Interventi
PRIMO CONFRONTO VERSO LA COSTRUZIONE DI UN PROGRAMMA PER UN'ALTERNATIVA. LA CRISI FINANZIARIA, DAI MUTUI SUBPRIME AL RISCHIO DI CRISI PER L'EURO
Andrea Baranes, Eduardo Carra - Carlo Putignano, Antonio Focillo, Alfiero Grandi.
16/07/2012
Pubblichiamo le relazioni di Andrea Baranes, Eduardo Carra - Carlo Putignano, Alfiero Grandi, al Convegno: "La crisi finanziaria, dai mutui subprime al rischio di crisi per l'euro”.
L’iniziativa promossa dall'Associazione per il Rinnovamento della sinistra e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio si svolgerà giovedì 12 luglio a Roma, presso la Sala Biblioteca del CNEL.
Dopo il Convegno saranno pubblicati tutti gli altri contributi che perverranno.
ANDREA BARANES
QUALE MODELLO FINANZIARIO?
Dimensione della finanza
Il PIL del mondo è di poco superiore ai 60.000 miliardi di dollari l'anno. Una singola
banca statunitense detiene strumenti derivati per un nozionale che si aggira sui 78.000
miliardi di dollari. Complessivamente quattro banche controllano un ammontare di
derivati intorno ai 200.000 miliardi di dollari. “L'eccessivo” debito pubblico italiano, una
delle prime dieci economie del pianeta, è circa l'1% di questa cifra.
I beni e i servizi importati ed esportati nel mondo tra diverse nazioni ammontano a
20.000 miliardi di dollari all'anno. Il commercio di valute ha superato i 4.000 miliardi di
dollari al giorno. Questo significa che circola più denaro in soli 5 giorni sui mercati
finanziari che in un intero anno nell'economia reale, o, in altre parole, che circa il 99%
delle operazioni sul mercato delle valute non è legato a beni e servizi prodotti e
scambiati, ma unicamente a guadagnare sulle oscillazioni valutarie.
Negli USA il 70% delle operazioni sui mercati finanziari è eseguito da computer, senza
nessun intervento umano. In Europa tali operazioni sarebbero “solo” il 40% del totale.
E' il cosiddetto High Frequency Trading o commercio ad alta frequenza, in cui le
transazioni sono realizzate nell'arco di alcuni millesimi di secondo.
Sono molti altri gli esempi e le cifre che si potrebbero portare per chiarire come la
finanza si sia in massima parte trasformata in un gigantesco casinò dedito alla pura
speculazione. Da strumento al servizio dell'economia e dell'insieme della società la
finanza è diventata un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo
possibile.
La crisi dalla finanza ai cittadini
Le conseguenze di una tale trasformazione sono sotto gli occhi di tutti. L'attuale fase
recessiva e le enormi difficoltà in diversi Paesi, in particolare nell'Unione Europea,
discendono direttamente dalla crisi esplosa negli USA nel 2007 con la bolla dei mutui
subprime e che ha rapidamente contagiato l'intero pianeta. Le radici di tale crisi
possono essere fatte risalire a molti anni addietro. Parliamo dello sviluppo di una
finanza ipertrofica, del sempre maggiore indirizzamento dei capitali dai salari ai profitti e
dei profitti dagli investimenti alle rendite, di una continua crescita del PIL e dei consumi
assunta a dogma e finanziata tramite livelli insostenibili di indebitamento.
Cerchiamo di riassumere. Nel 2006 il mercato immobiliare negli USA si ferma, dopo
una fase espansiva durata decenni. Da questo evento, in sé limitato, l'anno successivo
nasce la peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni. Il motivo è riassumibile nello
sviluppo di strumenti finanziari sempre più rischiosi e incomprensibili costruiti sul
mercato dei mutui, e più in generale nella comparsa di un gigantesco sistema bancario
ombra, fatto di imprese registrate nei più noti paradisi fiscali del pianeta. Imprese che si
comportavano come banche, raccoglievano denaro ed erogavano prestiti come
banche, ma che non erano banche e non dovevano sottostare a nessuna forma di
controllo o di regolamentazione. Nel 2007, alla viglia della crisi, il sistema bancario
“ufficiale” svolgeva un'attività di intermediazione pari a 11.000 miliardi di dollari. Il
sistema bancario ombra valeva 20.000 miliardi di dollari. Come dire che ogni filiale
bancaria a stelle e strisce aveva alle spalle due filiali “fantasma”, strettamente legate
alle stesse banche, ma al di fuori di ogni controllo.
Nel 2007 questo sistema bancario ombra va in crisi, e le perdite tornano sui bilanci dei
gruppi bancari che a loro volta rischiano il collasso, anche a causa del crollo della
fiducia sui mercati e della conseguente difficoltà di finanziarsi. A cavallo del 2008 gli
Stati devono intervenire con giganteschi piani di salvataggio del sistema finanziario
responsabile della crisi. La Fed, il sistema di banche centrali degli Usa, eroga nei mesi
successivi qualcosa come 16.000 miliardi di dollari al sistema bancario tra prestiti a
tasso agevolato e altre forme di intervento.
In altre parole gli Stati si indebitano, ovvero il mostruoso debito creato dalla finanza
speculativa per moltiplicare i profitti eludendo regole e controlli viene trasferito agli
Stati, senza alcuna condizione. Specularmente, parliamo di un gigantesco assegno in
bianco firmato dai principali governi occidentali alle loro banche. Questa montagna di
debiti mette in difficoltà diversi governi, causando la crisi dei debiti sovrani esplosa in
Europa nel 2011. Ecco allora i piani di austerità, le misure “lacrime e sangue” i tagli al
welfare. In ultima analisi, il debito creato nel sistema bancario ombra è stato trasferito
alle banche, poi agli Stati e da questi ai cittadini. Oggi non c'è più nessuno su cui
scaricarlo. Siamo tutti noi a dovere pagare il conto, ed è un conto molto salato in
termini di disoccupazione, tagli allo stato sociale, svendita dei servizi pubblici ed
essenziali, perdita di diritti acquisiti.
Cerchiamo di evidenziare ancora meglio le diverse cinghie di trasmissione della crisi
dalla finanza-casinò ai cittadini. Primo, il crollo finanziario ha provocato una recessione
globale, ovvero una diminuzione del PIL. Se il parametro fondamentale usato per
valutare lo stato di salute di una nazione è il rapporto tra debito e PIL, la diminuzione
del denominatore provoca un'immediato peggioramento del rapporto. Secondo, anche
il numeratore peggiora, perché recessione significa meno consumi, meno entrate fiscali
(a partire dall'IVA che è un'imposta sui consumi) quindi a parità di spese pubbliche un
deficit maggiore e un aumento del debito. Terzo, con l'indebitamento degli Stati
aumenta l'emissione di titoli di Stato (Bot, Btp e Cct in Italia) per finanziare il debito
stesso. Aumenta l'offerta sui mercati di titoli tedeschi, statunitensi, inglesi, francesi
proprio in un momento di difficoltà, quindi con meno capitali disposti a investire. La
Germania, con un'economia più solida, riesce a piazzare i propri Bund sui mercati,
mentre Paesi come l'Italia hanno maggiori difficoltà, e sono costrette ad aumentare i
tassi di interesse offerti. E' il famigerato spread, che indica proprio la differenza di tasso
di interesse tra i titoli italiani e gli omologhi tedeschi. Quarto, strumenti finanziari derivati
originariamente pensati come contratti simili ad assicurazioni, i CDS, consentono delle
vere e proprie scommesse sul fallimento di Stati e imprese. Montagne di tali titoli
aumentano l'instabilità e la volatilità sui mercati e le difficoltà per gli Stati che subiscono
pesanti attacchi speculativi. Quinto, grandi investitori istituzionali possono operare al di
fuori dei mercati regolamentati, su piattaforme denominate “dark pool” o pozze nere,
eseguendo compravendite al di fuori di qualsiasi controllo o trasparenza. Su tali
piattaforme è possibile vendere sottocosto i titoli di Stato subito prima di un'asta del
governo, in modo da farne crollare il prezzo e costringere il governo di turno a
emissioni a tassi di interesse superiori, aumentando i profitti degli acquirenti.
Riassumendo, una finanza fuori controllo causa la crisi. Viene salvata con i soldi
pubblici, ovvero con i nostri soldi, ricevendo migliaia di miliardi di dollari senza nessuna
condizione o contropartita. A questo punto le difficoltà si spostano su Stati e cittadini.
Vedendo queste difficoltà, lo stesso sistema finanziario attacca gli Stati più deboli per
guadagnarci su. Al culmine del paradosso, le nazioni oberate di debiti devono rivolgersi
ai mercati finanziari per ottenere il finanziamento dei loro debiti pubblici. Da un lato
tutto questo sembra un gigantesco gioco delle tre carte per non riconoscere che i debiti
accumulati nel sistema finanziario sono semplicemente troppi. Dall'altro, a differenza
dei soldi ricevuti solo un paio di anni prima, i mercati finanziari fissano delle condizioni
per ri-prestare i soldi agli Stati. E sono condizioni durissime. Da un lato alti tassi di
interesse, dall'altro delle condizioni molto stringenti. I mercati pretendono garanzie circa
la restituzione dei debiti. Garanzie che prendono la forma dei piani di austerità, del
fiscal compact, del pareggio di bilancio nelle costituzioni e via discorrendo. Non si può
spendere per il welfare, le risorse devono andare al pagamento del debito e a rimettere
a posto i conti pubblici.
Dobbiamo accettare i sacrifici per “restituire” fiducia ai mercati. Restituire fiducia, come
se all'esatto opposto non fosse questa finanza-casinò a dovere radicalmente cambiare
rotta per riconquistarla, la nostra fiducia.
Crisi di chi?
Ancora peggio, mentre noi siamo chiamati a misure “lacrime e sangue” i mercati
finanziari sono lasciati liberi di speculare, come e peggio di prima. Il risultato è che
quella che ci viene presentata come una crisi dei debiti sovrani è ancora e prima di
tutto una crisi bancaria. Molte delle cause che hanno portato il sistema finanziario
vicino al tracollo a cavallo del 2007 – 2008 sono ancora presenti.
Pensiamo al sistema bancario ombra e alla sua dimensione. Negli ultimi anni le autorità
hanno imposto alle banche degli stress-test, ovvero delle prove per misurare se gli
istituti sarebbero in grado di reggere a un nuovo periodo di crisi. Quasi tutte le banche
europee hanno superato la prova. Qual'è però il valore di tali test, nel momento in cui la
metà o più degli attivi sono fuori bilancio e nel sistema ombra? Chi può dire quale sia la
reale situazione del sistema finanziario e cosa succederebbe in caso di nuova crisi?
Questa mancanza di trasparenza porta a un altrettanto pericolosa crisi di fiducia. Le
banche non si prestano più i soldi l'una l'altra, ovvero si è bloccato – o per lo meno
fortemente rallentato – il mercato interbancario, vera e propria linfa vitale che in
condizioni normali assicura la liquidità e la circolazione dei capitali nell'intero sistema.
Un ulteriore pesante motivo di fragilità delle banche europee.
Ancora, ed è forse il motivo di maggiore preoccupazione, ancora oggi molti dei
principali gruppi bancari europei continuano a lavorare con leve finanziarie anche di 30
o 40 a uno, ovvero con 1 euro di capitali propri per 30 o 40 di debiti. Livelli di
indebitamento propri di soggetti marcatamente speculativi quali hedge fund o fondi di
private equity. Con una leva di 40 a 1, basta una perdita del 2,5% per azzerare il
capitale proprio, portando la banca all'insolvenza.
In un momento di difficoltà dell'economia reale, in cui i tassi di sofferenza sui crediti per
molte banche arrivano anche al 5 o 6% come avviene attualmente in Italia, ecco allora
che gli istituti di credito bloccano i prestiti. E' il credit crunch. Molto più semplice
prendere a prestito miliardi dalla BCE al 1% per comprarci titoli di Stato che rendono 5
o 6 volte di più. L'ennesimo fattore di difficoltà e di crisi per il sistema imprenditoriale
che non ha accesso al credito e per l'economia reale dovuto al comportamento
spregiudicato del mondo finanziario.
