle operazioni sul mercato delle valute non è legato a beni e servizi prodotti e scambiati, ma unicamente a guadagnare sulle oscillazioni valutarie. Negli USA il 70% delle operazioni sui mercati finanziari è eseguito da computer, senza nessun intervento umano. In Europa tali operazioni sarebbero “solo” il 40% del totale. E' il cosiddetto High Frequency Trading o commercio ad alta frequenza, in cui le transazioni sono realizzate nell'arco di alcuni millesimi di secondo. Sono molti altri gli esempi e le cifre che si potrebbero portare per chiarire come la finanza si sia in massima parte trasformata in un gigantesco casinò dedito alla pura speculazione. Da strumento al servizio dell'economia e dell'insieme della società la finanza è diventata un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. La crisi dalla finanza ai cittadini Le conseguenze di una tale trasformazione sono sotto gli occhi di tutti. L'attuale fase recessiva e le enormi difficoltà in diversi Paesi, in particolare nell'Unione Europea, discendono direttamente dalla crisi esplosa negli USA nel 2007 con la bolla dei mutui subprime e che ha rapidamente contagiato l'intero pianeta. Le radici di tale crisi possono essere fatte risalire a molti anni addietro. Parliamo dello sviluppo di una finanza ipertrofica, del sempre maggiore indirizzamento dei capitali dai salari ai profitti e dei profitti dagli investimenti alle rendite, di una continua crescita del PIL e dei consumi assunta a dogma e finanziata tramite livelli insostenibili di indebitamento. Cerchiamo di riassumere. Nel 2006 il mercato immobiliare negli USA si ferma, dopo una fase espansiva durata decenni. Da questo evento, in sé limitato, l'anno successivo nasce la peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni. Il motivo è riassumibile nello sviluppo di strumenti finanziari sempre più rischiosi e incomprensibili costruiti sul mercato dei mutui, e più in generale nella comparsa di un gigantesco sistema bancario ombra, fatto di imprese registrate nei più noti paradisi fiscali del pianeta. Imprese che si comportavano come banche, raccoglievano denaro ed erogavano prestiti come banche, ma che non erano banche e non dovevano sottostare a nessuna forma di controllo o di regolamentazione. Nel 2007, alla viglia della crisi, il sistema bancario “ufficiale” svolgeva un'attività di intermediazione pari a 11.000 miliardi di dollari. Il sistema bancario ombra valeva 20.000 miliardi di dollari. Come dire che ogni filiale bancaria a stelle e strisce aveva alle spalle due filiali “fantasma”, strettamente legate alle stesse banche, ma al di fuori di ogni controllo. Nel 2007 questo sistema bancario ombra va in crisi, e le perdite tornano sui bilanci dei gruppi bancari che a loro volta rischiano il collasso, anche a causa del crollo della fiducia sui mercati e della conseguente difficoltà di finanziarsi. A cavallo del 2008 gli Stati devono intervenire con giganteschi piani di salvataggio del sistema finanziario responsabile della crisi. La Fed, il sistema di banche centrali degli Usa, eroga nei mesi successivi qualcosa come 16.000 miliardi di dollari al sistema bancario tra prestiti a tasso agevolato e altre forme di intervento. In altre parole gli Stati si indebitano, ovvero il mostruoso debito creato dalla finanza speculativa per moltiplicare i profitti eludendo regole e controlli viene trasferito agli Stati, senza alcuna condizione. Specularmente, parliamo di un gigantesco assegno in bianco firmato dai principali governi occidentali alle loro banche. Questa montagna di debiti mette in difficoltà diversi governi, causando la crisi dei debiti sovrani esplosa in Europa nel 2011. Ecco allora i piani di austerità, le misure “lacrime e sangue” i tagli al welfare. In ultima analisi, il debito creato nel sistema bancario ombra è stato trasferito alle banche, poi agli Stati e da questi ai cittadini. Oggi non c'è più nessuno su cui scaricarlo. Siamo tutti noi a dovere pagare il conto, ed è un conto molto salato in termini di disoccupazione, tagli allo stato sociale, svendita dei servizi pubblici ed essenziali, perdita di diritti acquisiti. Cerchiamo di evidenziare ancora meglio le diverse cinghie di trasmissione della crisi dalla finanza-casinò ai cittadini. Primo, il crollo finanziario ha provocato una recessione globale, ovvero una diminuzione del PIL. Se il parametro fondamentale usato per valutare lo stato di salute di una nazione è il rapporto tra debito e PIL, la diminuzione del denominatore provoca un'immediato peggioramento del rapporto. Secondo, anche il numeratore peggiora, perché recessione significa meno consumi, meno entrate fiscali (a partire dall'IVA che è un'imposta sui consumi) quindi a parità di spese pubbliche un deficit maggiore e un aumento del debito. Terzo, con l'indebitamento degli Stati aumenta l'emissione di titoli di Stato (Bot, Btp e Cct in Italia) per finanziare il debito stesso. Aumenta l'offerta sui mercati di titoli tedeschi, statunitensi, inglesi, francesi proprio in un momento di difficoltà, quindi con meno capitali disposti a investire. La Germania, con un'economia più solida, riesce a piazzare i propri Bund sui mercati, mentre Paesi come l'Italia hanno maggiori difficoltà, e sono costrette ad aumentare i tassi di interesse offerti. E' il famigerato spread, che indica proprio la differenza di tasso di interesse tra i titoli italiani e gli omologhi tedeschi. Quarto, strumenti finanziari derivati originariamente pensati come contratti simili ad assicurazioni, i CDS, consentono delle vere e proprie scommesse sul fallimento di Stati e imprese. Montagne di tali titoli aumentano l'instabilità e la volatilità sui mercati e le difficoltà per gli Stati che subiscono pesanti attacchi speculativi. Quinto, grandi investitori istituzionali possono operare al di fuori dei mercati regolamentati, su piattaforme denominate “dark pool” o pozze nere, eseguendo compravendite al di fuori di qualsiasi controllo o trasparenza. Su tali piattaforme è possibile vendere sottocosto i titoli di Stato subito prima di un'asta del governo, in modo da farne crollare il prezzo e costringere il governo di turno a emissioni a tassi di interesse superiori, aumentando i profitti degli acquirenti. Riassumendo, una finanza fuori controllo causa la crisi. Viene salvata con i soldi pubblici, ovvero con i nostri soldi, ricevendo migliaia di miliardi di dollari senza nessuna condizione o contropartita. A questo punto le difficoltà si spostano su Stati e cittadini. Vedendo queste difficoltà, lo stesso sistema finanziario attacca gli Stati più deboli per guadagnarci su. Al culmine del paradosso, le nazioni oberate di debiti devono rivolgersi ai mercati finanziari per ottenere il finanziamento dei loro debiti pubblici. Da un lato tutto questo sembra un gigantesco gioco delle tre carte per non riconoscere che i debiti accumulati nel sistema finanziario sono semplicemente troppi. Dall'altro, a differenza dei soldi ricevuti solo un paio di anni prima, i mercati finanziari fissano delle condizioni per ri-prestare i soldi agli Stati. E sono condizioni durissime. Da un lato alti tassi di interesse, dall'altro delle condizioni molto stringenti. I mercati pretendono garanzie circa la restituzione dei debiti. Garanzie che prendono la forma dei piani di austerità, del fiscal compact, del pareggio di bilancio nelle costituzioni e via discorrendo. Non si può spendere per il welfare, le risorse devono andare al pagamento del debito e a rimettere a posto i conti pubblici. Dobbiamo accettare i sacrifici per “restituire” fiducia ai mercati. Restituire fiducia, come se all'esatto opposto non fosse questa finanza-casinò a dovere radicalmente cambiare rotta per riconquistarla, la nostra fiducia.

Crisi di chi?

Ancora peggio, mentre noi siamo chiamati a misure “lacrime e sangue” i mercati finanziari sono lasciati liberi di speculare, come e peggio di prima. Il risultato è che quella che ci viene presentata come una crisi dei debiti sovrani è ancora e prima di tutto una crisi bancaria. Molte delle cause che hanno portato il sistema finanziario vicino al tracollo a cavallo del 2007 – 2008 sono ancora presenti. Pensiamo al sistema bancario ombra e alla sua dimensione. Negli ultimi anni le autorità hanno imposto alle banche degli stress-test, ovvero delle prove per misurare se gli istituti sarebbero in grado di reggere a un nuovo periodo di crisi. Quasi tutte le banche europee hanno superato la prova. Qual'è però il valore di tali test, nel momento in cui la metà o più degli attivi sono fuori bilancio e nel sistema ombra? Chi può dire quale sia la reale situazione del sistema finanziario e cosa succederebbe in caso di nuova crisi? Questa mancanza di trasparenza porta a un altrettanto pericolosa crisi di fiducia. Le banche non si prestano più i soldi l'una l'altra, ovvero si è bloccato – o per lo meno fortemente rallentato – il mercato interbancario, vera e propria linfa vitale che in condizioni normali assicura la liquidità e la circolazione dei capitali nell'intero sistema. Un ulteriore pesante motivo di fragilità delle banche europee. Ancora, ed è forse il motivo di maggiore preoccupazione, ancora oggi molti dei principali gruppi bancari europei continuano a lavorare con leve finanziarie anche di 30 o 40 a uno, ovvero con 1 euro di capitali propri per 30 o 40 di debiti. Livelli di indebitamento propri di soggetti marcatamente speculativi quali hedge fund o fondi di private equity. Con una leva di 40 a 1, basta una perdita del 2,5% per azzerare il capitale proprio, portando la banca all'insolvenza. In un momento di difficoltà dell'economia reale, in cui i tassi di sofferenza sui crediti per molte banche arrivano anche al 5 o 6% come avviene attualmente in Italia, ecco allora che gli istituti di credito bloccano i prestiti. E' il credit crunch. Molto più semplice prendere a prestito miliardi dalla BCE al 1% per comprarci titoli di Stato che rendono 5 o 6 volte di più. L'ennesimo fattore di difficoltà e di crisi per il sistema imprenditoriale che non ha accesso al credito e per l'economia reale dovuto al comportamento spregiudicato del mondo finanziario.

Nuove regole per il sistema finanziario

In questa situazione, il singolo cittadino si trova spesso perso. Da un lato, le cifre in gioco appaiono al di fuori della realtà. Dall'altro i meccanismi messi in campo dai soggetti finanziari sembrano estremamente complicati. E' molto difficile seguire il funzionamento della finanza, quasi impossibile pensare di potere agire e intervenire in prima persona. Nello stesso momento, gli impatti sono tali e tanti che è necessario e urgente un impegno in prima persona. Il cambiamento deve avvenire lungo due direttrici. Da un lato, potremmo dire dall'alto, occorre un nuovo sistema di regole e di controlli per limitare lo strapotere delle finanza e per evitarne i peggiori eccessi. Dall'altro, “dal basso”, serve un impegno diretto di tutti noi in quanto risparmiatori e clienti delle banche o di altri attori finanziari. Sul primo versante sono molte le proposte messe in campo negli ultimi tempi da studiosi di tutto il mondo e dalle organizzazioni e reti della società civile internazionale. Diminuire la leva finanziaria, separare le banche commerciali da quelle di investimento (il cosiddetto narrow banking), tassare le transazioni finanziarie, chiudere i paradisi fiscali, regolamentare i derivati, bloccare la speculazione su cibo e materie prime e via discorrendo. Nella maggior parte dei casi non ci sono difficoltà tecniche. Sappiamo cosa bisognerebbe fare e come procedere. Prendiamo il caso dei paradisi fiscali. Da anni le reti della società civile internazionale chiedono la rendicontazione Paese per Paese di tutti i dati contabili e di bilancio delle imprese transnazionali, che oggi devono pubblicare nella gran parte dei casi unicamente dei dati aggregati. In questo modo, se ho le mie attività produttive in Italia ma quelle finanziarie a Montecarlo o nel Liechtenstein e devo pubblicare unicamente un bilancio per l'Europa, posso nascondere i profitti dove più mi conviene. Rendere pubblico, per ogni giurisdizione, quanto fatturato creo, quanto pago i lavoratori, quanti profitti realizzo e quante tasse pago sarebbe una delle misure di maggiore efficacia non solo contro l'evasione e l'elusione fiscale, ma anche nel contrasto alla criminalità organizzata e al riciclaggio. Da anni se ne parla in sede OCSE o nelle istituzioni internazionali, senza significativi passi in avanti. In questo come in moltissimi altri casi è unicamente una questione di volontà politica, ovvero occorre superare lo scandaloso potere delle lobby finanziare che, a dispetto dei disastri combinati negli ultimi anni, continuano a opporsi ad ogni forma di regolamentazione e controllo e in molti casi a procedere a una vera e propria “cattura del regolatore” in base alla quale sono gli stessi attori della finanza a scrivere le regole che riguardano il loro operato. Accanto a queste e altre misure, è dai cittadini che deve partire un vero cambiamento. Negli ultimi anni milioni di donne e di uomini hanno iniziato a modificare i propri consumi, avviando forme di consumo critico e interrogandosi sugli impatti sociali e ambientali legati alle produzioni di beni e servizi. Da tali riflessioni si sono sviluppati movimenti che oggi hanno una grande rilevanza, anche dal punto di vista economico, come nel caso del commercio equo e solidale.