Nuove regole per il sistema finanziario
In questa situazione, il singolo cittadino si trova spesso perso. Da un lato, le cifre in
gioco appaiono al di fuori della realtà. Dall'altro i meccanismi messi in campo dai
soggetti finanziari sembrano estremamente complicati. E' molto difficile seguire il
funzionamento della finanza, quasi impossibile pensare di potere agire e intervenire in
prima persona. Nello stesso momento, gli impatti sono tali e tanti che è necessario e
urgente un impegno in prima persona. Il cambiamento deve avvenire lungo due
direttrici. Da un lato, potremmo dire dall'alto, occorre un nuovo sistema di regole e di
controlli per limitare lo strapotere delle finanza e per evitarne i peggiori eccessi.
Dall'altro, “dal basso”, serve un impegno diretto di tutti noi in quanto risparmiatori e
clienti delle banche o di altri attori finanziari.
Sul primo versante sono molte le proposte messe in campo negli ultimi tempi da
studiosi di tutto il mondo e dalle organizzazioni e reti della società civile internazionale.
Diminuire la leva finanziaria, separare le banche commerciali da quelle di investimento
(il cosiddetto narrow banking), tassare le transazioni finanziarie, chiudere i paradisi
fiscali, regolamentare i derivati, bloccare la speculazione su cibo e materie prime e via
discorrendo. Nella maggior parte dei casi non ci sono difficoltà tecniche. Sappiamo
cosa bisognerebbe fare e come procedere.
Prendiamo il caso dei paradisi fiscali. Da anni le reti della società civile internazionale
chiedono la rendicontazione Paese per Paese di tutti i dati contabili e di bilancio delle
imprese transnazionali, che oggi devono pubblicare nella gran parte dei casi
unicamente dei dati aggregati. In questo modo, se ho le mie attività produttive in Italia
ma quelle finanziarie a Montecarlo o nel Liechtenstein e devo pubblicare unicamente
un bilancio per l'Europa, posso nascondere i profitti dove più mi conviene. Rendere
pubblico, per ogni giurisdizione, quanto fatturato creo, quanto pago i lavoratori, quanti
profitti realizzo e quante tasse pago sarebbe una delle misure di maggiore efficacia non
solo contro l'evasione e l'elusione fiscale, ma anche nel contrasto alla criminalità
organizzata e al riciclaggio. Da anni se ne parla in sede OCSE o nelle istituzioni
internazionali, senza significativi passi in avanti.
In questo come in moltissimi altri casi è unicamente una questione di volontà politica,
ovvero occorre superare lo scandaloso potere delle lobby finanziare che, a dispetto dei
disastri combinati negli ultimi anni, continuano a opporsi ad ogni forma di
regolamentazione e controllo e in molti casi a procedere a una vera e propria “cattura
del regolatore” in base alla quale sono gli stessi attori della finanza a scrivere le regole
che riguardano il loro operato.
Accanto a queste e altre misure, è dai cittadini che deve partire un vero cambiamento.
Negli ultimi anni milioni di donne e di uomini hanno iniziato a modificare i propri
consumi, avviando forme di consumo critico e interrogandosi sugli impatti sociali e
ambientali legati alle produzioni di beni e servizi. Da tali riflessioni si sono sviluppati
movimenti che oggi hanno una grande rilevanza, anche dal punto di vista economico,
come nel caso del commercio equo e solidale.
Agire in prima persona
Oggi, prima ancora che in ambito economico o finanziario, occorre un cambiamento
culturale. Quanti di noi presterebbero i propri soldi a chi volesse giocarseli al casinò?
Quanti li darebbero a chi li volesse investire in un traffico di mine anti-uomo, per quanto
remunerativo? Eppure quanti di noi domandano alla propria banca, fondo pensione o di
investimento l'utilizzo che viene fatto del nostro denaro? Questo, una volta incanalato
nei meccanismi finanziari internazionali può avere enormi impatti, tanto in positivo
quanto in negativo, sull'economia e la società. Ancora un esempio. A giugno del 2011 la
maggioranza assoluta degli italiani vota un referendum per proibire una volta per tutte il
nucleare nel nostro Paese. Quanti, tra chi è andato a votare, hanno un conto corrente
presso una banca che, anche con i loro risparmi, continua a finanziare progetti di
realizzazione o ampliamento di impianti nucleari, anche a poche centinaia di chilometri
dall'Italia?
Le banche e gli altri attori finanziari giocano un ruolo essenziale nell'attuale sistema
economico, potendo decidere come allocare i capitali che vengono loro affidati. Tali
decisioni hanno impatti fondamentali sull'economia e la società. Prestare denaro per
l'efficienza energetica e le rinnovabili o per il nucleare e i combustibili fossili, finanziare
l'economia reale o la speculazione, investire nel territorio o in qualche paradiso fiscale.
Abbiamo il diritto, e per molti versi il dovere, di chiedere alla nostra banca come intende
utilizzare i nostri risparmi ed esigere una piena trasparenza. In Italia, Banca Etica
pubblica sul proprio sito tutti i finanziamenti concessi a imprese, associazioni e
cooperative. Un esempio concreto di come il famigerato “segreto bancario” non sia
legato a una qualche obbligo legislativo o a una generica riservatezza: se non c'è nulla
da nascondere, non è necessario nascondere nulla. Perché le altre banche non fanno
altrettanto? Perché come clienti e correntisti non le obblighiamo a farlo?
Non si tratta unicamente di una maggiore trasparenza. Mentre i maggiori gruppi
bancari del mondo hanno avuto bisogno, e continuano ad avere bisogno, di
gigantesche iniezioni di capitali pubblici per tenersi in piedi, diversi studi hanno
mostrato come le “banche che fanno le banche”, ovvero raccolgono risparmio per
erogare prestiti a famiglie e imprese, stanno attraversando la crisi con molti meno
problemi. In un momento in cui il sistema bancario italiano presenta tassi di sofferenza,
ovvero la percentuale di prestiti che non vengono restituiti, tra il 5 e il 6%, per Banca
Etica lo stesso dato è inferiore al'1%. Tutto questo anche se molti dei prestiti vengono
accordati a soggetti tradizionalmente ritenuti più deboli economicamente o addirittura
“non bancabili” quali cooperative sociali o piccole associazioni.
Un discorso analogo vale riguardo le nostre scelte finanziarie. Parliamo della massa di
capitali investiti dai fondi di investimento, dai fondi pensione, dalle assicurazioni.
Ancora una volta, Etica Sgr, la società di gestione del risparmio della rete di Banca
Etica, oltre a realizzare una accurata analisi sociale e ambientale delle imprese e degli
Stati che possono entrare nel proprio “universo investibile”, pubblica sul proprio sito
l'elenco completo di Stati e imprese. La riservatezza commerciale non è e non può
essere un alibi di fronte al nostro diritto di sapere nel dettagli come vengono utilizzati i
nostri risparmi.
E i margini di intervento sono anche altri. Come azionisti possiamo intervenire nelle
assemblee delle imprese nelle quali investiamo. E' quello che cercano di fare alcune
iniziative di azionariato attivo o azionariato critico, ricordando anche ai piccoli
risparmiatori che essere azionisti significa avere dei doveri, e non solo dei diritti.
Accanto a un profitto atteso e alla riscossione di un dividendo, essere azionista di
un'impresa significa essere proprietario di una quota, per quanto piccola, della stessa
impresa, ovvero doversi occupare anche di come si comporta e genera tali profitti, con
quali impatti sociali e ambientali e quali conseguenze.
Non possiamo continuare a lamentarci per l'inettitudine della politica, ancora meno
prendercela con i generici “mercati”. Nel caso del mercato finanziario, gran parte della
materia prima la mettiamo noi. Singolarmente i nostri risparmi possono essere molto
limitati, ma tutti insieme hanno un enorme potere. E' ora di esercitare questo potere.
Oggi si moltiplicano le pubblicità di banche che offrono rendimenti del 4 o 5% sui conti
correnti. Considerando che la banca, oltre all'interesse corrisposto deve pagare
stipendi, affitti e dividendi agli azionisti, in quali attività investe per garantire a noi clienti
tali tassi di interesse? Quali progetti danno rendimenti tanto elevati, considerando che
l'economia italiana è in recessione? Il problema è esattamente che non lo sappiamo. E'
allora forte il sospetto che per realizzare margini così elevati, i nostri risparmi vengano
incanalati in attività speculative. E a pagare le spese di questa speculazione saremo
nuovamente noi. Da un lato avremo poche decine di euro in più sul conto corrente.
Dall'altro il rischio è di un peggioramento della recessione, un aggravarsi della crisi
delle finanze pubbliche, un aumento del prezzo di beni e servizi.
Nelle avventure del Barone di Munchausen c'è un passaggio in cui il protagonista esce
da una palude nella quale era finito tirandosi dai lacci delle proprie scarpe. Nella realtà
le cose funzionano diversamente. Se il PIL del mondo cresce del 2 o del 3% l'anno e gli
speculatori pretendono tassi di interesse sui loro investimenti finanziari 5 o 10 volte
superiori, abbiamo un problema. Nel lungo periodo, le possibilità sono solamente due.
O la finanza speculativa continua a risucchiare risorse in misura sempre crescente
dall'economia reale, o si creano delle gigantesche bolle sul nulla che prima o poi
esplodono. Oggi ci troviamo in un terribile mix di entrambe queste situazioni.
In conclusione, per uscire dalla crisi il passo più importante deve consistere nel
riportare la finanza a essere uno strumento al servizio dell'economia e della società,
non l'opposto come avviene oggi. Per questo è necessario il doppio approccio
evidenziato in precedenza. Da un lato sostenere le campagne e le iniziative che mirano
a regolamentare la finanza e a impedire i comportamenti più rischiosi e speculativi.
Dall'altra evitare di essere, oltre che vittime, anche complici inconsapevoli di questo
sistema. Se la nostra banca, il nostro gestore di fondi o la nostra assicurazione
continua a giocare con i nostri risparmi come con le fiches di un casinò abbiamo una
risposta tanto semplice quanto efficace: non con i nostri soldi.
ALDO EDUARDO CARRA e CARLO PUTIGNANO
Il debito, il voto, l'Europa
Un filo si sta dipanando in maniera
sempre più netta collegando crisi
economica, elezioni che si svolgono
nei diversi paesi europei e destini
dell’Europa: appare sempre più
chiaro che la crisi non sarà breve e
che i sacrifici che si chiedono non
saranno mai sufficienti; gli elettori
prendono sempre più consapevolezza
di questa trappola e, man mano
che si presentano occasioni che consentono
loro di pronunciarsi, penalizzano
i partiti che attuano o sostengono
le politiche restrittive della
Bce; questa Europa fatta a metà
rischia di implodere. Tutto questo
significa che sta maturando una
uscita da sinistra dalla crisi? No,
perché le risposte contengono segnali
politici che vanno in direzioni
diverse. Ma in tutti i casi il futuro
dell’Europa viene posto all’ordine
del giorno: sia quando emergono
tendenze e forze contrarie all’Europa,
sia quando viene posta l’esigenza
di un’Europa più forte per promuovere
lo sviluppo di tutti. Siamo
insomma nel pieno di una fase di
ebollizione dalla quale può scaturire
di tutto.
Nella sinistra, italiana ed
europea, l’analisi della crisi e le proposte
di fuoriuscita non sono ancora
tanto chiare nè, tantomeno, condivise,
nè tali da lasciare intravedere
una linea di sinistra per affrontare
la fase attuale guardando
al futuro. La ricerca e il dibattito
sono, quindi, quantomai aperti e
tutto ciò che può contribuire ad arricchirli
può essere utile.
Questo scritto è animato da
questo spirito, non ha alcuna pretesa
di offrire soluzioni facili che
non crediamo esistano e vuole offrire
una lettura dell’origine e dell’evoluzione
della crisi con qualche
elemento integrativo rispetto alle
analisi finora svolte; una lettura
supportata da dati ed elaborazioni,
e condotta prendendo in considerazione
l’intero scenario mondiale,
perché una crisi concentrata
sul mercato finanziario globalizzato
non può essere condotta richiudendosi
entro confini nazionali.
Le radici della crisi
Il punto di partenza di una qualsivoglia
analisi economica oggi non
può che essere lo spread.Le sue oscillazioni
costituiscono ormai da un bel
pò di tempo l’oggetto dimaggiore attenzione
deimassmedia e impegnano
economisti e politici a interpretrarlo
e a proporre soluzioni.
Per quanto ci riguarda come
Italia, è stato proprio il livello raggiunto
a fine 2011 che ha fornito lo
spunto per accantonare un governo già in profonda crisi e dare vita
ad una soluzione, si è detto, “tecnica”
e “originale”. Ma questo “governo
esemplare” non ha fatto in tempo
a vantarsi di aver ridotto al minimo
lo spread, che questo ha ripreso
ad aumentare ricollocandosi ai livelli
pre-Monti. Niente poteva dimostrare
meglio che il problema
non è lo spread di per sè, che la crisi
ha ben altre e più profonde ragioni,
e che solo indagando su di esse si
potrà trovare una via d’uscita o
quantomeno evitare di imboccare
ripetutamemnte strade sbagliate.
Ma si può fare questo senza
indagare a fondo sulle vere cause
della crisi e senza cimentarsi col problema
della sua dimensione? Tutti
sappiamo che il continuo aumento
del debito pubblico è un fenomeno fisiologico
nelle economie contemporanee:
poiché il debito si forma a causa
dellemaggiori spese pubbliche rispetto
alle entrate dello Stato, esso è
stato ed è un motore che fa girare le
economie in quanto con esso si immette
liquidità e di conseguenza si
aumenta la domanda interna e quindi
la produzione.Naturalmente questo
vale fino a un certo punto perché
man mano che il debito cresce aumentano
anche gli interessi e perciò
il denaro che si destina al loro pagamento
viene sottratto alla domanda
rallentando, così, la crescita.
Tra debito e crescita c’è, quindi, un delicato
equilibrio che sembra adesso essersi
fragorosamente rotto.
Poiché è la prima volta che
nell’era della globalizzazione dei
mercati si verifica questa rottura e
poiché essa interessa le principali
economie mondiali e in particolare
quelle avanzate, Europa in testa,
una analisi volta a trovare le possibili
vied’uscita,nonpuò che avereun
campo di osservazione mondiale e il
punto di partenza non può che essere
la crisi economica che colpisce in
modo più pesante i paesi europei con
un livello di debito pubblico elevato.
Nel 2007-2008 si è avviato un
processo che si è dispiegato in quattromomenti
successivi e concatenati:
– iniziale crisi dei sub-prime
americani congravi difficoltà per alcune
grandi banche, la cosiddetta
crisi bancaria;
– conseguenti fallimenti di
alcune banche e salvataggi a carico
della spesa pubblica e quindi crisi di
liquidità;
– ripercussioni sull’economia
reale, quindi, crisi economica e altri
interventi pubblici necessari, soprattutto
negli StatiUniti, per tamponare
la recessione;
– attivazione di un meccanismo
circolare di “contagio”, di una
spirale perversa di trasmissione dai
debiti privati a quelli pubblici e dagli
Stati Uniti all’Europa.
La crisi ha avuto, così, una
progressivamutazione ed espansione:
nata nelle famiglie americane
impossibilitate a pagare i mutui, si
è trasferita alle banche che avevano
concesso mutui a chi non avrebbe
potuto pagarli, per poi scaricarsi sugli
Stati che hanno finito per intervenire
onde evitare il fallimentodelle
banche facendo, così, esplodere il
loro debito pubblico.
La dimensione quantitativa di
questa crisi si può rappresentare con
pochi numeri: nel decennio precedente,
dal 1997 al 2007, il debito complessivo
di tutti i paesi delmondomisurato
rispetto al Pil si eramantenuto
sostanzialmente costante e anzi,
negli ultimissimi anni 2005-2007,
esso era diminuito passando dal
68,4%al 62,9%del Pil mondiale. Poi,
dal 2008, c’è stata una vera e propria
esplosione con un balzo dal 62,9% al
79,9% nel 2011. In termini assoluti
si è passati dai 35.012 miliardi di
dollari del 2007 a 55.669 nel 2011.
Assumendo questa visione
globale emerge nettamente la vera
causa della crisi: dal 2007 al 2011
a fronte di un aumento del debito
pubblico e quindi dei titoli emessi di
20.657miliardi di dollari, ilPilmondiale
è aumentato di soli 13.982miliardi
e il risparmio di appena 3.148 miliardi: quindi pochi, troppo pochi
dollari per acquistare i 20.657 miliardi
di nuovo debito.
La chiave di quanto è accaduto
sta tutta qui: tra l’offerta di
titoli emessi dagli Stati e la domanda
da parte dei risparmiatori
si è creato un gap enorme che ha
scatenato i mercati.
Così gli investimenti in titoli
hanno cominciato a spostarsi dai
mercati ritenuti più fragili verso
quelli ritenuti più solidi e i debiti
di alcuni paesi che prima erano
giudicati “sostenibili” sono diventati
a “rischio default”. La crisi finanziaria
che attanaglia il mondo
sta tutta qui.
Su questa cruda verità, purtroppo,
ci si sofferma poco e invece
essa è determinante per decidere
come affrontare la crisi. Se, infatti,
si ritiene che la crisi sia determinata
da fattori contingenti e che possa
essere fronteggiata solo con politiche
di austerità da imporre ai paesi
che hanno forti deficit, anche se
piccoli come la Grecia, diventa naturale
accanirsi verso questi paesi
spendaccioni per riportarli sulla
retta via. Questo è quello che in
realtà si sta facendo con la Grecia,
col Portogallo, con l’Irlanda, con la
Spagna e con l’Italia.
Ma quanto sta concretamente
accadendo dovrebbe fare riflettere:
da quando si sono imposte
queste politiche restrittive la situazione
dei paesi coinvolti non
tende affatto a migliorare.
Questo vale per la Grecia ormai
avvitata in una recessione selvaggia
che molto probabilmente la
porterà fuori dall’euro e la farà tornare
indietro di decenni, ma vale
anche per la Spagna che, cambiato
governo per averne uno più affidabile
e ossequiente ai dettammi
della Bce, si ritrova a fronteggiare
il fallimento di una della sue principali
banche costringendo ancora
l’Europa a intervenire per salvarla.
Per non parlare dell’Italia
dove, messo da parte il discreditato
Berlusconi (fatto, questo, che è
forse l’unico prodotto positivo di
questa crisi), si è messo in piedi un
governo di tecnici accreditati presso
gli organismi internazionali
come tra i più affidabili salvatori
della patria. All’inizio così è sembrato
anche a molti italiani che,
colpiti favorevolmente dall’abbassamento
dello spread, hanno guardato
con simpatia i tecnici al governo.
Ma il fatto che anche le misure
più drastiche adottate non
siano servite a sanare le situazioni
dei paesi a rischio significa proprio,
per tornare alla nostra tesi,
che se il debito dei paesi con un più
elevato rapporto debito/Pil è un
problema, il problema non è solo il
debito di questi paesi.
Il problema è il debito complessivo
creatosi in questi anni per
salvare le banche e la sua concentrazione
nei grandi paesi-guida,
dagli Stati Uniti al Giappone.
Insomma non sono i 3.332
miliardi di dollari di maggiore debito
dell’Europa a determinare la
crisi di liquidità, ma i 6.116 degli
Stati Uniti e i 5.514 del Giappone
(figuriamoci poi se lo sono i 159
della Grecia o i 97 del Portogallo!).
La propagazione
della crisi
Ma dove e come si è formato questo
enorme debito nelle diverse
aree e perché la crisi si è concentrata
solo su alcune?
Il maggiore debito è attribuibile
per oltre la metà a Stati
Uniti e Giappone che da soli oggi
assorbono il 52,1% del debito mondiale.
L’Unione Europea ha aumentato
il suo debito di 3.332 miliardi
di dollari. ma se nel 1997 as
sorbiva il 23,5% del debito mondiale
oggi ne assorbe solo il 20,7%.
Negli ultimi quattro anni, perciò,
il peso del debito complessivo si è
spostato dall’Europa verso il Giappone
e, soprattutto, gli Stati Uniti.
Ma poiché le dinamiche del
Pil sono state diverse, se si guarda
al peso del debito sul Pil nelle diverse
aree del mondo emerge che,
dal 2007 al 2011, esso è passato dal
66,3,% all’ 88,1% in Europa, dal
67,2% al 102,9% negli Stati Uniti,
dal 183,0% al 229,8% in Giappone,
dal 43,9% all’82,5% nel Regno Unito.
In Italia il debito è passato dal
103,1% al 120,1%.
Ancora più grave appare la
situazione degli altri paesi a rischio:
in Grecia si è passati dal
105% al 161%, in Portogallo dal
68% al 107%; l’incremento è stato
forte anche in Spagna dove si è
passati dal 36% al 69%. Negli stessi
anni, come abbiamo visto, i risparmi
sono aumentati appena di
3.148 miliardi di dollari e addirittura,
nei paesi che più hanno visto
crescere i loro debiti, i risparmi
sono diminuiti. In realtà è stato
solo grazie ai risparmi prodottisi
in Cina e negli altri paesi che si è
creata un pò di liquidità. Ma essa
è stata insufficiente e si è orientata
verso gli Stati Uniti.
Quali le conseguenze e gli effetti
dei fenomeni descritti? Essenzialmente
questi:
– i debiti di paesi come Grecia,
Portogallo, Spagna, Italia che
erano prima già alti,ma ritenuti sostenibili,
sono diventati “insostenibili”
1 e i mercati stentano a comprare
titoli di questi paesi man
mano che essi debbono essere rinnovati
o pretendono tassi di interesse
eccessivamente alti che aggravano
la posizione debitoria di
questi paesi anche per i prossimi
anni;
– i debiti di questi paesi tendono
così ad aumentare e, per contenerli,
si richiedono e si impongono
manovre restrittive pesantissime;
– consumi e investimenti
vengono di conseguenza ridotti,
quindi il Pil si ferma o addirittura
diminuisce e poichè esso costituisce
il denominatore del rapporto
chiave della sostenibilità, si aggrava
la situazione deficitaria di
questi paesi.
Questo vale in particolare
per paesi come l’Italia che hanno
da anni un livello di debito elevato,
che finora non aveva destato eccessive
preoccupazioni.
La situazione dell’Italia pertanto
si è aggravata non tanto perché
il debito sia aumentato di molto,
ma perché sono aumentate le
posizioni debitorie degli altri paesi
e dei più grandi in particolare.
Ad esempio, se si confrontano
le dinamiche del debito della
Germania e dell’Italia si riscontra
che negli ultimi dieci anni il debito
italiano è aumentato di sette
punti (è passato dal 113 al 120%),
mentre quello tedesco è aumentato
di 21 punti (dal 61% all’82%)
Naturalmente il debito pubblico
non può essere guardato isolatamente
e considerato come unico
indicatore. Contano anche altri
fattori come ad esempio il fatto che
noi abbiamo molti più titoli all’estero
di prima e siamo quindi più
soggetti ai movimenti finanziari
nel mercato globale (questo fenomeno
è cominciato quando, negli
anni passati, per alleggerire la
pressione del debito sono stati
emessi titoli a lungo termine e con
tassi più alti e si sono dovuti cercare
gli acquirenti all’estero).
Paradossalmente il Giappone
con un debito altissimo paga sui
suoi titoli interessi molto bassi vicini
all’1% perché il suo debito è
posseduto quasi per intero da ri
sparmiatori giapponesi e perché
ha il terzo attivo dei conti correnti
al mondo e la posizione patrimoniale
con l’estero migliore al mondo.
L’Italia, invece, pur con un debito
pubblico più basso ha una bilancia
dei conti correnti e una posizione
debitoria con l’estero di 550
miliardi di dollari. Quindi oltre al
livello di debito sul Pil contano i
“fondamentali” come la bilancia
commerciale e quella dei pagamenti.