Agire in prima persona

Oggi, prima ancora che in ambito economico o finanziario, occorre un cambiamento culturale. Quanti di noi presterebbero i propri soldi a chi volesse giocarseli al casinò? Quanti li darebbero a chi li volesse investire in un traffico di mine anti-uomo, per quanto remunerativo? Eppure quanti di noi domandano alla propria banca, fondo pensione o di investimento l'utilizzo che viene fatto del nostro denaro? Questo, una volta incanalato nei meccanismi finanziari internazionali può avere enormi impatti, tanto in positivo quanto in negativo, sull'economia e la società. Ancora un esempio. A giugno del 2011 la maggioranza assoluta degli italiani vota un referendum per proibire una volta per tutte il nucleare nel nostro Paese. Quanti, tra chi è andato a votare, hanno un conto corrente presso una banca che, anche con i loro risparmi, continua a finanziare progetti di realizzazione o ampliamento di impianti nucleari, anche a poche centinaia di chilometri dall'Italia? Le banche e gli altri attori finanziari giocano un ruolo essenziale nell'attuale sistema economico, potendo decidere come allocare i capitali che vengono loro affidati. Tali decisioni hanno impatti fondamentali sull'economia e la società. Prestare denaro per l'efficienza energetica e le rinnovabili o per il nucleare e i combustibili fossili, finanziare l'economia reale o la speculazione, investire nel territorio o in qualche paradiso fiscale. Abbiamo il diritto, e per molti versi il dovere, di chiedere alla nostra banca come intende utilizzare i nostri risparmi ed esigere una piena trasparenza. In Italia, Banca Etica pubblica sul proprio sito tutti i finanziamenti concessi a imprese, associazioni e cooperative. Un esempio concreto di come il famigerato “segreto bancario” non sia legato a una qualche obbligo legislativo o a una generica riservatezza: se non c'è nulla da nascondere, non è necessario nascondere nulla. Perché le altre banche non fanno altrettanto? Perché come clienti e correntisti non le obblighiamo a farlo? Non si tratta unicamente di una maggiore trasparenza. Mentre i maggiori gruppi bancari del mondo hanno avuto bisogno, e continuano ad avere bisogno, di gigantesche iniezioni di capitali pubblici per tenersi in piedi, diversi studi hanno mostrato come le “banche che fanno le banche”, ovvero raccolgono risparmio per erogare prestiti a famiglie e imprese, stanno attraversando la crisi con molti meno problemi. In un momento in cui il sistema bancario italiano presenta tassi di sofferenza, ovvero la percentuale di prestiti che non vengono restituiti, tra il 5 e il 6%, per Banca Etica lo stesso dato è inferiore al'1%. Tutto questo anche se molti dei prestiti vengono accordati a soggetti tradizionalmente ritenuti più deboli economicamente o addirittura “non bancabili” quali cooperative sociali o piccole associazioni. Un discorso analogo vale riguardo le nostre scelte finanziarie. Parliamo della massa di capitali investiti dai fondi di investimento, dai fondi pensione, dalle assicurazioni. Ancora una volta, Etica Sgr, la società di gestione del risparmio della rete di Banca Etica, oltre a realizzare una accurata analisi sociale e ambientale delle imprese e degli Stati che possono entrare nel proprio “universo investibile”, pubblica sul proprio sito l'elenco completo di Stati e imprese. La riservatezza commerciale non è e non può essere un alibi di fronte al nostro diritto di sapere nel dettagli come vengono utilizzati i nostri risparmi. E i margini di intervento sono anche altri. Come azionisti possiamo intervenire nelle assemblee delle imprese nelle quali investiamo. E' quello che cercano di fare alcune iniziative di azionariato attivo o azionariato critico, ricordando anche ai piccoli risparmiatori che essere azionisti significa avere dei doveri, e non solo dei diritti. Accanto a un profitto atteso e alla riscossione di un dividendo, essere azionista di un'impresa significa essere proprietario di una quota, per quanto piccola, della stessa impresa, ovvero doversi occupare anche di come si comporta e genera tali profitti, con quali impatti sociali e ambientali e quali conseguenze. Non possiamo continuare a lamentarci per l'inettitudine della politica, ancora meno prendercela con i generici “mercati”. Nel caso del mercato finanziario, gran parte della materia prima la mettiamo noi. Singolarmente i nostri risparmi possono essere molto limitati, ma tutti insieme hanno un enorme potere. E' ora di esercitare questo potere. Oggi si moltiplicano le pubblicità di banche che offrono rendimenti del 4 o 5% sui conti correnti. Considerando che la banca, oltre all'interesse corrisposto deve pagare stipendi, affitti e dividendi agli azionisti, in quali attività investe per garantire a noi clienti tali tassi di interesse? Quali progetti danno rendimenti tanto elevati, considerando che l'economia italiana è in recessione? Il problema è esattamente che non lo sappiamo. E' allora forte il sospetto che per realizzare margini così elevati, i nostri risparmi vengano incanalati in attività speculative. E a pagare le spese di questa speculazione saremo nuovamente noi. Da un lato avremo poche decine di euro in più sul conto corrente. Dall'altro il rischio è di un peggioramento della recessione, un aggravarsi della crisi delle finanze pubbliche, un aumento del prezzo di beni e servizi. Nelle avventure del Barone di Munchausen c'è un passaggio in cui il protagonista esce da una palude nella quale era finito tirandosi dai lacci delle proprie scarpe. Nella realtà le cose funzionano diversamente. Se il PIL del mondo cresce del 2 o del 3% l'anno e gli speculatori pretendono tassi di interesse sui loro investimenti finanziari 5 o 10 volte superiori, abbiamo un problema. Nel lungo periodo, le possibilità sono solamente due. O la finanza speculativa continua a risucchiare risorse in misura sempre crescente dall'economia reale, o si creano delle gigantesche bolle sul nulla che prima o poi esplodono. Oggi ci troviamo in un terribile mix di entrambe queste situazioni. In conclusione, per uscire dalla crisi il passo più importante deve consistere nel riportare la finanza a essere uno strumento al servizio dell'economia e della società, non l'opposto come avviene oggi. Per questo è necessario il doppio approccio evidenziato in precedenza. Da un lato sostenere le campagne e le iniziative che mirano a regolamentare la finanza e a impedire i comportamenti più rischiosi e speculativi. Dall'altra evitare di essere, oltre che vittime, anche complici inconsapevoli di questo sistema. Se la nostra banca, il nostro gestore di fondi o la nostra assicurazione continua a giocare con i nostri risparmi come con le fiches di un casinò abbiamo una risposta tanto semplice quanto efficace: non con i nostri soldi.


ALDO EDUARDO CARRA e CARLO PUTIGNANO

Il debito, il voto, l'Europa

Un filo si sta dipanando in maniera sempre più netta collegando crisi economica, elezioni che si svolgono nei diversi paesi europei e destini dell’Europa: appare sempre più chiaro che la crisi non sarà breve e che i sacrifici che si chiedono non saranno mai sufficienti; gli elettori prendono sempre più consapevolezza di questa trappola e, man mano che si presentano occasioni che consentono loro di pronunciarsi, penalizzano i partiti che attuano o sostengono le politiche restrittive della Bce; questa Europa fatta a metà rischia di implodere. Tutto questo significa che sta maturando una uscita da sinistra dalla crisi? No, perché le risposte contengono segnali politici che vanno in direzioni diverse. Ma in tutti i casi il futuro dell’Europa viene posto all’ordine del giorno: sia quando emergono tendenze e forze contrarie all’Europa, sia quando viene posta l’esigenza di un’Europa più forte per promuovere lo sviluppo di tutti. Siamo insomma nel pieno di una fase di ebollizione dalla quale può scaturire di tutto.

Nella sinistra, italiana ed europea, l’analisi della crisi e le proposte di fuoriuscita non sono ancora tanto chiare nè, tantomeno, condivise, nè tali da lasciare intravedere una linea di sinistra per affrontare la fase attuale guardando al futuro. La ricerca e il dibattito sono, quindi, quantomai aperti e tutto ciò che può contribuire ad arricchirli può essere utile. Questo scritto è animato da questo spirito, non ha alcuna pretesa di offrire soluzioni facili che non crediamo esistano e vuole offrire una lettura dell’origine e dell’evoluzione della crisi con qualche elemento integrativo rispetto alle analisi finora svolte; una lettura supportata da dati ed elaborazioni, e condotta prendendo in considerazione l’intero scenario mondiale, perché una crisi concentrata sul mercato finanziario globalizzato non può essere condotta richiudendosi entro confini nazionali.

Le radici della crisi

Il punto di partenza di una qualsivoglia analisi economica oggi non può che essere lo spread.Le sue oscillazioni costituiscono ormai da un bel pò di tempo l’oggetto dimaggiore attenzione deimassmedia e impegnano economisti e politici a interpretrarlo e a proporre soluzioni. Per quanto ci riguarda come Italia, è stato proprio il livello raggiunto a fine 2011 che ha fornito lo spunto per accantonare un governo già in profonda crisi e dare vita ad una soluzione, si è detto, “tecnica” e “originale”. Ma questo “governo esemplare” non ha fatto in tempo a vantarsi di aver ridotto al minimo lo spread, che questo ha ripreso ad aumentare ricollocandosi ai livelli pre-Monti. Niente poteva dimostrare meglio che il problema non è lo spread di per sè, che la crisi ha ben altre e più profonde ragioni, e che solo indagando su di esse si potrà trovare una via d’uscita o quantomeno evitare di imboccare ripetutamemnte strade sbagliate.

Ma si può fare questo senza indagare a fondo sulle vere cause della crisi e senza cimentarsi col problema della sua dimensione? Tutti sappiamo che il continuo aumento del debito pubblico è un fenomeno fisiologico nelle economie contemporanee: poiché il debito si forma a causa dellemaggiori spese pubbliche rispetto alle entrate dello Stato, esso è stato ed è un motore che fa girare le economie in quanto con esso si immette liquidità e di conseguenza si aumenta la domanda interna e quindi la produzione.Naturalmente questo vale fino a un certo punto perché man mano che il debito cresce aumentano anche gli interessi e perciò il denaro che si destina al loro pagamento viene sottratto alla domanda rallentando, così, la crescita.

Tra debito e crescita c’è, quindi, un delicato equilibrio che sembra adesso essersi fragorosamente rotto. Poiché è la prima volta che nell’era della globalizzazione dei mercati si verifica questa rottura e poiché essa interessa le principali economie mondiali e in particolare quelle avanzate, Europa in testa, una analisi volta a trovare le possibili vied’uscita,nonpuò che avereun campo di osservazione mondiale e il punto di partenza non può che essere la crisi economica che colpisce in modo più pesante i paesi europei con un livello di debito pubblico elevato.

Nel 2007-2008 si è avviato un processo che si è dispiegato in quattromomenti successivi e concatenati: – iniziale crisi dei sub-prime americani congravi difficoltà per alcune grandi banche, la cosiddetta crisi bancaria; – conseguenti fallimenti di alcune banche e salvataggi a carico della spesa pubblica e quindi crisi di liquidità; – ripercussioni sull’economia reale, quindi, crisi economica e altri interventi pubblici necessari, soprattutto negli StatiUniti, per tamponare la recessione; – attivazione di un meccanismo circolare di “contagio”, di una spirale perversa di trasmissione dai debiti privati a quelli pubblici e dagli Stati Uniti all’Europa.

La crisi ha avuto, così, una progressivamutazione ed espansione: nata nelle famiglie americane impossibilitate a pagare i mutui, si è trasferita alle banche che avevano concesso mutui a chi non avrebbe potuto pagarli, per poi scaricarsi sugli Stati che hanno finito per intervenire onde evitare il fallimentodelle banche facendo, così, esplodere il loro debito pubblico. La dimensione quantitativa di questa crisi si può rappresentare con pochi numeri: nel decennio precedente, dal 1997 al 2007, il debito complessivo di tutti i paesi delmondomisurato rispetto al Pil si eramantenuto sostanzialmente costante e anzi, negli ultimissimi anni 2005-2007, esso era diminuito passando dal 68,4%al 62,9%del Pil mondiale. Poi, dal 2008, c’è stata una vera e propria esplosione con un balzo dal 62,9% al 79,9% nel 2011. In termini assoluti si è passati dai 35.012 miliardi di dollari del 2007 a 55.669 nel 2011. Assumendo questa visione globale emerge nettamente la vera causa della crisi: dal 2007 al 2011 a fronte di un aumento del debito pubblico e quindi dei titoli emessi di 20.657miliardi di dollari, ilPilmondiale è aumentato di soli 13.982miliardi e il risparmio di appena 3.148 miliardi: quindi pochi, troppo pochi dollari per acquistare i 20.657 miliardi di nuovo debito. La chiave di quanto è accaduto sta tutta qui: tra l’offerta di titoli emessi dagli Stati e la domanda da parte dei risparmiatori si è creato un gap enorme che ha scatenato i mercati. Così gli investimenti in titoli hanno cominciato a spostarsi dai mercati ritenuti più fragili verso quelli ritenuti più solidi e i debiti di alcuni paesi che prima erano giudicati “sostenibili” sono diventati a “rischio default”. La crisi finanziaria che attanaglia il mondo sta tutta qui. Su questa cruda verità, purtroppo, ci si sofferma poco e invece essa è determinante per decidere come affrontare la crisi. Se, infatti, si ritiene che la crisi sia determinata da fattori contingenti e che possa essere fronteggiata solo con politiche di austerità da imporre ai paesi che hanno forti deficit, anche se piccoli come la Grecia, diventa naturale accanirsi verso questi paesi spendaccioni per riportarli sulla retta via. Questo è quello che in realtà si sta facendo con la Grecia, col Portogallo, con l’Irlanda, con la Spagna e con l’Italia. Ma quanto sta concretamente accadendo dovrebbe fare riflettere: da quando si sono imposte queste politiche restrittive la situazione dei paesi coinvolti non tende affatto a migliorare.