Questa maggiore debolezza
dell’economia, indipendentemente
dal livello di debito, è una delle
principali cause di fragilità nel
mercato finanziario.
Allora, per riprendere il
tema precedentemente affrontato
delle vere cause della crisi, occorrerebbe
prendere in considerazione
anche questi fattori dai quali discende
che se il debito pubblico è
un problema, la debolezza della
struttura produttiva lo è ancora di
più e che quindi il rafforzamento
dell’apparato produttivo dovrebbe
venire prima del contenimento del
debito. Come dire che se politica
dei due tempi deve esserci il primo
tempo dovrebbe vedere le politiche
per la crescita e non quelle per l’equilibrio
di bilancio.
Una crisi senza uscita
Fino a quando la spesa pubblica
cresceva per servizi e sostegni ai
redditi essa alimentava l’economia
reale. Ma da quando essa ha fatto
un balzo per salvare le banche
dando a loro liquidità non destinata
a finanziare l’economia reale,
ma solo a coprire i buchi determinati
dalla speculazione finanziaria,
la spesa pubblica si è trasformata
in “debito pericoloso” mentre
prima poteva definirsi “debito virtuoso”.
Si potrà, allora, uscire da
questa crisi e se si quando e come?
Il fatto che più volte sia stata
annunciata la fuoriuscita dalla
crisi, ma che poi si sia dovuto riconoscere
che ciò non era vero la dice
lunga sul fatto che la crisi ha spazzato
via tante teorie e pratiche consolidate
di politica economica e che
le capacità previsionali si siano
sempre di più indebolite. Questo
non solo perché i modelli econometrici
sono diventati obsoleti, ma
per ragioni intrinseche alla crisi
stessa che per essere contrastata
richiederebbe o un radicale contrasto
ai meccanismi del mercato
finanziario o, come sta accadendo,
misure di austerità che, però, producono
ulteriori fenomeni recessivi
e, quindi di aggravamento della
crisi.
Ad aggravare ogni scenario
previsionale contribuisce il fatto
che, nel 2012, ci sarà una congestione
di scadenze perché nel 2007
prima che la crisi esplodesse fu
emessa una grande quantità di titoli
a 5 e 7 anni (scadenza 2012-
2014) compresi junk-bond (obbligazioni
spazzatura) con alti tassi
di interesse e rating basso. Inoltre
scadranno obbligazioni che erano
state prolungate dal 2009 fino al
2014.
Nasce naturale a questo
punto la domanda: ma ci sarà risparmio
disponibile sufficiente?
La previsione più facile è che
il denaro disponibile sarà troppo
scarso per coprire debiti vecchi e
nuovi e che quindi ci sarà una
guerra di tutti contro tutti per accaparrarsi
il poco disponibile.
In ogni caso la crisi, per l’Europa,
si sta avvicinando al suo punto
di svolta.
Gli interventi fatti non bastano,
se ne richiedono altri, ma
anche questi, lo si sa in partenza,
saranno solo palliativi. Proprio a
metà giugno si è reso necessario un
aiuto alla Spagna per salvare il sistema
bancario con una ricapitalizzazione
a carico dell’Unione Europea.
Queste ricapitalizzazioni significano
che si prestano soldi a
tassi di interesse bassi perché le
banche acquistino titoli pubblici,
ma poichè questi interventi non
migliorano le situazioni dei conti
pubblici i titoli continueranno a
svalutarsi e le banche che li detengono
avranno ulteriori bisogni di
rifinanziamento. E così il circuito
vizioso continua.
L’inadeguatezza degli strumenti
adottati è ormai chiara a
tutti e questo sta creando il vero fenomeno
pericoloso che potrebbe
esplodere nei prossimi mesi: il
pubblico sta perdendo fiducia e
cresce il rischio della corsa agli
sportelli già in atto in Grecia e iniziata
in Spagna.
La fuga è cominciata anche
in Italia, la Svizzera è inondata di
capitali provenienti da altri paesi
e la Bce stenta a compensare queste
fughe che aumentano gli squilibri
nei conti con l’estero. Se non
siamo ancora al “panico di massa”
poco ci manca e non contribuiscono
certo a combatterlo i contrasti
ormai aperti che hanno come protagonisti
leader come la direttrice
del Fondo monetario o il presidente
Obama che preme sull’Europa
perché la sua economia riparta prima
che gli americani siano chiamati
a votare.
Insomma il rischio di disintegrazione
dell’Unione Europea
diventa sempre più reale e la crisi
acquista sempre di più i caratteri
di una crisi senza vie d’uscita. Di
questo sembrano essere sempre
più consapevoli gli elettori dei diversi
paesi.
Crisi economica e
risultati elettorali
Come ha reagito la popolazione europea
di fronte alla crisi economica
e alle politiche di austerità?
L’atteggiamento elettorale ha punito
i governi in carica? Le esperienze
elettorali in Europa hanno
tratti comuni (pochi) ed elementi
caratteristici a livello nazionale
(molti). In sintesi essi si possono
raccontare con le schede che seguono.
Spagna. Le elezioni si sono
svolte nel 2011 sono state punitive
per il governo in carica. Zapatero
che aveva guidato una Spagna in
forte crescita ha pagato la crisi economica
e la sua incapacità a gestirla.
Il Partito popolare ha ottenuto
la maggioranza assoluta dei
voti con 186 seggi, 32 più del 2008
e tre più del suo massimo storico
nel 2000. Il nuovo parlamento spagnolo
è più frammentato che in
passato, con sette gruppi parlamentari
e un gruppo misto di cui
fanno parte sei formazioni. L’estrema
sinistra di Izquierda Unita
ha aumentato il suo peso passando
da 2 a 11 deputati, non sufficienti,
comunque, a coprire il
crollo socialista.
Francia. Il 22 aprile 2012 si
è svolto il primo turno delle elezioni
Presidenziali francesi che ha visto
prevalere il candidato socialista
François Hollande (28,6%) sul
Presidente uscente Nicolas Sarkozy
(27,2%). È la prima volta che
un Presidente uscente viene battuto
al primo turno. Al terzo posto,
con il miglior risultato di sempre,
il Fronte Nazionale (17,9%) con la
sua leader Marine Le Pen, al quarto
posto il candidato Jean-Luc Mélenchon
del Fronte di Sinistra. Il
secondo turno si è svolto il 6 maggio
2012 e la vittoria elettorale è
andata al socialista François Hollande
che è stato eletto con il 51,6%
dei voti contro il 48,3% del presidente
uscente Nicolas Sarkozy.
Dopo diciassette anni il Partito socialista
torna al potere (il primo e
ultimo presidente socialista era
stato François Mitterrand). La forte
avanzata della destra estrema e
della sinistra radicale non hanno
avuto gli stessi effetti sul secondo
turno elettorale: infatti Hollande
ha vinto perché la sinistra ha votato
in massa per lui, mentre parte
dell’estrema destra di Le Pen
non ha votato Sarkozy perché contraria
all’Europa e contraria alla
politica dell’austerity. I risultati
elettorali rappresentano senza
dubbio una sconfitta della politica
rigorista promossa da Nicolas
Sarkozy e Angela Merkel.
Il 10 giugno si è svolto il primo
turno delle elezioni legislative
francesi: l’astensionismo è arrivato
a livelli record: intorno al 43%.
Al secondo turno per il rinnovo del
Parlamento i socialisti hanno ottenuto
la maggioranza assoluta dei
seggi ribaltando i risultati del primo
turno. Sì è così evitata la coabitazione
ed Hollande potrà governare
con una maggioranza solida
ed omogenea. Questo fa ben sperare
rispetto alle politiche europee
ed alla pressione che occorrerà
esercitare sul conservatorismo tedesco.
Non solo, ma il fatto che
dove la sinistra vince può rappresentare
una indicazione utile anche
per il nostro paese.
Italia. Le elezioni amministrative
italiane del 2012 si sono
tenute il 6 e 7 maggio (con ballottaggio
il 20 e 21 maggio). Sono stati
chiamati al voto 942 comuni di
cui 26 capoluoghi per complessivi
3.463.826 elettori, quindi si tratta
di un test consistente. La prima caratteristica
da rilevare è la bassa
percentuale di votanti: 51,38%
contro il 65,36% delle elezioni precedenti.
I risultati mostrano il crollo
dei partiti dell’ex-governo Berlusconi:
Pdl e Lega, senza una corrispondente
crescita dell’opposizione
di sinistra. Il crollo del Pdl
era atteso e quello della Lega è dovuto
agli scandali sull’utilizzo dei
fondi pubblici. Non si è verificato
lo spostamento verso l’estrema sinistra
e l’estrema destra come nelle
elezioni francesi e greche ma il
voto di protesta (di elettori ex-destra
ed ex-sinistra) si è indirizzato
verso il Movimento Cinque Stelle,
che ha saputo sfruttare il basso livello
di fiducia nei partiti italiani
sia di quelli che appoggiano il governo
Monti sia di quelli che vi si
oppongono. Da questo quadro si distaccano
la vittoria di Flavio Tosi
della Lega Nord nel Comune di Verona,
dovuta al suo carisma e alla
sua gestione e la vittoria a sorpresa
di Leoluca Orlando (Federazione
della sinistra e Idv) che ha vinto
il ballottaggio col 70% dei voti.
Il che la dice lunga sulla sintonia
tra le forze tradizionali del centrosinistra
e la popolazione. Le consultazioni
si sono caratterizzate
anche per il boom di liste civiche
presenti: nei soli comuni capoluogo
interessati sono state 279 ( il
61% in più del 2007).
La crescita
vertiginosa dei simboli è dovuta a
due tendenze intervenute negli ultimi
anni: il malcontento che i partiti
tradizionali hanno provocato
tra gli elettori che mostrano una
sempre minore fiducia nei partiti e
le conseguenti fusioni, ricompattamenti,
cambi di nomi e liste civiche
tra i partiti con i quali i politici
hanno cercato di riciclarsi.
Germania. I risultati elettorali
nella regione (stato-federale)
più popolosa della Germania, il
Nord Reno Westfalia, hanno duramente
bocciato il partito cattolico
Cdu di Angela Merkela a favore
delle sinistre. La vincitrice delle
elezioni è la Spd guidata da Hannelore
Kraft, governatrice del
Nord Reno Westfalia che ha ottenuto
il maggior numero di preferenze
(39%), mentre i verdi hanno
ottenuto il 12%, pertanto i due partiti
insieme hanno conquistato la
maggioranza dei seggi.
Grecia. Le elezioni parlamentari
greche del 2012 si sono tenute
il 6 maggio. La Grecia prevede
un premio di maggioranza nel
proprio sistema elettorale: 50 seggi
da assegnare al partito con il
maggior numero di voti ottenuti.
Per ottenere la maggioranza assoluta,
quindi, il partito vincitore
deve ottenere almeno 100 dei 250
degli eletti con la proporzionale,
cioè più del 39% dei voti. In Grecia
si è registrata una crescita della sinistra
radicale (diventato il secondo
partito con il 16,8% dei voti) a
scapito del partito socialista e una
crescita consistente dell’estrema
destra (Alba Dorata che ha raggiunto
il 7% dei voti). I due principali
partiti pro-Euro, ossia Nd
(conservatori) e Pasok (socialisti),
hanno ottenuto 149 seggi su un totale
di 300, quindi non hanno la
maggioranza assoluta richiesta
per governare (151). Il partito di sinistra
Syriza è invece fortemente
euroscettico, insieme alle rimanenti
formazioni politiche del Parlamento
ellenico. Tali formazioni,
però, sono di orientamento politico
opposto per cui non è stato possibile
formare una coalizione di partiti
contrari alle politiche dell’Unione
Europea.
A causa di questa situazione
di “stallo” si è dovuto fare ricorso a
nuove elezioni. Da queste sono
usciti vincitori i conservatori, ma
con una maggioranza risicata che
li costringerà ad allearsi con i socialisti
usciti ridimensionati e al
loro minimo storico. Il ricatto europeo
ha influenzato i risultati, ma
la partita non è chiusa perché la sinistra
è uscita ulteriormente
rafforzata.