Questo vale per la Grecia ormai avvitata in una recessione selvaggia che molto probabilmente la porterà fuori dall’euro e la farà tornare indietro di decenni, ma vale anche per la Spagna che, cambiato governo per averne uno più affidabile e ossequiente ai dettammi della Bce, si ritrova a fronteggiare il fallimento di una della sue principali banche costringendo ancora l’Europa a intervenire per salvarla. Per non parlare dell’Italia dove, messo da parte il discreditato Berlusconi (fatto, questo, che è forse l’unico prodotto positivo di questa crisi), si è messo in piedi un governo di tecnici accreditati presso gli organismi internazionali come tra i più affidabili salvatori della patria. All’inizio così è sembrato anche a molti italiani che, colpiti favorevolmente dall’abbassamento dello spread, hanno guardato con simpatia i tecnici al governo. Ma il fatto che anche le misure più drastiche adottate non siano servite a sanare le situazioni dei paesi a rischio significa proprio, per tornare alla nostra tesi, che se il debito dei paesi con un più elevato rapporto debito/Pil è un problema, il problema non è solo il debito di questi paesi. Il problema è il debito complessivo creatosi in questi anni per salvare le banche e la sua concentrazione nei grandi paesi-guida, dagli Stati Uniti al Giappone. Insomma non sono i 3.332 miliardi di dollari di maggiore debito dell’Europa a determinare la crisi di liquidità, ma i 6.116 degli Stati Uniti e i 5.514 del Giappone (figuriamoci poi se lo sono i 159 della Grecia o i 97 del Portogallo!). La propagazione della crisi

Ma dove e come si è formato questo enorme debito nelle diverse aree e perché la crisi si è concentrata solo su alcune? Il maggiore debito è attribuibile per oltre la metà a Stati Uniti e Giappone che da soli oggi assorbono il 52,1% del debito mondiale.

L’Unione Europea ha aumentato il suo debito di 3.332 miliardi di dollari. ma se nel 1997 as sorbiva il 23,5% del debito mondiale oggi ne assorbe solo il 20,7%. Negli ultimi quattro anni, perciò, il peso del debito complessivo si è spostato dall’Europa verso il Giappone e, soprattutto, gli Stati Uniti. Ma poiché le dinamiche del Pil sono state diverse, se si guarda al peso del debito sul Pil nelle diverse aree del mondo emerge che, dal 2007 al 2011, esso è passato dal 66,3,% all’ 88,1% in Europa, dal 67,2% al 102,9% negli Stati Uniti, dal 183,0% al 229,8% in Giappone, dal 43,9% all’82,5% nel Regno Unito. In Italia il debito è passato dal 103,1% al 120,1%. Ancora più grave appare la situazione degli altri paesi a rischio: in Grecia si è passati dal 105% al 161%, in Portogallo dal 68% al 107%; l’incremento è stato forte anche in Spagna dove si è passati dal 36% al 69%. Negli stessi anni, come abbiamo visto, i risparmi sono aumentati appena di 3.148 miliardi di dollari e addirittura, nei paesi che più hanno visto crescere i loro debiti, i risparmi sono diminuiti. In realtà è stato solo grazie ai risparmi prodottisi in Cina e negli altri paesi che si è creata un pò di liquidità. Ma essa è stata insufficiente e si è orientata verso gli Stati Uniti.

Quali le conseguenze e gli effetti dei fenomeni descritti? Essenzialmente questi: – i debiti di paesi come Grecia, Portogallo, Spagna, Italia che erano prima già alti,ma ritenuti sostenibili, sono diventati “insostenibili” 1 e i mercati stentano a comprare titoli di questi paesi man mano che essi debbono essere rinnovati o pretendono tassi di interesse eccessivamente alti che aggravano la posizione debitoria di questi paesi anche per i prossimi anni; – i debiti di questi paesi tendono così ad aumentare e, per contenerli, si richiedono e si impongono manovre restrittive pesantissime; – consumi e investimenti vengono di conseguenza ridotti, quindi il Pil si ferma o addirittura diminuisce e poichè esso costituisce il denominatore del rapporto chiave della sostenibilità, si aggrava la situazione deficitaria di questi paesi. Questo vale in particolare per paesi come l’Italia che hanno da anni un livello di debito elevato, che finora non aveva destato eccessive preoccupazioni. La situazione dell’Italia pertanto si è aggravata non tanto perché il debito sia aumentato di molto, ma perché sono aumentate le posizioni debitorie degli altri paesi e dei più grandi in particolare. Ad esempio, se si confrontano le dinamiche del debito della Germania e dell’Italia si riscontra che negli ultimi dieci anni il debito italiano è aumentato di sette punti (è passato dal 113 al 120%), mentre quello tedesco è aumentato di 21 punti (dal 61% all’82%) Naturalmente il debito pubblico non può essere guardato isolatamente e considerato come unico indicatore. Contano anche altri fattori come ad esempio il fatto che noi abbiamo molti più titoli all’estero di prima e siamo quindi più soggetti ai movimenti finanziari nel mercato globale (questo fenomeno è cominciato quando, negli anni passati, per alleggerire la pressione del debito sono stati emessi titoli a lungo termine e con tassi più alti e si sono dovuti cercare gli acquirenti all’estero).

Paradossalmente il Giappone con un debito altissimo paga sui suoi titoli interessi molto bassi vicini all’1% perché il suo debito è posseduto quasi per intero da ri sparmiatori giapponesi e perché ha il terzo attivo dei conti correnti al mondo e la posizione patrimoniale con l’estero migliore al mondo. L’Italia, invece, pur con un debito pubblico più basso ha una bilancia dei conti correnti e una posizione debitoria con l’estero di 550 miliardi di dollari. Quindi oltre al livello di debito sul Pil contano i “fondamentali” come la bilancia commerciale e quella dei pagamenti. Questa maggiore debolezza dell’economia, indipendentemente dal livello di debito, è una delle principali cause di fragilità nel mercato finanziario. Allora, per riprendere il tema precedentemente affrontato delle vere cause della crisi, occorrerebbe prendere in considerazione anche questi fattori dai quali discende che se il debito pubblico è un problema, la debolezza della struttura produttiva lo è ancora di più e che quindi il rafforzamento dell’apparato produttivo dovrebbe venire prima del contenimento del debito. Come dire che se politica dei due tempi deve esserci il primo tempo dovrebbe vedere le politiche per la crescita e non quelle per l’equilibrio di bilancio.

Una crisi senza uscita

Fino a quando la spesa pubblica cresceva per servizi e sostegni ai redditi essa alimentava l’economia reale. Ma da quando essa ha fatto un balzo per salvare le banche dando a loro liquidità non destinata a finanziare l’economia reale, ma solo a coprire i buchi determinati dalla speculazione finanziaria, la spesa pubblica si è trasformata in “debito pericoloso” mentre prima poteva definirsi “debito virtuoso”. Si potrà, allora, uscire da questa crisi e se si quando e come? Il fatto che più volte sia stata annunciata la fuoriuscita dalla crisi, ma che poi si sia dovuto riconoscere che ciò non era vero la dice lunga sul fatto che la crisi ha spazzato via tante teorie e pratiche consolidate di politica economica e che le capacità previsionali si siano sempre di più indebolite. Questo non solo perché i modelli econometrici sono diventati obsoleti, ma per ragioni intrinseche alla crisi stessa che per essere contrastata richiederebbe o un radicale contrasto ai meccanismi del mercato finanziario o, come sta accadendo, misure di austerità che, però, producono ulteriori fenomeni recessivi e, quindi di aggravamento della crisi.

Ad aggravare ogni scenario previsionale contribuisce il fatto che, nel 2012, ci sarà una congestione di scadenze perché nel 2007 prima che la crisi esplodesse fu emessa una grande quantità di titoli a 5 e 7 anni (scadenza 2012- 2014) compresi junk-bond (obbligazioni spazzatura) con alti tassi di interesse e rating basso. Inoltre scadranno obbligazioni che erano state prolungate dal 2009 fino al 2014. Nasce naturale a questo punto la domanda: ma ci sarà risparmio disponibile sufficiente? La previsione più facile è che il denaro disponibile sarà troppo scarso per coprire debiti vecchi e nuovi e che quindi ci sarà una guerra di tutti contro tutti per accaparrarsi il poco disponibile. In ogni caso la crisi, per l’Europa, si sta avvicinando al suo punto di svolta. Gli interventi fatti non bastano, se ne richiedono altri, ma anche questi, lo si sa in partenza, saranno solo palliativi. Proprio a metà giugno si è reso necessario un aiuto alla Spagna per salvare il sistema bancario con una ricapitalizzazione a carico dell’Unione Europea.

Queste ricapitalizzazioni significano che si prestano soldi a tassi di interesse bassi perché le banche acquistino titoli pubblici, ma poichè questi interventi non migliorano le situazioni dei conti pubblici i titoli continueranno a svalutarsi e le banche che li detengono avranno ulteriori bisogni di rifinanziamento. E così il circuito vizioso continua. L’inadeguatezza degli strumenti adottati è ormai chiara a tutti e questo sta creando il vero fenomeno pericoloso che potrebbe esplodere nei prossimi mesi: il pubblico sta perdendo fiducia e cresce il rischio della corsa agli sportelli già in atto in Grecia e iniziata in Spagna. La fuga è cominciata anche in Italia, la Svizzera è inondata di capitali provenienti da altri paesi e la Bce stenta a compensare queste fughe che aumentano gli squilibri nei conti con l’estero. Se non siamo ancora al “panico di massa” poco ci manca e non contribuiscono certo a combatterlo i contrasti ormai aperti che hanno come protagonisti leader come la direttrice del Fondo monetario o il presidente Obama che preme sull’Europa perché la sua economia riparta prima che gli americani siano chiamati a votare. Insomma il rischio di disintegrazione dell’Unione Europea diventa sempre più reale e la crisi acquista sempre di più i caratteri di una crisi senza vie d’uscita. Di questo sembrano essere sempre più consapevoli gli elettori dei diversi paesi.

Crisi economica e risultati elettorali

Come ha reagito la popolazione europea di fronte alla crisi economica e alle politiche di austerità? L’atteggiamento elettorale ha punito i governi in carica? Le esperienze elettorali in Europa hanno tratti comuni (pochi) ed elementi caratteristici a livello nazionale (molti). In sintesi essi si possono raccontare con le schede che seguono. Spagna. Le elezioni si sono svolte nel 2011 sono state punitive per il governo in carica. Zapatero che aveva guidato una Spagna in forte crescita ha pagato la crisi economica e la sua incapacità a gestirla. Il Partito popolare ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti con 186 seggi, 32 più del 2008 e tre più del suo massimo storico nel 2000. Il nuovo parlamento spagnolo è più frammentato che in passato, con sette gruppi parlamentari e un gruppo misto di cui fanno parte sei formazioni. L’estrema sinistra di Izquierda Unita ha aumentato il suo peso passando da 2 a 11 deputati, non sufficienti, comunque, a coprire il crollo socialista.

Francia. Il 22 aprile 2012 si è svolto il primo turno delle elezioni Presidenziali francesi che ha visto prevalere il candidato socialista François Hollande (28,6%) sul Presidente uscente Nicolas Sarkozy (27,2%). È la prima volta che un Presidente uscente viene battuto al primo turno. Al terzo posto, con il miglior risultato di sempre, il Fronte Nazionale (17,9%) con la sua leader Marine Le Pen, al quarto posto il candidato Jean-Luc Mélenchon del Fronte di Sinistra. Il secondo turno si è svolto il 6 maggio 2012 e la vittoria elettorale è andata al socialista François Hollande che è stato eletto con il 51,6% dei voti contro il 48,3% del presidente uscente Nicolas Sarkozy. Dopo diciassette anni il Partito socialista torna al potere (il primo e ultimo presidente socialista era stato François Mitterrand). La forte avanzata della destra estrema e della sinistra radicale non hanno avuto gli stessi effetti sul secondo turno elettorale: infatti Hollande ha vinto perché la sinistra ha votato in massa per lui, mentre parte dell’estrema destra di Le Pen non ha votato Sarkozy perché contraria all’Europa e contraria alla politica dell’austerity. I risultati elettorali rappresentano senza dubbio una sconfitta della politica rigorista promossa da Nicolas Sarkozy e Angela Merkel.

Il 10 giugno si è svolto il primo turno delle elezioni legislative francesi: l’astensionismo è arrivato a livelli record: intorno al 43%. Al secondo turno per il rinnovo del Parlamento i socialisti hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi ribaltando i risultati del primo turno. Sì è così evitata la coabitazione ed Hollande potrà governare con una maggioranza solida ed omogenea. Questo fa ben sperare rispetto alle politiche europee ed alla pressione che occorrerà esercitare sul conservatorismo tedesco. Non solo, ma il fatto che dove la sinistra vince può rappresentare una indicazione utile anche per il nostro paese.