Serbia. Le elezioni parlamentari
serbe del 2012 si sono tenute
il 6 maggio. Il conservatore
Tomislav Nikolic è stato premiato
dal popolo serbo al ballottaggio
delle elezioni presidenziali
e ha, contro incredibilmente sconfitto
il suo rivale, il filo-europeista
e presidente uscente Boris Tadic,
che lo aveva sconfitto due volte nel
2004 e nel 2008, con un distacco di
tre punti percentuali. Dopo la
sconfitta della coalizione che mirava
ad entrare in Europa e la vittoria
della destra euroscettica gli investitori
hanno abbandonato la
moneta, il dinaro è crollato rapidamente
e la banca centrale è dovuta
intervenire con 80 milioni di
euro.
Finlandia. Le elezioni presidenziali
finlandesi del 2012, presentano
due caratteristiche principali:
solo il 32,7% degli aventi diritto
ha votato; i partiti hanno previsto
un budget di spesa nettamente
inferiore rispetto alla tornata
elettorale precedente in parte
a causa della crisi economica e
in parte a seguito degli scandali recenti
riguardanti i fondi di campagne
elettorali.
Nessun candidato ha ricevuto
la maggioranza dei voti al primo
turno; nel secondo turno tenutosi
il 5 febbraio 2012 è risultando
vincitore il candidato del Partito
della Coalizione Nazionale, l’ex- ministro Sauli Niinistö,(62,6% dei
voti contro il 37,4% dell’avversario)
che è diventato il dodicesimo
presidente della Finlandia.
Irlanda. Il 31 maggio 2012
gli irlandesi hanno votato per il referendum
sul patto fiscale europeo
(fiscal compact): ha vinto il si con
il 69% dei voti, ma il si è stato giudicato
più il risultato di una situazione
disperata che una dimostrazione
di fiducia nell’Europa.
Sintesi del voto recente in
Europa. Non è facile estrarre segnali
comuni e omogenei dalle elezioni
nei diversi paesi. Volendo ricavare
da esse tendenze di fondo,
si può dire che penalizzano i governi
in carica: questo è un dato
noto nei periodi di crisi tanto che si
parla tra gli studiosi di un “ciclo
elettorale economico”. Ma se si
guarda al passato e alla relazione
tra crisi economica ed elezioni non
si può dimenticare che nel 1929 (e
questa crisi nella sua evoluzione
somiglia sempre di più a quella di
novanta anni fa) vi fu la nascita dei
movimenti fascisti in Europa. Ora
è vero che la storia non si ripete
mai meccanicamente ma, come alcuni
studiosi hanno rilevato, se le
crisi non portano automaticamente
fascismo, producono quasi sempre
movimenti antisistemici prevalentemenmte
orientati a destra.
Tra i dati comuni che emergono
c’è una sfiducia nella politica
e una straordinaria crescita dell’astensionismo
e delle forze contrarie
al modello europeo. Come già
denunciato alcuni anni fa2 l’astensionismo
sta diventando il vero
termometro della democrazio o il
“mal sottile” della democrazia, per
dirla con Valentino Parlato3, che
ricorda che dall’astensionismo al
voto di massa per un leader populista
e di destra il passo, spesso, è
breve.
Pur in uno scenario così
preoccupante di grande valore è il
significato della vittoria di Hollande
in Francia. Se esso dovesse essere
accompagnato nel 2013 da
una vittoria dei socialdemocratici
in Germania e del centrosinistra in
Italia si potrebbero creare le condizioni
per invertire le politiche di
austerità fin qui seguite. Ma l’astensionismo
e la forte sfiducia
nella politica lasciano ancora consistenti
margini di incertezza, ai
quali si aggiungono i dubbi sulla
legge elettorale con la quale si andrà
a votare e le non ancora definite
alleanze tra le forze politiche.
Senza considerare poi come
“voteranno” i mercati finanziari,
perché non è da escludere che l’Italia
sia sottoposta a una nuova
ondata di speculazione come quella
che ha determinato la svolta
Berlusconi-Monti, per influenzarne
i risultati elettorali.
La crisi e l’Europa
La crisi di cui abbiamo parlato nella
prima parte e i risultati elettorali
di segno così diverso nei vari
paesi ci riportano, così, al tema
dell’Europa del suo futuro. Non c’è
dubbio, infatti, che il modo in cui
la crisi si sta manifestando in Europa
dipende da come l’Unione Europea
la sta affrontando, dagli
strumenti di cui si è dotata e da
quelli che mancano, da quello che
i singoli paesi pensano del suo futuro.
Ormai tutti riconoscono
come un limite enorme che sta pesando
sul governo della crisi europea
sia costituito dal fatto che si è
fatta l’Europa della moneta comune,
ma non si è fatta quella della
politica fiscale comune né tantomeno
quelle della politica sociale.
Soprattutto non si è fatta l’Europa
Federale con un suo bilancio. Così
mentre in una grande realtà federale
come gli Stati Uniti si guarda
al bilancio complessivo dell’insieme
dei paesi che la compongono e
poco conta il fatto che qualcuno dei
singoli stati abbia un rapporto debito/
Pil elevato, in Europa i singoli
Stati sono valutati dai mercati finanziari
secondo i loro specifici livelli
di debito e di rapporto debito/
Pil ed è per questo che alcuni di
essi sono entrati nel mirino della
speculazione finanziaria e nella
morsa della crisi di liquidità di cui
abbiamo parlato.
Una Europa federata farebbe
emergere un grande paradosso:
il rapporto debito/Pil nell’insieme
dei paesi europei è inferiore sia a
quello degli Stati Uniti che a quello
del Giappone, ma a essere in difficoltà
sono solo i singoli paesi europei,
perché in un mercato finanziario
globale con tantissima offerta
di titoli immessi nel mercato e
scarsa liquidità generata dall’economia
reale, gli orientamenti di investimento
si spostano verso i paesi
più forti mettendo in ginocchio i
paesi europei più fragili e generando una catena senza fine che adesso
tocca la Spagna e domani toccherà
certamente anche l’Italia. Da
qui la domanda di “più Europa” che
emerge sempre più prepotentemente
come unica risposta possibile.
Ma non tutti ne sono convinti,
non tutti hanno gli stessi interessi
e non è nemmeno chiarissimo
a tutti se si è ancora in tempo
per correggere la rotta.
Soprattutto,
non lo capisce la Germania, che
dovrebbe per prima riconoscere
che con l’euro ha goduto di un tasso
di cambio più vantaggioso rispetto
al marco e ricordare che
essa esporta nell’eurozona il 42%
del suo export. Così come l’Europa
dovrebbe ricordare, come hanno
fatto recentemente Nial Ferguson
e Nouriel Roubini, che l’Unione
Europea è nata anche per evitare
il ripetersi dei disastri degli anni
’30, mentre oggi quei disastri rischiamo
proprio di ripeterli.
Ma siamo ben lontani da
questi livelli di consapevolezza
mentre a dieci anni esatti dalla
creazione dell’euro appare sempre
più chiaro che oggi si dovrebbe fare
quello che non è stato fatto allora:
affiancare all’ unione monetaria
l’unione fiscale e politica. Si può
fare ancora in tempo?
È legittimo nutrire molti
dubbi perché oggi le risorse sono
molto più ridotte di allora e strumenti
come, ad esempio, il fondo
salva-Stati sono possibili solo negli
anni di vacche grasse.
Tra l’altro, si stanno affermando
tendenze che vanno nella
direzione esattamente contraria
all’avanzamento del processo unitario,
come ad esempio quella di
vendere i titoli ai risparmiatori nazionali
per sottrarsi alle speculazioni
dei mercati; il che significa limitare
la libertà di movimento dei
capitali e ricercare negli spazi nazionali
le proprie sicurezze. Così
come il fatto che crescano opposizioni
all’eurozona nei paesi del
Nord Europa e aumenti l’ostilità
dei paesi del sud verso essi, non va
certo nella direzione che sarebbe
giusto perseguire.
Insomma quando molti sembrano
convenire che serva “più Europa”,
crescono spinte a dividere, e
ad andare avanti guardando agli
specifici interessi nazionali.
Non solo, ma mentre tutta
l’attenzione si concentra sul debito
pubblico dei singoli paesi , si trascura
alla fine un altro fattore importante
che determina la vera forza
economica dei paesi: la bilancia
dei pagamenti perché un avanzo di
parte corrente costituisce una garanzia
di solvibilità del paese mentre
un disavanzo va finanziato con
prestiti all’estero e questo ricorso al
credito diventa sempre più costoso
e aumenta il rischio di insolvenza.
Su questo terreno l’Italia è
messa male: mentre ci si sofferma
sul divario tra tassi di interesse
italiano e tedesco si trascura il fatto
che l’Italia ha un disavanzo nel
conto corrente con l’estero per
maggiori importazioni rispetto
alle esportazioni. Questo ha prodotto
una posizione patrimoniale
netta sull’estero negativa pari nel
2010 al 24,3% del Pil. Anche Grecia
e Portogallo hanno oltre a un
debito pubblico alto questo squilibrio,
mentre la Germania, così
come il Giappone, hanno un debito
pubblico elevato, ma una posizione
netta sull’estero positiva. È
questa una causa non secondaria
della crisi.
Anche per questo problema
servirebbe “più Europa”, perché se
in Europa ci fosse una politica fiscale
comune, il disavanzo delle
partite correnti non sarebbe un
problema in quanto il disavanzo
delle economie più deboli sarebbe
compensato dall’avanzo di paesi in
surplus.
Insomma l’Europa della moneta
unica e degli Stati non unificati
non regge più.
Misure e misure
Quanto finora detto sull’Europa
che manca non significa che nulla
sia stato fatto per tentare di contrastare
la crisi. Alcune misure
come la creazione del Fondo Europeo
di Stabilizzazione Finanziaria,
i prestiti fatti dalla Bce alle banche
(1000 miliardi al tasso dell’
1%), il meccanismo europeo di
stabilità col fiscal compact sono
state prese ed hanno un segno preciso:
inondano di liquidità a basso
costo le Banche mentre impongono
restrizioni economiche che gravano
soprattutto sui ceti popolari e
che hanno effetti depressivi.
Gli effetti principali in Europa
si possono misurare con tre
indicatori: il reddito per abitante
che era nel 2007 di 26.477 euro è
sceso nel 2011 a 25.718; gli occupati
che erano 150 milioni si sono
ridotti a 146 milioni; i disoccupati
sono passati dall’11,8% a 17,3%.
Ci sono, dall’altro lato, misure
proposte, ma che non vengono
ancora prese: emettere eurobond
da destinare a politiche di investimenti
per la ripresa, non considerare
nella spesa pubblica gli
investimenti per infrastrutture
materiali e immateriali, tassare le
transazioni finanziarie, omogeneizzare
l’imposizione sui grandi
patrimoni.
Queste e altre proposte hanno
un segno diverso: da un lato intaccano
la speculazione finanziaria
delle banche, dall’altro possono
riattivare l’economia reale. Su queste
proposte i consensi crescono,ma
le condizioni perché esse vengano
assunte non ci sono ancora.
Il punto di svolta che sta davanti
all’Europa è proprio questo
ed è di natura non tecnica, ma politica.
Ripartire dall’Europa
Nell’esame finora svolto abbiamo
individuato un processo che ha
preso il via negli Stati Uniti e che
oggi si è fermato, come un uragano,
sopra l’Europa distruggendo
progressivamente ciò che di più
fragile incontra.
Qui la crisi finanziaria ha
fatto esplodere le debolezze strutturali
di una Europa “incompiuta”
e, poiché le contromisure adottate
sono state solo di stampo restrittivo
e gravano soprattutto sugli
strati popolari, la crisi ha investito
la politica allontanando gli elettori
dalle rappresentanze politiche
e dalle istituzioni e facendo nascere
spinte populiste ed egoismi nazionali
che mettono a rischio il disegno
stesso dell’Europa.