Italia. Le elezioni amministrative italiane del 2012 si sono tenute il 6 e 7 maggio (con ballottaggio il 20 e 21 maggio). Sono stati chiamati al voto 942 comuni di cui 26 capoluoghi per complessivi 3.463.826 elettori, quindi si tratta di un test consistente. La prima caratteristica da rilevare è la bassa percentuale di votanti: 51,38% contro il 65,36% delle elezioni precedenti. I risultati mostrano il crollo dei partiti dell’ex-governo Berlusconi: Pdl e Lega, senza una corrispondente crescita dell’opposizione di sinistra. Il crollo del Pdl era atteso e quello della Lega è dovuto agli scandali sull’utilizzo dei fondi pubblici. Non si è verificato lo spostamento verso l’estrema sinistra e l’estrema destra come nelle elezioni francesi e greche ma il voto di protesta (di elettori ex-destra ed ex-sinistra) si è indirizzato verso il Movimento Cinque Stelle, che ha saputo sfruttare il basso livello di fiducia nei partiti italiani sia di quelli che appoggiano il governo Monti sia di quelli che vi si oppongono. Da questo quadro si distaccano la vittoria di Flavio Tosi della Lega Nord nel Comune di Verona, dovuta al suo carisma e alla sua gestione e la vittoria a sorpresa di Leoluca Orlando (Federazione della sinistra e Idv) che ha vinto il ballottaggio col 70% dei voti. Il che la dice lunga sulla sintonia tra le forze tradizionali del centrosinistra e la popolazione. Le consultazioni si sono caratterizzate anche per il boom di liste civiche presenti: nei soli comuni capoluogo interessati sono state 279 ( il 61% in più del 2007).

La crescita vertiginosa dei simboli è dovuta a due tendenze intervenute negli ultimi anni: il malcontento che i partiti tradizionali hanno provocato tra gli elettori che mostrano una sempre minore fiducia nei partiti e le conseguenti fusioni, ricompattamenti, cambi di nomi e liste civiche tra i partiti con i quali i politici hanno cercato di riciclarsi. Germania. I risultati elettorali nella regione (stato-federale) più popolosa della Germania, il Nord Reno Westfalia, hanno duramente bocciato il partito cattolico Cdu di Angela Merkela a favore delle sinistre. La vincitrice delle elezioni è la Spd guidata da Hannelore Kraft, governatrice del Nord Reno Westfalia che ha ottenuto il maggior numero di preferenze (39%), mentre i verdi hanno ottenuto il 12%, pertanto i due partiti insieme hanno conquistato la maggioranza dei seggi. Grecia. Le elezioni parlamentari greche del 2012 si sono tenute il 6 maggio. La Grecia prevede un premio di maggioranza nel proprio sistema elettorale: 50 seggi da assegnare al partito con il maggior numero di voti ottenuti. Per ottenere la maggioranza assoluta, quindi, il partito vincitore deve ottenere almeno 100 dei 250 degli eletti con la proporzionale, cioè più del 39% dei voti. In Grecia si è registrata una crescita della sinistra radicale (diventato il secondo partito con il 16,8% dei voti) a scapito del partito socialista e una crescita consistente dell’estrema destra (Alba Dorata che ha raggiunto il 7% dei voti). I due principali partiti pro-Euro, ossia Nd (conservatori) e Pasok (socialisti), hanno ottenuto 149 seggi su un totale di 300, quindi non hanno la maggioranza assoluta richiesta per governare (151). Il partito di sinistra Syriza è invece fortemente euroscettico, insieme alle rimanenti formazioni politiche del Parlamento ellenico. Tali formazioni, però, sono di orientamento politico opposto per cui non è stato possibile formare una coalizione di partiti contrari alle politiche dell’Unione Europea.

A causa di questa situazione di “stallo” si è dovuto fare ricorso a nuove elezioni. Da queste sono usciti vincitori i conservatori, ma con una maggioranza risicata che li costringerà ad allearsi con i socialisti usciti ridimensionati e al loro minimo storico. Il ricatto europeo ha influenzato i risultati, ma la partita non è chiusa perché la sinistra è uscita ulteriormente rafforzata. Serbia. Le elezioni parlamentari serbe del 2012 si sono tenute il 6 maggio. Il conservatore Tomislav Nikolic è stato premiato dal popolo serbo al ballottaggio delle elezioni presidenziali e ha, contro incredibilmente sconfitto il suo rivale, il filo-europeista e presidente uscente Boris Tadic, che lo aveva sconfitto due volte nel 2004 e nel 2008, con un distacco di tre punti percentuali. Dopo la sconfitta della coalizione che mirava ad entrare in Europa e la vittoria della destra euroscettica gli investitori hanno abbandonato la moneta, il dinaro è crollato rapidamente e la banca centrale è dovuta intervenire con 80 milioni di euro.

Finlandia. Le elezioni presidenziali finlandesi del 2012, presentano due caratteristiche principali: solo il 32,7% degli aventi diritto ha votato; i partiti hanno previsto un budget di spesa nettamente inferiore rispetto alla tornata elettorale precedente in parte a causa della crisi economica e in parte a seguito degli scandali recenti riguardanti i fondi di campagne elettorali. Nessun candidato ha ricevuto la maggioranza dei voti al primo turno; nel secondo turno tenutosi il 5 febbraio 2012 è risultando vincitore il candidato del Partito della Coalizione Nazionale, l’ex- ministro Sauli Niinistö,(62,6% dei voti contro il 37,4% dell’avversario) che è diventato il dodicesimo presidente della Finlandia. Irlanda. Il 31 maggio 2012 gli irlandesi hanno votato per il referendum sul patto fiscale europeo (fiscal compact): ha vinto il si con il 69% dei voti, ma il si è stato giudicato più il risultato di una situazione disperata che una dimostrazione di fiducia nell’Europa.

Sintesi del voto recente in Europa. Non è facile estrarre segnali comuni e omogenei dalle elezioni nei diversi paesi. Volendo ricavare da esse tendenze di fondo, si può dire che penalizzano i governi in carica: questo è un dato noto nei periodi di crisi tanto che si parla tra gli studiosi di un “ciclo elettorale economico”. Ma se si guarda al passato e alla relazione tra crisi economica ed elezioni non si può dimenticare che nel 1929 (e questa crisi nella sua evoluzione somiglia sempre di più a quella di novanta anni fa) vi fu la nascita dei movimenti fascisti in Europa. Ora è vero che la storia non si ripete mai meccanicamente ma, come alcuni studiosi hanno rilevato, se le crisi non portano automaticamente fascismo, producono quasi sempre movimenti antisistemici prevalentemenmte orientati a destra. Tra i dati comuni che emergono c’è una sfiducia nella politica e una straordinaria crescita dell’astensionismo e delle forze contrarie al modello europeo. Come già denunciato alcuni anni fa2 l’astensionismo sta diventando il vero termometro della democrazio o il “mal sottile” della democrazia, per dirla con Valentino Parlato3, che ricorda che dall’astensionismo al voto di massa per un leader populista e di destra il passo, spesso, è breve.

Pur in uno scenario così preoccupante di grande valore è il significato della vittoria di Hollande in Francia. Se esso dovesse essere accompagnato nel 2013 da una vittoria dei socialdemocratici in Germania e del centrosinistra in Italia si potrebbero creare le condizioni per invertire le politiche di austerità fin qui seguite. Ma l’astensionismo e la forte sfiducia nella politica lasciano ancora consistenti margini di incertezza, ai quali si aggiungono i dubbi sulla legge elettorale con la quale si andrà a votare e le non ancora definite alleanze tra le forze politiche. Senza considerare poi come “voteranno” i mercati finanziari, perché non è da escludere che l’Italia sia sottoposta a una nuova ondata di speculazione come quella che ha determinato la svolta Berlusconi-Monti, per influenzarne i risultati elettorali.

La crisi e l’Europa

La crisi di cui abbiamo parlato nella prima parte e i risultati elettorali di segno così diverso nei vari paesi ci riportano, così, al tema dell’Europa del suo futuro. Non c’è dubbio, infatti, che il modo in cui la crisi si sta manifestando in Europa dipende da come l’Unione Europea la sta affrontando, dagli strumenti di cui si è dotata e da quelli che mancano, da quello che i singoli paesi pensano del suo futuro. Ormai tutti riconoscono come un limite enorme che sta pesando sul governo della crisi europea sia costituito dal fatto che si è fatta l’Europa della moneta comune, ma non si è fatta quella della politica fiscale comune né tantomeno quelle della politica sociale. Soprattutto non si è fatta l’Europa Federale con un suo bilancio. Così mentre in una grande realtà federale come gli Stati Uniti si guarda al bilancio complessivo dell’insieme dei paesi che la compongono e poco conta il fatto che qualcuno dei singoli stati abbia un rapporto debito/ Pil elevato, in Europa i singoli Stati sono valutati dai mercati finanziari secondo i loro specifici livelli di debito e di rapporto debito/ Pil ed è per questo che alcuni di essi sono entrati nel mirino della speculazione finanziaria e nella morsa della crisi di liquidità di cui abbiamo parlato.

Una Europa federata farebbe emergere un grande paradosso: il rapporto debito/Pil nell’insieme dei paesi europei è inferiore sia a quello degli Stati Uniti che a quello del Giappone, ma a essere in difficoltà sono solo i singoli paesi europei, perché in un mercato finanziario globale con tantissima offerta di titoli immessi nel mercato e scarsa liquidità generata dall’economia reale, gli orientamenti di investimento si spostano verso i paesi più forti mettendo in ginocchio i paesi europei più fragili e generando una catena senza fine che adesso tocca la Spagna e domani toccherà certamente anche l’Italia. Da qui la domanda di “più Europa” che emerge sempre più prepotentemente come unica risposta possibile. Ma non tutti ne sono convinti, non tutti hanno gli stessi interessi e non è nemmeno chiarissimo a tutti se si è ancora in tempo per correggere la rotta.

Soprattutto, non lo capisce la Germania, che dovrebbe per prima riconoscere che con l’euro ha goduto di un tasso di cambio più vantaggioso rispetto al marco e ricordare che essa esporta nell’eurozona il 42% del suo export. Così come l’Europa dovrebbe ricordare, come hanno fatto recentemente Nial Ferguson e Nouriel Roubini, che l’Unione Europea è nata anche per evitare il ripetersi dei disastri degli anni ’30, mentre oggi quei disastri rischiamo proprio di ripeterli. Ma siamo ben lontani da questi livelli di consapevolezza mentre a dieci anni esatti dalla creazione dell’euro appare sempre più chiaro che oggi si dovrebbe fare quello che non è stato fatto allora: affiancare all’ unione monetaria l’unione fiscale e politica. Si può fare ancora in tempo? È legittimo nutrire molti dubbi perché oggi le risorse sono molto più ridotte di allora e strumenti come, ad esempio, il fondo salva-Stati sono possibili solo negli anni di vacche grasse. Tra l’altro, si stanno affermando tendenze che vanno nella direzione esattamente contraria all’avanzamento del processo unitario, come ad esempio quella di vendere i titoli ai risparmiatori nazionali per sottrarsi alle speculazioni dei mercati; il che significa limitare la libertà di movimento dei capitali e ricercare negli spazi nazionali le proprie sicurezze. Così come il fatto che crescano opposizioni all’eurozona nei paesi del Nord Europa e aumenti l’ostilità dei paesi del sud verso essi, non va certo nella direzione che sarebbe giusto perseguire. Insomma quando molti sembrano convenire che serva “più Europa”, crescono spinte a dividere, e ad andare avanti guardando agli specifici interessi nazionali. Non solo, ma mentre tutta l’attenzione si concentra sul debito pubblico dei singoli paesi , si trascura alla fine un altro fattore importante che determina la vera forza economica dei paesi: la bilancia dei pagamenti perché un avanzo di parte corrente costituisce una garanzia di solvibilità del paese mentre un disavanzo va finanziato con prestiti all’estero e questo ricorso al credito diventa sempre più costoso e aumenta il rischio di insolvenza. Su questo terreno l’Italia è messa male: mentre ci si sofferma sul divario tra tassi di interesse italiano e tedesco si trascura il fatto che l’Italia ha un disavanzo nel conto corrente con l’estero per maggiori importazioni rispetto alle esportazioni. Questo ha prodotto una posizione patrimoniale netta sull’estero negativa pari nel 2010 al 24,3% del Pil. Anche Grecia e Portogallo hanno oltre a un debito pubblico alto questo squilibrio, mentre la Germania, così come il Giappone, hanno un debito pubblico elevato, ma una posizione netta sull’estero positiva. È questa una causa non secondaria della crisi. Anche per questo problema servirebbe “più Europa”, perché se in Europa ci fosse una politica fiscale comune, il disavanzo delle partite correnti non sarebbe un problema in quanto il disavanzo delle economie più deboli sarebbe compensato dall’avanzo di paesi in surplus. Insomma l’Europa della moneta unica e degli Stati non unificati non regge più.

Misure e misure

Quanto finora detto sull’Europa che manca non significa che nulla sia stato fatto per tentare di contrastare la crisi. Alcune misure come la creazione del Fondo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria, i prestiti fatti dalla Bce alle banche (1000 miliardi al tasso dell’ 1%), il meccanismo europeo di stabilità col fiscal compact sono state prese ed hanno un segno preciso: inondano di liquidità a basso costo le Banche mentre impongono restrizioni economiche che gravano soprattutto sui ceti popolari e che hanno effetti depressivi. Gli effetti principali in Europa si possono misurare con tre indicatori: il reddito per abitante che era nel 2007 di 26.477 euro è sceso nel 2011 a 25.718; gli occupati che erano 150 milioni si sono ridotti a 146 milioni; i disoccupati sono passati dall’11,8% a 17,3%. Ci sono, dall’altro lato, misure proposte, ma che non vengono ancora prese: emettere eurobond da destinare a politiche di investimenti per la ripresa, non considerare nella spesa pubblica gli investimenti per infrastrutture materiali e immateriali, tassare le transazioni finanziarie, omogeneizzare l’imposizione sui grandi patrimoni.

Queste e altre proposte hanno un segno diverso: da un lato intaccano la speculazione finanziaria delle banche, dall’altro possono riattivare l’economia reale. Su queste proposte i consensi crescono,ma le condizioni perché esse vengano assunte non ci sono ancora. Il punto di svolta che sta davanti all’Europa è proprio questo ed è di natura non tecnica, ma politica.

Ripartire dall’Europa

Nell’esame finora svolto abbiamo individuato un processo che ha preso il via negli Stati Uniti e che oggi si è fermato, come un uragano, sopra l’Europa distruggendo progressivamente ciò che di più fragile incontra. Qui la crisi finanziaria ha fatto esplodere le debolezze strutturali di una Europa “incompiuta” e, poiché le contromisure adottate sono state solo di stampo restrittivo e gravano soprattutto sugli strati popolari, la crisi ha investito la politica allontanando gli elettori dalle rappresentanze politiche e dalle istituzioni e facendo nascere spinte populiste ed egoismi nazionali che mettono a rischio il disegno stesso dell’Europa. Insomma, siamo di fronte ad un vero e proprio avvitamento tra crisi del debito, crisi politica e crisi dell’Europa il cui mix costituisce il fertilizzante adatto per populismi e sbocchi di destra, anche se, come dicevamo, sono ancora possibili sbocchi a sinistra. Se non si vuole subire passivamente questo processo di disgregazione non si può che attivarne uno opposto: ripartire dall’Europa, ricostruire il rapporto politica-popolo, ridimensionare, così, con la forza della politica, il problema del debito e la finanza che lo ha generato. Facile a dirsi, difficile a farsi4, ma la sinistra europea è chiamata a questo immane compito. Esso, infatti, non potrà essere svolto dalle destre che puntano al nazionalismo, ma nemmeno dalle grandi forze di centro come ad esempio la Cdu tedesca perché essendo esse espressione delle forze moderate subiscono il condizionamento della destra economica e difficilmente potranno trovare la forza di imprimere all’Europa una svolta nella direzione della solidarietà europea.

Ripartire dall’Europa in queste condizioni significa rilanciarne lo spirito originario, quello dei padri fondatori. Cosa che detta così oggi sembra veramente un’utopia fuori dal tempo o un attacco di romanticismo. A meno che non ci si convinca che c’è una “convenienza” di tutti a fare questo grande balzo in avanti.Equi forse si potrebbe ritrovare una funzione delle sinistre europee. Dovrebbe essere chiaro che quello che si sta giocando è anche il secondo tempo della partita cominciata nell’89 e proseguita con l’euro. Nello scenario globale si sono ridisegnate le aree geopolitiche del nuovo secolo: quella del Nord America, quella del Sud America (guidata dal Brasile), quella asiatica (guidata da India e Cina). In questo nuovo scenario l’area europea poteva inserirsi alla pari forte della sua potenza economica e della suo storia sociale e civile. Ma l’Europa ha voluto farlo solo sul terreno monetario e quando, come adesso, il gioco è diventato duro ha scoperto di non avere gli strumenti per reggere lo scontro a cominciare dalla impossibilità di garantire i bilanci degli stati membri. La sinistra europea oggi dovrebbe fare questo e rilanciare l’Europa dei popoli. Ma per farlo dovrebbe riconfigurarsi come “sinistra europea”, ritessendo un filo di relazioni tra i principali partiti, ricostruendo momenti comuni di elaborazione, cercando di svolgere nel parlamento europeo una azione comune.

Se questo si cercasse di fare forse si potrebbe riannodare un filo con gli elettori e con la politica e, conquistando nel 2013 postazioni importanti come l’Italia e la Germania, si potrebbe imprimere una svolta solidale all’economia e aggredire il debito così come la situazione impone.

Per concludere, se oggi il debito ha messo in crisi la politica prima e l’Europa dopo, occorre avviare un processo esattamente opposto: rilanciare il progetto europeo, rafforzare la politica e le sinistre, accantonare le sole politiche restrittive e attivare politiche che ridimensionino la finanza. Un compito immane per i quale c’è ancora pochissimo tempo a disposizione, se la situazione non precipita prima.


ANTONIO FOCCILLO

Un nuovo modello economico è possibile?

I nuovi principi imposti dall’ideologia neoliberista fondata sull’economia finanziaria, sta producendo nell’intera umanità costi enormi in termini di disoccupazione, insicurezza, infelicità, si interroga se sia possibile un futuro diverso per la nostra società, per l’Europa e per il mondo. La mia valutazione parte da una riflessione fondata su tre punti: il primo riguarda la necessità e l’obbligo di rimettere al centro della politica e del sociale la persona; il secondo propone di fissare regole a livello internazionali per limitare il potere della finanza e imporre una piccola tassa a questa enorme massa economica che si muove sui mercati; il terzo chiede che, in Europa, si arrivi a istituzionalizzare un governo eletto dai cittadini e che la BCE emetta moneta, con la contemporanea modifica dei trattati, per arrivare a investimenti a favore dello sviluppo, che siano svincolati dalla tagliola del rapporto pil/debito. E’ troppo alto, oggi, il prezzo che intere popolazioni devono pagare per alimentare la speculazione di pochissimi gestori della finanza mondiale, che ignorano il problema della corretta allocazione delle risorse disponibili, tuttavia manovrano sul mercato globale grandi masse di denaro virtuale e, bypassando l’economia produttiva e il mondo del lavoro, si arricchiscono solo utilizzando gli strumenti speculativi che il libero mercato ha messo a loro disposizione. Una platea sempre più vasta si interroga, finalmente, su come cambiare questi processi e la situazione economica che si è determinata. Tutto è iniziato con i subprime, nel 2007, ed è proseguito con gli hedge funds, fondi speculativi strutturati in modo da rimanere esclusi dall’ambito applicativo della normativa sull’intermediazione finanziaria e che agiscono sul mercato utilizzando valori assai elevati della leva finanziaria. Ciò permette ad un hedge fund di procurarsi, per compiere operazioni puramente speculative, un indebitamento finanziario mille volte superiore al suo patrimonio netto. Sono loro i grandi accusati della crisi globale, capaci di sconvolgere i mercati con un'enorme potenza finanziaria, dotati come sono di patrimoni pari e superiori a quattro volte il PIL di grandi paesi europei. Non si è mai agito per limitare la loro voracità, eppure le soluzioni ci sono. La prima può essere la Tobin tax, che scatterebbe ogni volta che un'azione, un'obbligazione o un altro strumento finanziario venisse comprato o venduto, così come su ciascuna operazione valutaria. Altro strumento, per limitare la vendita allo scoperto, può essere la riduzione dei tempi di liquidazione intercorrenti fra la vendita e il regolamento dell'operazione, oppure il deposito preventivo di titoli e capitali in un conto vincolato presso l'ente preposto alla regolazione degli scambi: un deposito di capitale contro la speculazione rialzista, e un deposito di strumenti finanziari per limitare quella ribassista. L’assenza di questi strumenti di contrasto ci ha fatto assistere, in questi giorni, all’attacco della speculazione all’Italia e all’intero sistema economico europeo. L’economista Fitoussì recentemente ha sostenuto: “In assenza di una soluzione redistruibutiva il contagio della speculazione rischia di determinare un’insolvibilità crescente nell’Eurozona”. Così prosegue “I responsabili dell’Eurozona giocano dunque con il fuoco, e rischiano di precipitare l’Europa e il mondo intero in una nuova crisi di vasta portata, che potrebbe rivelarsi insopportabile per le popolazioni, già fin troppo provate”. E conclude “E’ così difficile comprendere che la speculazione trae la sua origine dall’indecisione politica, assai più che dalla situazione delle finanze pubbliche dell’Eurozona, notoriamente la più sana tra i grandi Paesi industrializzati? (…) Quindi il misto, economia-politica, rischia di mettere il mondo in condizioni ancora peggiori di quelle attuali”.

Scrive Matteo Maggiore su un noto quotidiano italiano: “Gli sviluppi politici della crisi dell’euro sono estremamente preoccupanti per il futuro della democrazia in Europa. Si può dire che la crisi sia legata, più che al debito degli Stati, al deficit della sovranità in Europa (…) Quel che preoccupa è l’accento quasi esclusivo posto sul problema del debito. E’ compito dei governi gestire il debito pubblico in maniera prudente. In questo molti governi europei hanno fallito (…) Ma le nazioni non sono negozi e se il pareggio di bilancio fosse l’unico obiettivo della politica, i partiti non sarebbero gran chè utili. Al posto delle elezioni potremmo semplicemente indire i concorsi. I vincitori - con ogni probabilità tutti grandi economisti provenienti da scuole prestigiose - diventerebbero primi ministri”. Quindi in conclusione sostiene: “Se i governi possono contemplare il fallimento del debito, proprio come negozi, allora le notazioni dei fondamentali dovranno credere alle cifre giornaliere più che a qualsiasi potenziale futuro di cambiamento, crescita o solidità politica generale. Più o meno all’improvviso ci ritroviamo prigionieri di una politica a senso unico e con tempi strettissimi: nessun governo nazionale può far altro che decidere quasi esclusivamente il pareggio di bilancio, costi quel costi per i cittadini o le prospettive di crescita”. Sono d’accordo e per questo che voglio analizzare la situazione e fare qualche analisi e proporre qualche alternativa. A) Partiamo dagli economisti: George Bernard Shaw sosteneva che il compito degli economisti è quello di analizzare il presente e prevedere il futuro; molto spesso, aggiungeva, capita che preferiscano analizzare il futuro prevedendo solo il presente. Purtroppo, sembra proprio che sia così. Piuttosto, più che di previsioni, sarebbe meglio parlare di impegni che il nuovo millennio ci chiede di realizzare, tuttora inevasi per incapacità del sistema a fornire risposte o per colpevole disattenzione o, ancora, per palese insofferenza verso le grandi costruzioni ideali. La caduta delle ideologie, che poteva anche rappresentare un fatto positivo perché, abbattendo storici steccati culturali, consentiva un’accresciuta articolazione delle opinioni, si è invece trasformata in una spinta all’isolamento individuale, mentre la crescita della ricchezza ha accentuato le differenze, aumentato le spinte corporative ed esaltato i modelli consumistici a discapito della solidarietà. Lo storico smantellamento del muro di Berlino ha fatto prevalere modelli di vita scelti per pura e semplice esclusione, secondo il ragionamento che, caduto il comunismo, l’unico “mondo” in cui l’uomo può trovare la felicità resta il capitalismo. Ne è derivata l’affermazione del pensiero unico, il c.d. neoliberismo, diventato quindi un dogma, che, ignorando i fini sociali dell’azione economica, ha imposto di orientare le risorse economiche verso interessi finanziari-speculativi, invece che produttivi, per perseguire soltanto la logica della massimizzazione dei profitti. Tutto ciò ha evidenziato la divaricazione creatasi tra andamento dell’economia e i processi politico economico-sociali, che ha prodotto la concentrazione della ricchezza in un numero sempre minore di soggetti; l’aumento delle aree di povertà e l’emarginazione e, nello stesso tempo, un incremento delle attività contrarie all’utilità sociale ed una perdita di competitività dell’economia produttiva. Questo modello di capitalismo finanziario, contrario ad ogni forma di solidarismo in nome dell’individualismo competitivo, ha sferrato virulenti attacchi al modello socialdemocratico europeo, fondato sullo Stato sociale. Attacchi motivati dalla necessità di competitività, ma, in effetti, tendenti a rafforzare quel modello di capitalismo selvaggio e le politiche monetariste che stanno stravolgendo anche gli stessi principi di civiltà che hanno fatto forte il modello economico europeo. Questi principi, di tolleranza e di solidarietà tra gruppi diversi e tra generazioni diverse, sono stati, in Italia, i cardini della Costituzione, frutto delle mediazioni culturali fra forze politiche cattoliche, laiche e socialiste e divenuti, per merito del movimento sindacale, anche punti di riferimento nella prassi delle relazioni industriali. B) Veniamo alla politica: da circa venti anni una classe politica debole, vassalla dell’economia, invece di pensare ad un rafforzamento dei sistemi e delle prestazioni sociali, in un momento di così grande difficoltà, si è conformata all’idea neoliberista dello Stato semplice fattore di spesa improduttiva per cancellare la sua funzione di equilibratore della coesione sociale con tagli costanti e significativi dei servizi pubblici, considerati soltanto sperpero di risorse. Quindi l’impianto delle “nuove” proposte politico-economiche si è concentrato principalmente sui tagli alla spesa pubblica senza mai valutare le ricadute sui costi sociali, in particolare alle nuove esclusioni, emarginazioni e povertà. Anzi è andato oltre affermando la necessità della privatizzazione anche di settori di tutela della dignità della persona e di beni primari quale l’acqua. C) L’Europa: La stessa Unione Europa attenta unicamente all’imperativo della stabilità ha depresso e deprime ogni politica di sviluppo producendo ulteriori diseguaglianze economicosociali con le sue direttive tendenti a richiamare gli Stati aderenti al rispetto dei parametri economici dettati dalla Bce. La costruzione di un’Europa dei popoli e di un’Europa sociale del lavoro è vista sempre più lontana dai cittadini, tanto è vero che, ogni volta, che essi sono chiamati a votare per proseguire nel processo Europeo, i risultati sono sempre negativi e di rifiuto. E’ evidente quindi la necessità di nuovi modelli economici e sociali, per avviare uno sviluppo economico non più solo mercantile. In Europa, bisogna riproporre come centrale il problema del sociale e ridare dignità a quei principi di solidarietà, unici correttivi alle spinte egoistiche, che vedono nella povertà ed emarginazione uno scomodo fardello da occultare più che una questione da risolvere. Oggi l’Unione Europea vive un momento molto difficile, le scelte sono definite da alcuni paesi egemoni con ricadute molto disastrose per i cittadini e i lavoratori di altri stati membri, ma anche sulla sopravvivenza stessa della UE. Certamente la vicenda greca ha spinto gli stati europei a manovre finanziarie, fino a pochi anni fa inimmaginabili, che hanno sacrificato una possibile ripresa. Purtroppo le ricette UE e FMI non favoriscono lo sviluppo, infatti, tutto è precipitato e sono state rinviate le scelte strategiche di crescita economica e di sviluppo. Così, dopo vent’anni di politiche economiche di stampo neoliberista, restano apertissimi alcuni problemi fondamentali della società europea quale la disoccupazione giovanile, che sta sciupando la risorsa umana, il nostro bene più prezioso, colpendo in maniera diseguale accentuando disparita territoriali, di genere e generazionali. Per di più la crisi sta allargando in maniera allarmante l’area della nuova povertà, che colpisce oggi ceti sociali che sembravano essere al sicuro dalla crisi. Inoltre nell’Unione esistono differenze sensibili riguardanti la sicurezza e la protezione sociale, la legislazione sociale, le relazioni industriali e le politiche contrattuali. Possiamo dire che se l’Europa continua ad avere come bussola esclusivamente il mercato, a cui conferisce la possibilità di decidere il grado di convergenza delle condizioni di lavoro e il progresso sociale, alimenterà ulteriore sfiducia, povertà e malcontento con qualche rischio per la democrazia. Poiché un secolare principio recita che una politica economica senza rappresentatività democratica è intrinsecamente tirannica, l’Europa per imporre democraticamente decisioni economiche a tutti i suoi cittadini deve avere un governo europeo democraticamente eletto da tutti, altrimenti si rischia un pericoloso “default” democratico. E’ vero che esiste già il Parlamento europeo e che ha acquisito sempre nuovi poteri, ma è un organo di indirizzo e non di decisione. Aggiungo infine che i diritti sono tali se sono garantiti e, naturalmente, anche i diritti sociali rimandano ad uno status di cittadinanza che nel loro complesso li renda efficaci. Dunque la cittadinanza è agire politico autonomo e la sovranità popolare nel tempo non diventa più identità e neanche adesione ad una comunità, ma piuttosto condivisione di uno status di diritti civili, politici e sociali e di valori universali.