Insomma, siamo di fronte ad
un vero e proprio avvitamento tra
crisi del debito, crisi politica e crisi
dell’Europa il cui mix costituisce
il fertilizzante adatto per populismi
e sbocchi di destra, anche se,
come dicevamo, sono ancora possibili
sbocchi a sinistra.
Se non si vuole subire passivamente
questo processo di disgregazione
non si può che attivarne
uno opposto: ripartire dall’Europa,
ricostruire il rapporto
politica-popolo, ridimensionare,
così, con la forza della politica, il
problema del debito e la finanza
che lo ha generato. Facile a dirsi,
difficile a farsi4, ma la sinistra europea
è chiamata a questo immane
compito. Esso, infatti, non potrà
essere svolto dalle destre che puntano
al nazionalismo, ma nemmeno
dalle grandi forze di centro
come ad esempio la Cdu tedesca
perché essendo esse espressione
delle forze moderate subiscono il
condizionamento della destra economica
e difficilmente potranno
trovare la forza di imprimere all’Europa
una svolta nella direzione
della solidarietà europea.
Ripartire dall’Europa in
queste condizioni significa rilanciarne
lo spirito originario, quello
dei padri fondatori. Cosa che detta
così oggi sembra veramente un’utopia
fuori dal tempo o un attacco
di romanticismo. A meno che non
ci si convinca che c’è una “convenienza”
di tutti a fare questo grande
balzo in avanti.Equi forse si potrebbe
ritrovare una funzione delle
sinistre europee.
Dovrebbe essere chiaro che
quello che si sta giocando è anche
il secondo tempo della partita cominciata
nell’89 e proseguita con
l’euro.
Nello scenario globale si sono
ridisegnate le aree geopolitiche del
nuovo secolo: quella del Nord America,
quella del Sud America (guidata
dal Brasile), quella asiatica
(guidata da India e Cina).
In questo nuovo scenario l’area
europea poteva inserirsi alla
pari forte della sua potenza economica
e della suo storia sociale e civile.
Ma l’Europa ha voluto farlo
solo sul terreno monetario e quando,
come adesso, il gioco è diventato
duro ha scoperto di non avere gli
strumenti per reggere lo scontro a
cominciare dalla impossibilità di
garantire i bilanci degli stati membri.
La sinistra europea oggi dovrebbe
fare questo e rilanciare
l’Europa dei popoli. Ma per farlo
dovrebbe riconfigurarsi come “sinistra
europea”, ritessendo un filo
di relazioni tra i principali partiti,
ricostruendo momenti comuni di
elaborazione, cercando di svolgere
nel parlamento europeo una azione
comune.
Se questo si cercasse di fare
forse si potrebbe riannodare un filo
con gli elettori e con la politica e,
conquistando nel 2013 postazioni
importanti come l’Italia e la Germania,
si potrebbe imprimere una
svolta solidale all’economia e aggredire
il debito così come la situazione
impone.
Per concludere, se oggi il debito
ha messo in crisi la politica
prima e l’Europa dopo, occorre avviare
un processo esattamente opposto:
rilanciare il progetto europeo,
rafforzare la politica e le sinistre,
accantonare le sole politiche
restrittive e attivare politiche che
ridimensionino la finanza.
Un compito immane per i
quale c’è ancora pochissimo tempo
a disposizione, se la situazione non
precipita prima.
ANTONIO FOCCILLO
Un nuovo modello economico è possibile?
I nuovi principi imposti dall’ideologia neoliberista fondata sull’economia finanziaria, sta
producendo nell’intera umanità costi enormi in termini di disoccupazione, insicurezza,
infelicità, si interroga se sia possibile un futuro diverso per la nostra società, per l’Europa e
per il mondo.
La mia valutazione parte da una riflessione fondata su tre punti: il primo riguarda la necessità
e l’obbligo di rimettere al centro della politica e del sociale la persona; il secondo propone di
fissare regole a livello internazionali per limitare il potere della finanza e imporre una piccola
tassa a questa enorme massa economica che si muove sui mercati; il terzo chiede che, in
Europa, si arrivi a istituzionalizzare un governo eletto dai cittadini e che la BCE emetta
moneta, con la contemporanea modifica dei trattati, per arrivare a investimenti a favore dello
sviluppo, che siano svincolati dalla tagliola del rapporto pil/debito.
E’ troppo alto, oggi, il prezzo che intere popolazioni devono pagare per alimentare la
speculazione di pochissimi gestori della finanza mondiale, che ignorano il problema della
corretta allocazione delle risorse disponibili, tuttavia manovrano sul mercato globale grandi
masse di denaro virtuale e, bypassando l’economia produttiva e il mondo del lavoro, si
arricchiscono solo utilizzando gli strumenti speculativi che il libero mercato ha messo a loro
disposizione.
Una platea sempre più vasta si interroga, finalmente, su come cambiare questi processi e la
situazione economica che si è determinata.
Tutto è iniziato con i subprime, nel 2007, ed è proseguito con gli hedge funds, fondi
speculativi strutturati in modo da rimanere esclusi dall’ambito applicativo della normativa
sull’intermediazione finanziaria e che agiscono sul mercato utilizzando valori assai elevati
della leva finanziaria. Ciò permette ad un hedge fund di procurarsi, per compiere operazioni
puramente speculative, un indebitamento finanziario mille volte superiore al suo patrimonio
netto. Sono loro i grandi accusati della crisi globale, capaci di sconvolgere i mercati con
un'enorme potenza finanziaria, dotati come sono di patrimoni pari e superiori a quattro volte il
PIL di grandi paesi europei.
Non si è mai agito per limitare la loro voracità, eppure le soluzioni ci sono. La prima può
essere la Tobin tax, che scatterebbe ogni volta che un'azione, un'obbligazione o un altro
strumento finanziario venisse comprato o venduto, così come su ciascuna operazione
valutaria. Altro strumento, per limitare la vendita allo scoperto, può essere la riduzione dei
tempi di liquidazione intercorrenti fra la vendita e il regolamento dell'operazione, oppure il
deposito preventivo di titoli e capitali in un conto vincolato presso l'ente preposto alla
regolazione degli scambi: un deposito di capitale contro la speculazione rialzista, e un
deposito di strumenti finanziari per limitare quella ribassista.
L’assenza di questi strumenti di contrasto ci ha fatto assistere, in questi giorni, all’attacco
della speculazione all’Italia e all’intero sistema economico europeo.
L’economista Fitoussì recentemente ha sostenuto: “In assenza di una soluzione redistruibutiva
il contagio della speculazione rischia di determinare un’insolvibilità crescente
nell’Eurozona”. Così prosegue “I responsabili dell’Eurozona giocano dunque con il fuoco, e
rischiano di precipitare l’Europa e il mondo intero in una nuova crisi di vasta portata, che
potrebbe rivelarsi insopportabile per le popolazioni, già fin troppo provate”. E conclude “E’
così difficile comprendere che la speculazione trae la sua origine dall’indecisione politica,
assai più che dalla situazione delle finanze pubbliche dell’Eurozona, notoriamente la più
sana tra i grandi Paesi industrializzati? (…) Quindi il misto, economia-politica, rischia di
mettere il mondo in condizioni ancora peggiori di quelle attuali”.
Scrive Matteo Maggiore su un noto quotidiano italiano: “Gli sviluppi politici della crisi
dell’euro sono estremamente preoccupanti per il futuro della democrazia in Europa. Si può
dire che la crisi sia legata, più che al debito degli Stati, al deficit della sovranità in Europa
(…) Quel che preoccupa è l’accento quasi esclusivo posto sul problema del debito. E’ compito
dei governi gestire il debito pubblico in maniera prudente. In questo molti governi europei
hanno fallito (…) Ma le nazioni non sono negozi e se il pareggio di bilancio fosse l’unico
obiettivo della politica, i partiti non sarebbero gran chè utili. Al posto delle elezioni
potremmo semplicemente indire i concorsi. I vincitori - con ogni probabilità tutti grandi
economisti provenienti da scuole prestigiose - diventerebbero primi ministri”. Quindi in
conclusione sostiene: “Se i governi possono contemplare il fallimento del debito, proprio
come negozi, allora le notazioni dei fondamentali dovranno credere alle cifre giornaliere più
che a qualsiasi potenziale futuro di cambiamento, crescita o solidità politica generale. Più o
meno all’improvviso ci ritroviamo prigionieri di una politica a senso unico e con tempi
strettissimi: nessun governo nazionale può far altro che decidere quasi esclusivamente il
pareggio di bilancio, costi quel costi per i cittadini o le prospettive di crescita”.
Sono d’accordo e per questo che voglio analizzare la situazione e fare qualche analisi e
proporre qualche alternativa.
A) Partiamo dagli economisti: George Bernard Shaw sosteneva che il compito degli
economisti è quello di analizzare il presente e prevedere il futuro; molto spesso, aggiungeva,
capita che preferiscano analizzare il futuro prevedendo solo il presente. Purtroppo, sembra
proprio che sia così. Piuttosto, più che di previsioni, sarebbe meglio parlare di impegni che il
nuovo millennio ci chiede di realizzare, tuttora inevasi per incapacità del sistema a fornire
risposte o per colpevole disattenzione o, ancora, per palese insofferenza verso le grandi
costruzioni ideali.
La caduta delle ideologie, che poteva anche rappresentare un fatto positivo perché, abbattendo
storici steccati culturali, consentiva un’accresciuta articolazione delle opinioni, si è invece
trasformata in una spinta all’isolamento individuale, mentre la crescita della ricchezza ha
accentuato le differenze, aumentato le spinte corporative ed esaltato i modelli consumistici a
discapito della solidarietà.
Lo storico smantellamento del muro di Berlino ha fatto prevalere modelli di vita scelti per
pura e semplice esclusione, secondo il ragionamento che, caduto il comunismo, l’unico
“mondo” in cui l’uomo può trovare la felicità resta il capitalismo.
Ne è derivata l’affermazione del pensiero unico, il c.d. neoliberismo, diventato quindi un
dogma, che, ignorando i fini sociali dell’azione economica, ha imposto di orientare le risorse
economiche verso interessi finanziari-speculativi, invece che produttivi, per perseguire
soltanto la logica della massimizzazione dei profitti. Tutto ciò ha evidenziato la divaricazione
creatasi tra andamento dell’economia e i processi politico economico-sociali, che ha prodotto
la concentrazione della ricchezza in un numero sempre minore di soggetti; l’aumento delle
aree di povertà e l’emarginazione e, nello stesso tempo, un incremento delle attività contrarie
all’utilità sociale ed una perdita di competitività dell’economia produttiva.
Questo modello di capitalismo finanziario, contrario ad ogni forma di solidarismo in nome
dell’individualismo competitivo, ha sferrato virulenti attacchi al modello socialdemocratico
europeo, fondato sullo Stato sociale. Attacchi motivati dalla necessità di competitività, ma, in
effetti, tendenti a rafforzare quel modello di capitalismo selvaggio e le politiche monetariste
che stanno stravolgendo anche gli stessi principi di civiltà che hanno fatto forte il modello
economico europeo.
Questi principi, di tolleranza e di solidarietà tra gruppi diversi e tra generazioni diverse, sono
stati, in Italia, i cardini della Costituzione, frutto delle mediazioni culturali fra forze politiche
cattoliche, laiche e socialiste e divenuti, per merito del movimento sindacale, anche punti di
riferimento nella prassi delle relazioni industriali.
B) Veniamo alla politica: da circa venti anni una classe politica debole, vassalla dell’economia, invece di pensare ad un rafforzamento dei sistemi e delle prestazioni sociali, in
un momento di così grande difficoltà, si è conformata all’idea neoliberista dello Stato
semplice fattore di spesa improduttiva per cancellare la sua funzione di equilibratore della
coesione sociale con tagli costanti e significativi dei servizi pubblici, considerati soltanto
sperpero di risorse.
Quindi l’impianto delle “nuove” proposte politico-economiche si è concentrato
principalmente sui tagli alla spesa pubblica senza mai valutare le ricadute sui costi sociali, in
particolare alle nuove esclusioni, emarginazioni e povertà. Anzi è andato oltre affermando la
necessità della privatizzazione anche di settori di tutela della dignità della persona e di beni
primari quale l’acqua.