Di tale situazione ne è d’esempio proprio l’Italia dove lo scontro politico ed il sistema elettorale hanno prodotto il venir meno delle mediazioni fra interessi diversi e di solidarietà fra le persone. Cosicché l’unità del corpo sociale è stata continuamente divisa: governanti e governati, società economica e società politica, nord e sud, pubblico e privato in un clima di continua contrapposizione che ha ignorato finanche gli interessi comuni. Anche gli strumenti di partecipazione democratica sono stati ridimensionati nelle loro funzioni di rappresentanza e sono aumentate le distanze fra i cittadini. Ultimo la posizione espressa da Monti sulla concretazione. Vi è bisogno, invece, che queste situazioni vengano esaminate e risolte con la prassi della politica di concordata delineando prospettive con una progettualità di sviluppo, pur lasciando al Governo la decisione finale sul come realizzarle. Sosteniamo ciò proprio perché ci rendiamo conto che oggi in Italia, a causa dell’affievolirsi del senso di solidarietà, sono venuti meno quei collanti che qualificavano la nostra comunità, mentre in vari paesi sono nate contestazioni molto violente e, quello che appare più forte nel “vulnus” della democrazia è aver imposto alla Grecia di cancellare il referendum sulle misure economiche o imporre governi non eletti, ma graditi ai mercati e alle grandi lobbies. Vi è quindi un trasferimento di sovranità dal popolo al mercato per noi impossibile da accettare. Noi, come gli altri paesi europei, avevamo accettato di rinunciare alla sovranità per riconoscerla una sovraordinata, ma, a parere mio, questa seconda non si è ancora realizzata. Come pure vi erano governi pavidi e indecisi che non riuscivano a concretizzare politiche adeguate, ma comunque erano legittimati da un voto democratico che li aveva eletti. Il problema resta per quelli imposti. A chi rispondono? Senza un chiaro richiamo ad una politica nazionale ed europea che sia partecipata democraticamente, le costrizioni provenienti da Bruxelles e da Berlino rischiano di accentuare una diminuzione della sovranità nazionale che non corrisponde al suo trasferimento a un livello soprannazionale. Senza un potere centrale forte e democraticamente legittimato le regole comuni non resistono a negoziati tra governi nazionali formalmente pari fra loro e sostanzialmente in conflitto. Non può essere permesso che la nostra vita sia scandita da organismi come la Bce, il FMI e la stessa Unione Europea così com’è non ha grande autorità nei loro confronti. E’ ormai improrogabile la modifica dei Trattati con la previsione dell’istituzione di un governo politico europeo, con la Banca Europea, non più solo guardiana dell’inflazione, ma dotata della capacità di emettere moneta, per favorire così lo sviluppo, possibile solo se gli investimenti e le spese non vengano considerati quali fattori di debito, ma fattori di sicura crescita e progresso. Va quindi individuato un nuovo modello di espansione economica, un forte progetto di rinnovamento che riaccenda le speranze sopite con una seria e corretta politica sociale, al centro della quale devono ritornare le persone con i loro bisogni e le loro aspettative, attraverso la distribuzione della ricchezza complessivamente prodotta, rispondendo così anche alle nuove povertà e alle fasce deboli della popolazione. Il benessere, il livello di civiltà, la solidarietà e le pari opportunità devono essere garantite dallo Stato e soprattutto oggi, in un momento di grave crisi economica, i servizi pubblici devono garantire un accettabile livello di vita soprattutto per le persone più indigenti. Deve aver fine la svendita dei beni pubblici programmata nel 1992, sul Britannia, dove si decise oltre alla corposa svendita di appetibili beni pubblici, anche l’attacco a 5 monete e a 5 classi politiche di allora. Invece le preoccupazioni in merito continuano, infatti, a febbraio del 2010 il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una presunta cena cospiratoria tenuta l’8 febbraio nella sede di una piccola banca d’affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt, in cui si cercavano strategie per evitare un’ondata di vendite di dollari da parte delle banche centrali ed il conseguente crollo del dollaro. Sembra che gli influenti partecipanti abbiano deciso che l’unica maniera per rafforzare il biglietto verde dovesse passare attraverso un attacco all’euro, ma siccome le compravendite di euro ammontavano circa a mille miliardi al giorno risultava impossibile un attacco frontale, quindi, gli hedge funds hanno cercato i fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato iniziando dai piccoli paesi del meridione europeo – Grecia e Portogallo – dove era anche possibile contare anche sulla disponibilità della politica, per finire all’Italia e alla Francia. E’ fantapolitica? Nei giorni successivi, infatti, è iniziato il travolgente movimento ribassista sull’euro, poiché gli hedge, dopo quella cena fecero salire vertiginosamente i futures contro l’euro, che a fine febbraio raggiunsero punte, allora record, di 70mila contratti, segnalando al mercato che un movimento importante era in atto a cui, ovviamente, i più lesti si accodarono. Ma per raggiungere gli obiettivi voluti era necessario che si aggiungessero le valutazioni delle agenzie di rating. Infatti, le tre società private americane, Moody’s, Fitch, Standard & Poor, tra aprile e maggio, agirono con tempismo, adombrando possibili diminuzioni di rating di Spagna e Portogallo, paventando contagi dalla Grecia all’Irlanda, facendo annunci a mercati aperti a pochi minuti dalla fine delle contrattazioni. La valanga programmata c’è stata e noi ne subiamo le conseguenze. Questo più che libero mercato, sa tanto di aggiotaggio. Inghilterra e Francia, non sono oggetto dell’attacco da parte degli Hedge Funds eppure non stanno meglio dell’Italia e ciò risulta da un indice del rischio di bancarotta per 20 paesi dell’OCSE elaborato, più di un anno fa, dalla Royal Bank of Canada, da cui emergeva che Irlanda e Grecia erano i due paesi con maggiori possibilità di fallire. L’Italia, in questa statistica per rischio di fallimento, occupa il quinto posto in compagnia di Francia e Regno unito. Intanto l’attacco all’euro costringerà molte popolazioni in Europa ad accettare una forte riduzione del Welfare State e promuoverà la vendita o la svendita dei beni di questi Paesi. Governi democraticamente eletti sono stati spodestati dai mercati. L’obiettivo della speculazione promosso dai grandi poteri della finanza mondiale è, dunque, di appropriarsi di buona parte delle ricchezze degli Stati e di milioni di singole persone che vedranno modificare le proprie prospettive di vita e saranno indotti ad accettare forme di privazione della democrazia e della libertà pur di ottenere una maggiore sicurezza. Ma forse l’obiettivo di questa speculazione può essere proprio il controllo della democrazia, infatti, se dovesse essere ridimensionata l’attività del Welfare State, per il quale tutta l’Europa ha lottato per decenni, ogni persona sarebbe più assorbita dai problemi contingenti di come far studiare i propri figli, di come proteggere la salute della propria famiglia, di come sistemare la propria vita futura nella vecchiaia e, nella situazione in cui non avesse la speranza di poter risolvere i propri problemi per il venir meno di quella coesione sociale che solo i sindacati, i partiti, il senso di appartenenza alla collettività nazionale possono mantenere, non avrebbe altra via che accettare la fine dei valori della solidarietà, della fratellanza, dell’uguaglianza e anche della libertà perché sarebbe disposta a perdere in termini di democrazia pur di salvaguardare le proprie esigenze di sicurezza, così com’è accaduto ora in Grecia con la rinuncia al referendum.

Per questo riteniamo che sia imprescindibile individuare, proporre e poi sperimentare una nuova forma di Società fondata su un diverso modello economico e sociale in grado di ridare un po’ di credibilità alla politica e far sì che la persona ritorni ad essere al centro di ogni azione economica, sociale e politica. Partiamo dal rimettere in discussione quel modello di sviluppo che ritiene che i costi sociali ed ambientali siano solo sperperi. Dobbiamo proporre ed evidenziare l’alternativa dei contenuti di una società più giusta e più equa attenta alla salvaguardia della persona e dei diritti di cittadinanza dal diritto al lavoro al diritto alla vita; alla sicurezza sociale. Principi che hanno consentito al Paese anni di benessere e garanzie, permettendo a ciascun individuo di essere considerato non un suddito ma un cittadino a pieno titolo. Scriveva Luciano Gallino citando Keynes in “Le conseguenze economiche della Pace”, in merito alle drastiche misure imposte ai tedeschi nel dopo guerra: “Keynes era rimasto colpito durante le trattative, cui aveva partecipato, dall’ottusa incapacità dei governanti delle potenze vincitrici di ragionare sulle conseguenze di misure che strappavano la sovranità economica a intere nazioni. I governanti di oggi non sembrano mostrare una maggiore lungimiranza di quelli di ieri”. Per questo la prima azione deve essere quella di riproporre una iniziativa politica a livello europeo per ripristinare condizioni di equilibrio nella gestione delle risorse a favore dell’intera collettività e non solo dei paese egemoni. Quindi, contrastare le volontà egemoni di Paesi, come la Germania, più attenti alla loro stabilità economica che a quella complessiva dell’intera Europa. Servirebbe una nuova classe dirigente per un progetto più ampio di libertà non solo economica, ma anche del lavoro, nell’ottica di crescita e non di difesa della sola inflazione. Voglio infine ricordare quello che avvenuto in Islanda, poiché questo Paese ci ha dato l’esempio di uno Stato che si riappropria della propria sovranità, contro le terapie recessive e antipopolari del FMI, della BCE, gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, compiendo quella che viene definita una 'rivoluzione silenziosa'. Gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione. Oggi l'Islanda si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Non sarà questo il modo per risolvere il problema, ma certamente non bisogna arrivare all’esasperazione dei popoli e aspettare che reagiscono in questo modo. Voglio, però aggiungere un’ulteriore considerazione che si basa sulla titolarità dello Stato italiano ad esercitare la sua sovranità, atteso anche che, come diceva Carl Schmitt “Sovrano è chi decide lo stato di eccezione” e prosegue “ la normatività è impotente durante gli stati di crisi”. Nel caso attuale tale normatività è rappresentata dal FMI i cui dettami sono stati pedissequamente assunti dalla UE e che non capiamo in base a che cosa viene a certificare la correttezza delle decisioni del Parlamento italiano. In conclusione emerge la necessità di ripristinare nella UE una mediazione politica vera, che si contrapponga agli interessi economici di parte, assicurando le garanzie della democrazia partecipata e condivisa. Quindi voglio ribadire la necessità che la politica ritorni a svolgere la sua funzione per una “Nuova Era”, liberandosi dalla nefasta influenza che la governa per ripartire con scelte che reintegrino il senso del bene comune in un processo di sviluppo condiviso per il bene di tutti e non di pochi.


ALFIERO GRANDI

Finanza e democrazia

Trovare il filo rosso Questa è una fase politica, economica, sociale, morale confusa, come non si vedeva da tempo. Non è semplice identificare un percorso in grado di comprendere e fronteggiare la crisi e insieme costruire una prospettiva politica e sociale rinnovata. Dopo una fase di grandi certezze, di sguardi lunghi, ora la situazione è precipitata in un affannoso giorno per giorno, con una prevalenza culturale della destra, in particolare in campo economico e sociale. La lotta di classe c’è. Ne ha parlato bene Gallino nel suo ultimo libro, ma è condotta dalle classi dominanti contro quelle subalterne. Anche l’informazione svolge un ruolo importante in questa lotta, attraverso una sorta di dipendenza dall’informazione “usa e getta” che si consuma con sempre maggiore rapidità. Ad esempio, alla vigilia della seconda tornata elettorale in Grecia la presentazione fatta dagli organi di informazione delle scelte che erano di fronte agli elettori greci (euro o dracma) è stata omogenea e insieme mortificante, del tipo civiltà o barbarie. Identici argomenti, identica presentazione delle alternative in campo, totale subalternità all’ideologia dominante. Al punto da fingere di dimenticare che Nuova democrazia, presentata come il partito adatto a garantire la permanenza della Grecia nell’Euro, è lo stesso che in precedenza ha truccato i conti pubblici e portato quel paese nel baratro. Dovremmo ricordare sempre questa sorta di contrappasso. Districarsi nella situazione confusa di oggi non è facile, ma occorre tentare di farlo. In particolare nel nostro paese occorre cercare di farlo prima delle prossime elezioni politiche. Per questo occorre tentare di rendere chiara la posta in gioco delle prossime elezioni. Questo non vuol dire attribuire a quell’appuntamento politico un significato palingenetico. Tuttavia una soluzione politica per un periodo corrispondente ad una legislatura può portare in Italia a derive tali, come dimostra anche l’attuale situazione, che possono spingere il nostro paese in situazioni difficilmente recuperabili. Purtroppo il confronto tra le forze in campo, sia politiche che sociali, non sempre riesce ad affrontare, la sostanza dei problemi. Invece la sostanza c’è, eccome. C’è qualcosa di radicale in quanto sta accadendo e questo dovrebbe spingere a fare scelte altrettanto nette per consentire agli elettori di scegliere effettivamente. Il peso preponderante della finanza Nell’arco di poco più di 20 anni la finanza internazionale è cresciuta a dismisura fino a diventare almeno 10 volte il Prodotto Interno lordo mondiale. Solo poco più di 2 decenni fa il complesso delle attività finanziarie era inferiore al Pil mondiale. Di questa massa enorme di capitali finanziari che vagano nel mondo in cerca di profitto, la parte rappresentata dalle borse è enormemente più limitata, inferiore al Pil mondiale, quindi meno di un decimo degli oltre 600.000 miliardi che rappresentano la mostruosa mole del capitale finanziario che è in movimento nel mondo. La descrizione che fece Balzac degli speculatori di borsa impallidisce di fronte alle dimensioni raggiunte dai giochi e dalle speculazioni finanziarie nel mondo attuale.

Questo conferma che gran parte dei movimenti finanziari sono estranei ad un qualsiasi rapporto con le attività economiche materiali e immateriali, di qualunque natura. Tuttavia le attività e le incursioni speculative della finanza hanno effetti concretissimi sull’economia e sull’occupazione e possono condannare al disastro non solo un’economia nazionale ma uno stato sovrano. La situazione attuale dell’Europa dimostra che un’intera area economica con mezzo miliardo di abitanti, tra le più avanzate del mondo, può entrare in sofferenza, sotto l’attacco della speculazione che mira a fare saltare l’Euro. Va ricordato che se lo spread con i bund tedeschi è per tanti paesi, compresa l’Italia, un incubo, per la Germania è un bengodi costituito dall’abbondante arrivo di capitali praticamente a interessi zero, come del resto avviene da tempo per gli Usa. Sraffa cercò di risolvere alcune contraddizioni di Marx spiegando i prezzi con la produzione di merci attraverso merci. Oggi Sraffa dovrebbe misurarsi con la produzione di capitale finanziario attraverso altro capitale finanziario. Il capitale finanziario manifesta una superfetazione di dimensioni tali che è la novità assoluta dell’epoca attuale e ha raggiunto dimensioni mostruose, fino ad essere in grado di aggredire prede che in altre epoche sarebbero state fuori dalla portata della speculazione, fino a mettere in sofferenza l’intero sistema economico mondiale. Non a caso il battito delle ali della farfalla greca ha preoccupato molto il Presidente Obama. Eppure la Grecia non ha un peso economico rilevante per gli Stati Uniti. La memoria smarrita della crisi del 1929 Come è avvenuto questo ? Come l’attività finanziaria ha assunto una dimensione che oggi sembra inarrestabile e ingovernabile ? Eppure la crisi del 1929 dovrebbe avere insegnato molto. In realtà non è così. Non va dimenticato infatti che la crisi in cui siamo ancora pienamente immersi sembra non avere prodotto iniziative e reazioni all’altezza dei problemi. Nulla di sostanziale è stato risolto dal 2007 ad oggi. I problemi di oggi sono gli stessi di prima della crisi finanziaria iniziata nel 2007. Recenti studi hanno rivelato che le attività finanziarie (sommando le diverse fattispecie) hanno superato la dimensione precedente la crisi, iniziata alla fine del 2007, e continuano a crescere ulteriormente. Ulteriore segno che il problema non è affatto risolto. La crescita - smisurata in quanto senza parametri con l’attività economica reale - della dimensione finanziaria ha effetti pervasivi, invade e tende a permeare anche la sfera dei consumi non tradizionalmente oggetto di attenzione, delle abitudini, perfino dei valori e dell’etica. Soprattutto rappresenta un poderoso vincolo sull’esercizio della democrazia moderna e in particolare sulla possibilità di esercitare, nel suo ambito, le scelte politiche. La democrazia è in discussione In questa crisi abbiamo visto che la democrazia di paesi sovrani è stata pesantemente limitata, conculcata, senza tanti complimenti, senza infingimenti. La differenza nei rapporti di forza tra la speculazione finanziaria, in grado di infliggere colpi pesantissimi, e i singoli stati nazionali può essere tale da non lasciare scampo.

Contrariamente a quanto sostengono alcuni, il capitalismo ha sempre avuto un rapporto ambiguo con la democrazia e non solo nella fase imperialista. Atteggiamenti rivoluzionari e libertari sono stati fortemente presenti nelle fasi di costruzione della nuova economia capitalistica, dopo le cose sono diventate molto più complicate. Oggi è evidente che il capitalismo a dominio finanziario ritiene le procedure democratiche una perdita di tempo e immagina che tocchi ai santuari finanziari decidere al posto della collettività e di non dovere rendere conto a nessuno delle scelte. Del resto le forme anomale di governo di questi tempi sono numerose e il ruolo dei “tecnici” ne è una conferma. Perfino il capitalismo tradizionale, fondato sul rapporto tra capitale e lavoro, ha i suoi problemi perché l’attività finanziaria tende a limitarne l’attrattiva, a spiazzarlo. Di fronte alle scelte possibili di allocazione del capitale la scelta finanziaria è apparsa spesso la via più allettante, più rapida, più remunerativa dell’investimento. Da tempo la crescita finanziaria tende a spiazzare gli investimenti in attività di qualunque tipo. La crescita della dimensione finanziaria è esplosa dopo la caduta del muro di Berlino e la sua realizzazione è avvenuta in un quadro egemonizzato dalle sedi finanziarie principali, in particolare degli Stati Uniti. Il ruolo degli Usa Rampini ha scritto, felicemente, che nella crisi finanziaria iniziata alla fine del 2007 ci sono le impronte di Clinton. Infatti il decennio della presidenza Clinton ha contribuito non poco a creare l’illusione che la crescita di valore finanziario degli immobili e in generale le attività finanziarie potessero compensare la diminuzione dei redditi da lavoro, da pensione, ecc. e ha non poco contribuito a smantellare le regole stabilite dopo la crisi del 1929 che avevano lo scopo di evitarne il ripetersi. Una decisione della Sec ha consentito ai derivati di diventare il mostro finanziario che sono oggi. Fino all’insistenza degli Usa per ottenere attraverso il WTO lo smantellamento delle difese dei paesi più deboli per consentire l’invasione dei prodotti e soprattutto della finanza internazionale. Privatizzazioni innanzitutto, e di tutto, compresi i servizi sociali, la sanità e questo malgrado proprio gli Stati Uniti siano l’esempio vivente che non solo privato non è meglio ma è anche enormemente più costoso. Infatti il sistema sanitario americano a base assicurativa è il più costoso del mondo, e questo senza realizzare neppure la copertura generale della popolazione. Naturalmente i repubblicani, in particolare con Reagan, sono stati i demiurghi di una fase di inversione di rotta: dalla diminuzione delle tasse per i ricchi fino alla riduzione dello stato sociale, salvaguardando ovviamente la crescita della spesa militare. Tuttavia va detto che il periodo di Clinton ha impresso un impulso sulla finanza, attraverso lo smantellamento di regole e la liberalizzazione di altre, di cui oggi vediamo le conseguenze. L’apertura delle “dighe” ereditate da Bretton Wood, probabilmente già insufficienti per l’epoca attuale, ha portato al dilagare di una finanza a cui nessuno chiedeva più di dimostrare di avere un qualche rapporto con l’economia reale, di non raccontare balle. Anzi la parte più rilevante erano le lucrose commissioni per le banche, che hanno finito per diventare la loro linfa vitale, l’aggio per i suoi sacerdoti. Questo ha drasticamente cambiato sia la distribuzione della ricchezza che quella dei redditi che infatti si sono divaricati a dismisura. E’ vero che ci sono fondi pensione che hanno fondato le loro previsioni sui risultati degli investimenti finanziari, ma è altrettanto vero che centinaia di migliaia di lavoratori hanno semplicemente perso la pensione per il fallimento dei fondi a cui avevano affidato le loro speranze. I referendum contro la finanziarizzazione dell’economia Una nota va fatta su un aspetto solo apparentemente minore. I referendum che si sono svolti in Italia nel giugno 2011 sono reazioni, anche se con caratteristiche diverse, a questa dilatazione delle privatizzazioni, portata avanti con il solo scopo di aprire nuovi campi alle scorrerie della finanza. La questione dell’acqua è più immediata da comprendere: la sua privatizzazione è pretesa per aprire non solo nuovi campi al profitto privato ma ancora di più per avviarne la finanziarizzazione, al cui termine il rapporto con l’oggetto dell’attività - l’acqua - diverrebbe del tutto remoto. Anche il nucleare aveva questo obiettivo. Produrre energia elettrica da nucleare, al netto delle questioni della sicurezza - peraltro imprescindibili - e dall’esistenza di alternative energetiche validissime, è anzitutto un enorme affare finanziario, che muove appalti lucrosi, con in più una forte concentrazione nel tempo e nello spazio, perché l’empireo della finanza non ha tempo da perdere e preferisce bocconi grossi e concentrati.