C) L’Europa: La stessa Unione Europa attenta unicamente all’imperativo della stabilità ha
depresso e deprime ogni politica di sviluppo producendo ulteriori diseguaglianze economicosociali
con le sue direttive tendenti a richiamare gli Stati aderenti al rispetto dei parametri
economici dettati dalla Bce.
La costruzione di un’Europa dei popoli e di un’Europa sociale del lavoro è vista sempre più
lontana dai cittadini, tanto è vero che, ogni volta, che essi sono chiamati a votare per
proseguire nel processo Europeo, i risultati sono sempre negativi e di rifiuto. E’ evidente
quindi la necessità di nuovi modelli economici e sociali, per avviare uno sviluppo economico
non più solo mercantile.
In Europa, bisogna riproporre come centrale il problema del sociale e ridare dignità a quei
principi di solidarietà, unici correttivi alle spinte egoistiche, che vedono nella povertà ed
emarginazione uno scomodo fardello da occultare più che una questione da risolvere.
Oggi l’Unione Europea vive un momento molto difficile, le scelte sono definite da alcuni
paesi egemoni con ricadute molto disastrose per i cittadini e i lavoratori di altri stati membri,
ma anche sulla sopravvivenza stessa della UE. Certamente la vicenda greca ha spinto gli stati
europei a manovre finanziarie, fino a pochi anni fa inimmaginabili, che hanno sacrificato una
possibile ripresa. Purtroppo le ricette UE e FMI non favoriscono lo sviluppo, infatti, tutto è
precipitato e sono state rinviate le scelte strategiche di crescita economica e di sviluppo.
Così, dopo vent’anni di politiche economiche di stampo neoliberista, restano apertissimi
alcuni problemi fondamentali della società europea quale la disoccupazione giovanile, che sta
sciupando la risorsa umana, il nostro bene più prezioso, colpendo in maniera diseguale
accentuando disparita territoriali, di genere e generazionali. Per di più la crisi sta allargando in
maniera allarmante l’area della nuova povertà, che colpisce oggi ceti sociali che sembravano
essere al sicuro dalla crisi. Inoltre nell’Unione esistono differenze sensibili riguardanti la
sicurezza e la protezione sociale, la legislazione sociale, le relazioni industriali e le politiche
contrattuali.
Possiamo dire che se l’Europa continua ad avere come bussola esclusivamente il mercato, a
cui conferisce la possibilità di decidere il grado di convergenza delle condizioni di lavoro e il
progresso sociale, alimenterà ulteriore sfiducia, povertà e malcontento con qualche rischio per
la democrazia.
Poiché un secolare principio recita che una politica economica senza rappresentatività
democratica è intrinsecamente tirannica, l’Europa per imporre democraticamente decisioni
economiche a tutti i suoi cittadini deve avere un governo europeo democraticamente eletto da
tutti, altrimenti si rischia un pericoloso “default” democratico. E’ vero che esiste già il
Parlamento europeo e che ha acquisito sempre nuovi poteri, ma è un organo di indirizzo e non
di decisione.
Aggiungo infine che i diritti sono tali se sono garantiti e, naturalmente, anche i diritti sociali
rimandano ad uno status di cittadinanza che nel loro complesso li renda efficaci. Dunque la
cittadinanza è agire politico autonomo e la sovranità popolare nel tempo non diventa più
identità e neanche adesione ad una comunità, ma piuttosto condivisione di uno status di diritti
civili, politici e sociali e di valori universali.
Di tale situazione ne è d’esempio proprio l’Italia dove lo scontro politico ed il sistema
elettorale hanno prodotto il venir meno delle mediazioni fra interessi diversi e di solidarietà
fra le persone. Cosicché l’unità del corpo sociale è stata continuamente divisa: governanti e
governati, società economica e società politica, nord e sud, pubblico e privato in un clima di
continua contrapposizione che ha ignorato finanche gli interessi comuni.
Anche gli strumenti di partecipazione democratica sono stati ridimensionati nelle loro
funzioni di rappresentanza e sono aumentate le distanze fra i cittadini. Ultimo la posizione
espressa da Monti sulla concretazione.
Vi è bisogno, invece, che queste situazioni vengano esaminate e risolte con la prassi della
politica di concordata delineando prospettive con una progettualità di sviluppo, pur lasciando
al Governo la decisione finale sul come realizzarle. Sosteniamo ciò proprio perché ci
rendiamo conto che oggi in Italia, a causa dell’affievolirsi del senso di solidarietà, sono venuti
meno quei collanti che qualificavano la nostra comunità, mentre in vari paesi sono nate
contestazioni molto violente e, quello che appare più forte nel “vulnus” della democrazia è
aver imposto alla Grecia di cancellare il referendum sulle misure economiche o imporre
governi non eletti, ma graditi ai mercati e alle grandi lobbies. Vi è quindi un trasferimento di
sovranità dal popolo al mercato per noi impossibile da accettare. Noi, come gli altri paesi
europei, avevamo accettato di rinunciare alla sovranità per riconoscerla una sovraordinata,
ma, a parere mio, questa seconda non si è ancora realizzata.
Come pure vi erano governi pavidi e indecisi che non riuscivano a concretizzare politiche
adeguate, ma comunque erano legittimati da un voto democratico che li aveva eletti. Il
problema resta per quelli imposti. A chi rispondono?
Senza un chiaro richiamo ad una politica nazionale ed europea che sia partecipata
democraticamente, le costrizioni provenienti da Bruxelles e da Berlino rischiano di accentuare
una diminuzione della sovranità nazionale che non corrisponde al suo trasferimento a un
livello soprannazionale. Senza un potere centrale forte e democraticamente legittimato le
regole comuni non resistono a negoziati tra governi nazionali formalmente pari fra loro e
sostanzialmente in conflitto.
Non può essere permesso che la nostra vita sia scandita da organismi come la Bce, il FMI e la
stessa Unione Europea così com’è non ha grande autorità nei loro confronti. E’ ormai
improrogabile la modifica dei Trattati con la previsione dell’istituzione di un governo politico
europeo, con la Banca Europea, non più solo guardiana dell’inflazione, ma dotata della
capacità di emettere moneta, per favorire così lo sviluppo, possibile solo se gli investimenti e
le spese non vengano considerati quali fattori di debito, ma fattori di sicura crescita e
progresso.
Va quindi individuato un nuovo modello di espansione economica, un forte progetto di
rinnovamento che riaccenda le speranze sopite con una seria e corretta politica sociale, al
centro della quale devono ritornare le persone con i loro bisogni e le loro aspettative,
attraverso la distribuzione della ricchezza complessivamente prodotta, rispondendo così anche
alle nuove povertà e alle fasce deboli della popolazione.
Il benessere, il livello di civiltà, la solidarietà e le pari opportunità devono essere garantite
dallo Stato e soprattutto oggi, in un momento di grave crisi economica, i servizi pubblici
devono garantire un accettabile livello di vita soprattutto per le persone più indigenti.
Deve aver fine la svendita dei beni pubblici programmata nel 1992, sul Britannia, dove si
decise oltre alla corposa svendita di appetibili beni pubblici, anche l’attacco a 5 monete e a 5
classi politiche di allora. Invece le preoccupazioni in merito continuano, infatti, a febbraio del
2010 il Wall Street Journal pubblicò un servizio su una presunta cena cospiratoria tenuta l’8
febbraio nella sede di una piccola banca d’affari specializzata, la Monness Crespi and Hardt,
in cui si cercavano strategie per evitare un’ondata di vendite di dollari da parte delle banche
centrali ed il conseguente crollo del dollaro. Sembra che gli influenti partecipanti abbiano
deciso che l’unica maniera per rafforzare il biglietto verde dovesse passare attraverso un attacco all’euro, ma siccome le compravendite di euro ammontavano circa a mille miliardi al
giorno risultava impossibile un attacco frontale, quindi, gli hedge funds hanno cercato i
fianchi più deboli del sistema europeo e li hanno individuati nei mercati dei titoli di stato
iniziando dai piccoli paesi del meridione europeo – Grecia e Portogallo – dove era anche
possibile contare anche sulla disponibilità della politica, per finire all’Italia e alla Francia. E’
fantapolitica?
Nei giorni successivi, infatti, è iniziato il travolgente movimento ribassista sull’euro, poiché
gli hedge, dopo quella cena fecero salire vertiginosamente i futures contro l’euro, che a fine
febbraio raggiunsero punte, allora record, di 70mila contratti, segnalando al mercato che un
movimento importante era in atto a cui, ovviamente, i più lesti si accodarono. Ma per
raggiungere gli obiettivi voluti era necessario che si aggiungessero le valutazioni delle
agenzie di rating. Infatti, le tre società private americane, Moody’s, Fitch, Standard & Poor,
tra aprile e maggio, agirono con tempismo, adombrando possibili diminuzioni di rating di
Spagna e Portogallo, paventando contagi dalla Grecia all’Irlanda, facendo annunci a mercati
aperti a pochi minuti dalla fine delle contrattazioni.
La valanga programmata c’è stata e noi ne subiamo le conseguenze. Questo più che libero
mercato, sa tanto di aggiotaggio. Inghilterra e Francia, non sono oggetto dell’attacco da parte
degli Hedge Funds eppure non stanno meglio dell’Italia e ciò risulta da un indice del rischio
di bancarotta per 20 paesi dell’OCSE elaborato, più di un anno fa, dalla Royal Bank of
Canada, da cui emergeva che Irlanda e Grecia erano i due paesi con maggiori possibilità di
fallire. L’Italia, in questa statistica per rischio di fallimento, occupa il quinto posto in
compagnia di Francia e Regno unito.
Intanto l’attacco all’euro costringerà molte popolazioni in Europa ad accettare una forte
riduzione del Welfare State e promuoverà la vendita o la svendita dei beni di questi Paesi.
Governi democraticamente eletti sono stati spodestati dai mercati.
L’obiettivo della speculazione promosso dai grandi poteri della finanza mondiale è, dunque, di
appropriarsi di buona parte delle ricchezze degli Stati e di milioni di singole persone che
vedranno modificare le proprie prospettive di vita e saranno indotti ad accettare forme di
privazione della democrazia e della libertà pur di ottenere una maggiore sicurezza. Ma forse
l’obiettivo di questa speculazione può essere proprio il controllo della democrazia, infatti, se
dovesse essere ridimensionata l’attività del Welfare State, per il quale tutta l’Europa ha lottato
per decenni, ogni persona sarebbe più assorbita dai problemi contingenti di come far studiare i
propri figli, di come proteggere la salute della propria famiglia, di come sistemare la propria
vita futura nella vecchiaia e, nella situazione in cui non avesse la speranza di poter risolvere i
propri problemi per il venir meno di quella coesione sociale che solo i sindacati, i partiti, il
senso di appartenenza alla collettività nazionale possono mantenere, non avrebbe altra via che
accettare la fine dei valori della solidarietà, della fratellanza, dell’uguaglianza e anche della
libertà perché sarebbe disposta a perdere in termini di democrazia pur di salvaguardare le
proprie esigenze di sicurezza, così com’è accaduto ora in Grecia con la rinuncia al
referendum.
Per questo riteniamo che sia imprescindibile individuare, proporre e poi sperimentare una
nuova forma di Società fondata su un diverso modello economico e sociale in grado di ridare
un po’ di credibilità alla politica e far sì che la persona ritorni ad essere al centro di ogni
azione economica, sociale e politica.
Partiamo dal rimettere in discussione quel modello di sviluppo che ritiene che i costi sociali
ed ambientali siano solo sperperi. Dobbiamo proporre ed evidenziare l’alternativa dei
contenuti di una società più giusta e più equa attenta alla salvaguardia della persona e dei
diritti di cittadinanza dal diritto al lavoro al diritto alla vita; alla sicurezza sociale. Principi che
hanno consentito al Paese anni di benessere e garanzie, permettendo a ciascun individuo di
essere considerato non un suddito ma un cittadino a pieno titolo.