Lo tsunami finanziario L’allentamento dei controlli sulla finanza da un lato e le risposte tutte centrate sulle immissioni monetarie alle varie crisi finanziarie che si sono avute, fino a quella gravissima che è tuttora in corso, hanno creato una prateria finanziaria sterminata, senza frontiere e senza controlli di sorta, senza vincoli, senza strumenti di intervento validi. Le risposte della Federal Reserve, oggi sostanzialmente imitate dalla Bce, sono essenzialmente immissioni di liquidità, forse necessarie nell’immediato per intervenire nelle fasi di crisi acuta, per scongiurare il disastro, ma sostanzialmente orientate a ricreare le condizioni quo ante e quindi a rimettere in moto lo stesso meccanismo di prima, al netto di qualche fallimento. Il futuro è visto come ritorno al passato. Obama aveva promesso all’inizio della crisi finanziaria delle misure che però sono state pensate essenzialmente per l’interno degli Usa, con l’effetto di lasciare alla finanza con base negli Usa piena libertà di azione all’estero. A tuttoggi anche all’interno degli Usa in realtà grandi novità regolative non sono state realizzate. In realtà l’ottica ridutttiva, rivolta all’interno, dell’intervento di Obama ha sottovalutato l’indispensabilità di nuove regole sui mercati finanziari internazionali e questo ha finito con l’indebolire anche le iniziative all’interno. Per questo oggi gli Usa cercano essenzialmente di rimettere in moto il meccanismo che in precedenza aveva consentito un periodo di crescita. L’obiettivo è ancora una volta tornare a prima. L’Europa ha avuto qualche velleità, a parole, ma poi i fatti non sono arrivati. L’Europa non ha avuto né la forza, né la reale intenzione di affrontare la sfida di un sistema di controlli e di un governo mondiale della finanza internazionale. Quindi anche l’Europa, che pure aveva tutto l’interesse ad affrontare il problema, si è acconciata a misure di austerità e verso tagli alla spesa pubblica per tentare di affrontare secondo classiche ricette neoliberali la crisi finanziaria, rinunciando di fatto ad affrontare la regolazione del sistema finanziario. Ai “mercati” si può solo ubbidire. L’Europa ha dedicato maggiore attenzione, sia pure con ritardi e scarsa efficacia, agli strumenti per intervenire nella crisi delle banche, dei debiti sovrani, ma sempre con misure difensive. Colpirne uno per educarne cento E’ fin troppo noto che salvare la Grecia all’inizio avrebbe avuto per l’Europa un costo limitato, una frazione di quanto la Germania ha speso per salvare le sue banche. Ancora oggi, malgrado il procedere della crisi abbia moltiplicato i costi, il salvataggio della Grecia è una frazione degli oneri che l’Europa dotrebbe sopportare per l’esplodere di una crisi finanziaria fuori controllo. Sullo sfondo si avverte che l’Europa ha perduto l’occasione di costruire un diverso rapporto con le aree economiche che irrompono nell’economia mondiale. Basta pensare alla Cina che aveva proposto di superare il dollaro come base di conto per l’economia mondiale, echeggiando - decenni dopo - la proposta Keynesiana del bancor. Proposta che l’Europa ha semplicemnte ignorato. Se non c’è una visione mondiale resta solo la possibilità di tentare una linea di difesa, che nel caso dell’Europa è per di più impacciata, frantumata ed incapace di affrontare con respiro i problemi. Colpisce che proprio ora che la globalizzazione finanziaria nell’epoca del turbocapitalismo sta creando squilibri intollerabili le forme di solidarietà politica e sociale a livello sovranazionale e mondiale siano al livello più basso. Per parlare di chi c’è: l’internazionale socialista è l’ombra di legami che precedenti, come del resto dimostra l’atteggiamento tenuto verso la Grecia. Anche il legame internazionale dei sindacati è molto al di sotto di quanto sarebbe necessario. Eppure questi sono i legami oggi esistenti. Nella maggior parte dei casi non c’è neppure questa dimensione. La chiusura difensiva, su un’area ristretta di interessi, ha un riflesso politico evidente. La prima grande questione infatti è la debolezza di una visione di insieme di quanto accade nel mondo, che è la necessaria premessa per l’organizzazione di iniziative per avere un peso nelle scelte. Anche Occupy Wall Street e gli Indignados sembrano oggi in una fase di stanca, pur avendo goduto di una certa simpatia perché è evidente la divaricazione tra un’elite che guadagna comunque, e quindi vince anche nella crisi, e la grande maggioranza della popolazione, che invece ne subisce le conseguenze. Anche il forum mondiale, pur restando una sede interessante di confronto e di iniziativa sovranazionale, è sottotono rispetto al passato. Eppure iniziativa e solidarietà internazionali sono necessarie. Questa ottica nell’affrontare i problemi è più che mai indispensabile. Altrimenti il capitale finanziario è mobile, senza frontiere, mentre i lavoratori sono legati, almeno in buona misura, al territorio e questo è il primo degli elementi di disparità. Un poeta latinoamericano ha detto che i lavoratori dovrebbero pretendere di potersi muovere almeno quanto i capitali finanziari. Alla globalizzazione della finanza e dei capitali occorre creare un contraltare, con iniziative e solidarietà dello stesso livello.

Per la democrazia

E’ in questo quadro che si pone in termini nuovi la stessa questione della democrazia. Il capitale finanziario globalizzato si muove per realizzare il massimo guadagno, a qualunque costo. Mentre la risposta politica è essenzialmente fondata sul livello nazionale, per di più spesso in ritardo, contraddittoria, difensiva. La dimensione dei movimenti di capitale finanziario arrivata a livelli mai visti ha creato una potenza enorme - e prima sconosciuta - di pressione, mentre la risposta politica avrebbe bisogno di interventi dello stesso livello. La dimensione dello Stato è insufficiente, tranne alcuni casi in cui lo Stato ha una dimensione continentale. In questo quadro l’idea di un’Europa unita aveva le caratteristiche potenzialmente necessarie, ma sappiamo che nella realtà le cose si sono rivelate ben diverse. Lo Stato nella crisi ha svolto compiti rilevanti come trovare le risorse per ricapitalizzare le banche o affrontare altri aspetti della crisi finanziaria, salvo diventare a sua volta bersaglio della speculazione finanziaria per gli squilibri inevitabili che questo determina nelle finanze pubbliche. La dimensione dei capitali in movimento alla ricerca di un guadagno ad ogni costo ha creato una forte pressione sulle strutture democratiche dei vari paesi. In parte questa pressione è nascosta dalla prevalenza di un’ideologia neliberale che ha dominato in Europa. La risposta alla crisi è stata prevalentemente la conferma delle stesse scelte di politica economica che hanno portato alla crisi finanziaria. Neoliberista era l’ideologia dominante prima della crisi, neoliberista la risposta. E’ abbastanza incredibile che chi ha la responsabilità della crisi possa anche candidarsi a risolverla. Tuttavia la debolezza dell’alternativa in campo ha reso possibile questo incubo. La sostanziale coincidenza tra il punto di vista dei capitali finanziari e quella dei gruppi dirigenti europei ha creato una doppia pressione sul ruolo degli Stati nazionali. Non è questione di poteri da affidare al livello europeo, ma di sovranità e poteri che vengono negati ai Governi, ai popoli, di decaloghi imposti che sostituiscono i confronti tra piattaforme politiche alternative. Come è accaduto anche in Italia con la nota lettera della Bce, che come ha rivelato Tremonti è stata in realtà richiesta alla Bce dal Governo Berlusconi. La Grecia è l’esempio più eclatante. La Grecia non ha potuto svolgere un referendum, salvo trovarsi a un pelo da essere costretta a farlo successivamente per un cambio di umore repentino dei leader europei. La Grecia ha ricevuto un diktat per l’adozione di misure (cosiddette) di risanamento, che per di più dovevano valere con qualunque esito elettorale. In questo c’è anche qualcosa di velleitario. Gli interventi della tecnocrazia europea e dei capitali finanziari si muovono nella stessa direzione e cioè tendono ad imporre condizioni imprescindibili ai Governi e ai popoli: prendere o lasciare. Quindi le procedure democratiche, gli organi statuali sono sotto scacco e debbono adeguarsi pena subire l’attacco della speculazione. Non c’è un altro livello per le scelte democratiche che vengono imposte dalla tecnocrazie. Si fatica a capire dove finisce il carnefice finanziario e dove inizia la subalternità politica europea e nazionale. La pressione dei capitali finanziari, che si muovono senza limiti e senza regole, modifica la sostanza del funzionamento democratico degli stati, mentre dovrebbe esssere il contrario. Dovrebbero essere le istituzioni democratiche a definire un sistema di regole tali da evitare l’erraticità dei movimenti finanziari per regolare le caratteristiche dei mercati. Anche la cura finanziaria impostata dall’Amministrazione americana e poi ripetuta dalla Bce immettendo liquidità in quantità enormi nel sistema per evitarne il blocco non va alla radice dei problemi, ma offre metadone in quantità elevate a chi è già drogato, rinviando la crisi di astinenza, senza porsi il problema di come andare alla radice del problema. La questione democratica è il problema enorme messo in luce dalla crisi innescata dalla finanza internazionale. La democrazia rischia di essere la vittima di questa crisi. La Grecia è stata il laboratorio di questa crisi democratica. L’imposizione di durissime condizioni, la richiesta di impegni immodificabili a prescindere dalla volontà popolare, la pressione incredibile per condizionare i risultati elettorali (un vero e proprio ricatto) sono tutti elementi che confermano che si pone una questione democratica nella crisi e anche i paesi che non hanno subito le stesse imposizioni della Grecia, in realtà hanno girato lo sguardo altrove nel timore di subire lo stesso trattamento. La risposta non può essere semplicemente difensiva, cercando di restaurare l’esistente che non è stato in grado di fronteggiare la crisi. Tuttavia un’idea di un nuovo ordine è anzitutto una questione di istituzioni e di regole e insieme naturalmente anche di contenuti ed obiettivi da realizzare. La dimensione dei movimenti finanziari ha un inevitabile effetto pervasivo perché la mole è tale che non può che pervadere tutto quanto della vita delle persone, in quanto ha continuamente bisogno di nuovi campi di iniziativa. La pressione per privatizzare le aziende degli enti locali si spiega anche in questo modo. L’obiettivo è rendere tutto oggetto di finanziarizzazione, di potenziale speculazione e guadagno. E’ un errore avere pensato che fine della storia e pensiero unico fossero ormai concetti tramontati, al contrario hanno bene identificato il tentativo egemonico del neoliberismo tuttora in corso.

Un’alternativa è possibile?

Se vogliamo dirla in termini più generali, il neoliberismo che ha dominato direttamente attraverso le manovre finanziarie e indirettamente attraverso l’influenza che ha esercitato anche nel campo della sinistra - ha portato alla crisi, ma poi visto che non c’era candidatura alternativa credibile si è anche candidato a risolverla. Questa è la particolarità di questa fase. La permanenza delle stesse ricette neoliberali prima e dopo la crisi finanziaria rischia di blindare la situazione contro qualunque alternativa politica ed economica. Con una conseguenza che sembra tuttora fortemente sottovalutata. L’ideologia e la pratica neoliberale hanno in programma di portare fino in fondo le scelte. La crisi è un monito per tutti. Tutti capiscono che solo con provvedimenti importanti si può affrontare una crisi di questa portata. Naturalmente questo è ben chiaro anche alla finanza e ai neoliberali. Per questo le misure che vengono proposte e portate avanti hanno l’ambizione di blindare la sitazione per decenni. Ad esempio il patto che vien definito fiscal compact avrebbe per l’Italia conseguenze per almeno 2 decenni visto che l’Italia dovrebbe arrivare ad un debito pubblico pari al 60 % del Pil. Anche la ripresa economica per alcuni paesi è rinviata nel tempo per molti anni a causa delle misure di risanamento. Se si presta attenzione agli orientamenti prevalenti nel paese leader dell’Europa, la Germania, si avverte che gli obiettivi proposti non sono in sé nuovissimi, ma la differenza è che questa volta si vuole portare il disegno fino in fondo, blindare il futuro. Ad esempio l’Europa dovrebbe alzare nello stesso modo l’età pensionabile; dovrebbe avere la stessa privatizzazione delle attività economiche e sociali e così portare fino in fondo la loro finanziarizzazione; dovrebbe avere le stesse regole per la spesa pubblica riducendone l’estensione il più possibile; dovrebbe ridurre il lavoro a mera subalternità; dovrebbe avere la stessa ideologia dominante, basta pensare alla modifica dell’articolo 81 della Costituzione italiana. La Costituzione italiana è stata modificata con una fretta degna di miglior causa, malgrado importanti segnali contrari di economisti e giuristi, dando prova di una grave subalternità, anzitutto culturale. In questo modo si punta a mettere in moto un percorso europeo con caratteristiche rigidamente neoliberali e, nel disegno dei proponenti, sostanzialmente immodificabile in futuro da parte dei popoli coinvolti. Un’ideologia come quella neoliberale non solo vuole essere dominante, farsi stato, ma condizionare il futuro, senza riguardo alcuno alle regole democratiche e in questo è coincidente con gli interessi della finanza globalizzata. Appare chiaro che senza una visione alternativa, che è fatta di una diversa analisi e di una diversa proposta di futuro economico e finanziario non si arriverà lontano. Eppure Gallino nel suo libro dimostra con chiarezza che cresce la base sociale potenziale di una moderna lotta di classe. Lotta di classe più che mai in corso, anche se rovesciata, contro il basso. Già Marx chiarisce che la condizione sociale e di classe, di sfruttamento, di per sé non porta alla ribalta un’alternativa. Per arrivare ad un’alternativa occorrono alcune condizioni culturali, politiche e sociali. La prima è un’analisi critica dell’esistente. La seconda è un programma politico alternativo in cui le difficoltà non siano rinviate alla futura presa del potere, che per di più - vista l’esperienza - porterebbe immediatamente a reazioni negative. La terza è la democrazia. Per quanto riguarda l’Italia occorre ripartire dall’attuazione della Costituzione italiana, non limitandosi alle regole sovrastrutturali ma impostando fondamenti economici e sociali, necessari per una diversa società La quarta è la ricostruzione di legami internazionali per arrivare ad una visione europea e mondiale di un’alternativa possibile. In questa direzione può aiutare sviluppare interazioni, affrontando con senso del limite il problema dell’uso delle risorse che sappiamo esauribili, della crescita della popolazione mondiale, in sostanza dell’esigenza di un nuovo modello di sviluppo. La crisi non solo mette in luce tratti autoritari verso stati e popoli ma sta facendo correre seri rischi alla democratizia. Colpisce che alcuni commentatori più sensibili abbiano cercato di capire se in un paese come la Grecia, ridotto allo stremo, sia possibile ricadere sotto il tallone di un golpe. La pressione esercitata sui cittadini greci è talmente forte ed odiosa che almeno l’interrogativo è bene porselo e poiché la pressione non riguarda solo la Grecia è bene che un’attenzione ai rischi per la democrazia sia vigile e presente ovunque.