Scriveva Luciano Gallino citando Keynes in “Le conseguenze economiche della Pace”, in merito alle drastiche misure imposte ai tedeschi nel dopo guerra: “Keynes era rimasto colpito
durante le trattative, cui aveva partecipato, dall’ottusa incapacità dei governanti delle
potenze vincitrici di ragionare sulle conseguenze di misure che strappavano la sovranità
economica a intere nazioni. I governanti di oggi non sembrano mostrare una maggiore
lungimiranza di quelli di ieri”.
Per questo la prima azione deve essere quella di riproporre una iniziativa politica a livello
europeo per ripristinare condizioni di equilibrio nella gestione delle risorse a favore dell’intera
collettività e non solo dei paese egemoni. Quindi, contrastare le volontà egemoni di Paesi,
come la Germania, più attenti alla loro stabilità economica che a quella complessiva
dell’intera Europa.
Servirebbe una nuova classe dirigente per un progetto più ampio di libertà non solo
economica, ma anche del lavoro, nell’ottica di crescita e non di difesa della sola inflazione.
Voglio infine ricordare quello che avvenuto in Islanda, poiché questo Paese ci ha dato
l’esempio di uno Stato che si riappropria della propria sovranità, contro le terapie recessive e
antipopolari del FMI, della BCE, gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le
pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, compiendo quella che viene definita
una 'rivoluzione silenziosa'. Gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un
processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
Oggi l'Islanda si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del
tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente
salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere,
ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a
determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa
internazionale.
Non sarà questo il modo per risolvere il problema, ma certamente non bisogna arrivare
all’esasperazione dei popoli e aspettare che reagiscono in questo modo.
Voglio, però aggiungere un’ulteriore considerazione che si basa sulla titolarità dello Stato
italiano ad esercitare la sua sovranità, atteso anche che, come diceva Carl Schmitt “Sovrano è
chi decide lo stato di eccezione” e prosegue “ la normatività è impotente durante gli stati di
crisi”. Nel caso attuale tale normatività è rappresentata dal FMI i cui dettami sono stati
pedissequamente assunti dalla UE e che non capiamo in base a che cosa viene a certificare la
correttezza delle decisioni del Parlamento italiano.
In conclusione emerge la necessità di ripristinare nella UE una mediazione politica vera, che
si contrapponga agli interessi economici di parte, assicurando le garanzie della democrazia
partecipata e condivisa. Quindi voglio ribadire la necessità che la politica ritorni a svolgere la
sua funzione per una “Nuova Era”, liberandosi dalla nefasta influenza che la governa per
ripartire con scelte che reintegrino il senso del bene comune in un processo di sviluppo
condiviso per il bene di tutti e non di pochi.
ALFIERO GRANDI
Finanza e democrazia
Trovare il filo rosso
Questa è una fase politica, economica, sociale, morale confusa, come non si vedeva
da tempo. Non è semplice identificare un percorso in grado di comprendere e
fronteggiare la crisi e insieme costruire una prospettiva politica e sociale rinnovata.
Dopo una fase di grandi certezze, di sguardi lunghi, ora la situazione è precipitata in
un affannoso giorno per giorno, con una prevalenza culturale della destra, in
particolare in campo economico e sociale. La lotta di classe c’è. Ne ha parlato bene
Gallino nel suo ultimo libro, ma è condotta dalle classi dominanti contro quelle
subalterne.
Anche l’informazione svolge un ruolo importante in questa lotta, attraverso una sorta
di dipendenza dall’informazione “usa e getta” che si consuma con sempre maggiore
rapidità. Ad esempio, alla vigilia della seconda tornata elettorale in Grecia la
presentazione fatta dagli organi di informazione delle scelte che erano di fronte agli
elettori greci (euro o dracma) è stata omogenea e insieme mortificante, del tipo civiltà
o barbarie. Identici argomenti, identica presentazione delle alternative in campo,
totale subalternità all’ideologia dominante. Al punto da fingere di dimenticare che
Nuova democrazia, presentata come il partito adatto a garantire la permanenza della
Grecia nell’Euro, è lo stesso che in precedenza ha truccato i conti pubblici e portato
quel paese nel baratro. Dovremmo ricordare sempre questa sorta di contrappasso.
Districarsi nella situazione confusa di oggi non è facile, ma occorre tentare di farlo.
In particolare nel nostro paese occorre cercare di farlo prima delle prossime elezioni
politiche. Per questo occorre tentare di rendere chiara la posta in gioco delle prossime
elezioni. Questo non vuol dire attribuire a quell’appuntamento politico un significato
palingenetico. Tuttavia una soluzione politica per un periodo corrispondente ad una
legislatura può portare in Italia a derive tali, come dimostra anche l’attuale situazione,
che possono spingere il nostro paese in situazioni difficilmente recuperabili.
Purtroppo il confronto tra le forze in campo, sia politiche che sociali, non sempre
riesce ad affrontare, la sostanza dei problemi.
Invece la sostanza c’è, eccome. C’è qualcosa di radicale in quanto sta accadendo e
questo dovrebbe spingere a fare scelte altrettanto nette per consentire agli elettori di
scegliere effettivamente.
Il peso preponderante della finanza
Nell’arco di poco più di 20 anni la finanza internazionale è cresciuta a dismisura fino
a diventare almeno 10 volte il Prodotto Interno lordo mondiale. Solo poco più di 2
decenni fa il complesso delle attività finanziarie era inferiore al Pil mondiale. Di
questa massa enorme di capitali finanziari che vagano nel mondo in cerca di profitto,
la parte rappresentata dalle borse è enormemente più limitata, inferiore al Pil
mondiale, quindi meno di un decimo degli oltre 600.000 miliardi che rappresentano
la mostruosa mole del capitale finanziario che è in movimento nel mondo. La
descrizione che fece Balzac degli speculatori di borsa impallidisce di fronte alle
dimensioni raggiunte dai giochi e dalle speculazioni finanziarie nel mondo attuale.
Questo conferma che gran parte dei movimenti finanziari sono estranei ad un
qualsiasi rapporto con le attività economiche materiali e immateriali, di qualunque
natura. Tuttavia le attività e le incursioni speculative della finanza hanno effetti
concretissimi sull’economia e sull’occupazione e possono condannare al disastro non
solo un’economia nazionale ma uno stato sovrano. La situazione attuale dell’Europa
dimostra che un’intera area economica con mezzo miliardo di abitanti, tra le più
avanzate del mondo, può entrare in sofferenza, sotto l’attacco della speculazione che
mira a fare saltare l’Euro. Va ricordato che se lo spread con i bund tedeschi è per tanti
paesi, compresa l’Italia, un incubo, per la Germania è un bengodi costituito
dall’abbondante arrivo di capitali praticamente a interessi zero, come del resto
avviene da tempo per gli Usa.
Sraffa cercò di risolvere alcune contraddizioni di Marx spiegando i prezzi con la
produzione di merci attraverso merci. Oggi Sraffa dovrebbe misurarsi con la
produzione di capitale finanziario attraverso altro capitale finanziario. Il capitale
finanziario manifesta una superfetazione di dimensioni tali che è la novità assoluta
dell’epoca attuale e ha raggiunto dimensioni mostruose, fino ad essere in grado di
aggredire prede che in altre epoche sarebbero state fuori dalla portata della
speculazione, fino a mettere in sofferenza l’intero sistema economico mondiale.
Non a caso il battito delle ali della farfalla greca ha preoccupato molto il Presidente
Obama. Eppure la Grecia non ha un peso economico rilevante per gli Stati Uniti.
La memoria smarrita della crisi del 1929
Come è avvenuto questo ? Come l’attività finanziaria ha assunto una dimensione che
oggi sembra inarrestabile e ingovernabile ? Eppure la crisi del 1929 dovrebbe avere
insegnato molto. In realtà non è così.
Non va dimenticato infatti che la crisi in cui siamo ancora pienamente immersi
sembra non avere prodotto iniziative e reazioni all’altezza dei problemi. Nulla di
sostanziale è stato risolto dal 2007 ad oggi. I problemi di oggi sono gli stessi di prima
della crisi finanziaria iniziata nel 2007.
Recenti studi hanno rivelato che le attività finanziarie (sommando le diverse
fattispecie) hanno superato la dimensione precedente la crisi, iniziata alla fine del
2007, e continuano a crescere ulteriormente. Ulteriore segno che il problema non è
affatto risolto.
La crescita - smisurata in quanto senza parametri con l’attività economica reale -
della dimensione finanziaria ha effetti pervasivi, invade e tende a permeare anche la
sfera dei consumi non tradizionalmente oggetto di attenzione, delle abitudini, perfino
dei valori e dell’etica. Soprattutto rappresenta un poderoso vincolo sull’esercizio
della democrazia moderna e in particolare sulla possibilità di esercitare, nel suo
ambito, le scelte politiche.
La democrazia è in discussione
In questa crisi abbiamo visto che la democrazia di paesi sovrani è stata pesantemente
limitata, conculcata, senza tanti complimenti, senza infingimenti. La differenza nei
rapporti di forza tra la speculazione finanziaria, in grado di infliggere colpi
pesantissimi, e i singoli stati nazionali può essere tale da non lasciare scampo.
Contrariamente a quanto sostengono alcuni, il capitalismo ha sempre avuto un
rapporto ambiguo con la democrazia e non solo nella fase imperialista. Atteggiamenti
rivoluzionari e libertari sono stati fortemente presenti nelle fasi di costruzione della
nuova economia capitalistica, dopo le cose sono diventate molto più complicate.
Oggi è evidente che il capitalismo a dominio finanziario ritiene le procedure
democratiche una perdita di tempo e immagina che tocchi ai santuari finanziari
decidere al posto della collettività e di non dovere rendere conto a nessuno delle
scelte. Del resto le forme anomale di governo di questi tempi sono numerose e il
ruolo dei “tecnici” ne è una conferma.
Perfino il capitalismo tradizionale, fondato sul rapporto tra capitale e lavoro, ha i suoi
problemi perché l’attività finanziaria tende a limitarne l’attrattiva, a spiazzarlo.
Di fronte alle scelte possibili di allocazione del capitale la scelta finanziaria è apparsa
spesso la via più allettante, più rapida, più remunerativa dell’investimento.
Da tempo la crescita finanziaria tende a spiazzare gli investimenti in attività di
qualunque tipo.
La crescita della dimensione finanziaria è esplosa dopo la caduta del muro di Berlino
e la sua realizzazione è avvenuta in un quadro egemonizzato dalle sedi finanziarie
principali, in particolare degli Stati Uniti.
Il ruolo degli Usa
Rampini ha scritto, felicemente, che nella crisi finanziaria iniziata alla fine del 2007
ci sono le impronte di Clinton. Infatti il decennio della presidenza Clinton ha
contribuito non poco a creare l’illusione che la crescita di valore finanziario degli
immobili e in generale le attività finanziarie potessero compensare la diminuzione dei
redditi da lavoro, da pensione, ecc. e ha non poco contribuito a smantellare le regole
stabilite dopo la crisi del 1929 che avevano lo scopo di evitarne il ripetersi. Una
decisione della Sec ha consentito ai derivati di diventare il mostro finanziario che
sono oggi. Fino all’insistenza degli Usa per ottenere attraverso il WTO lo
smantellamento delle difese dei paesi più deboli per consentire l’invasione dei
prodotti e soprattutto della finanza internazionale.
Privatizzazioni innanzitutto, e di tutto, compresi i servizi sociali, la sanità e questo
malgrado proprio gli Stati Uniti siano l’esempio vivente che non solo privato non è
meglio ma è anche enormemente più costoso. Infatti il sistema sanitario americano a
base assicurativa è il più costoso del mondo, e questo senza realizzare neppure la
copertura generale della popolazione.
Naturalmente i repubblicani, in particolare con Reagan, sono stati i demiurghi di una
fase di inversione di rotta: dalla diminuzione delle tasse per i ricchi fino alla
riduzione dello stato sociale, salvaguardando ovviamente la crescita della spesa
militare. Tuttavia va detto che il periodo di Clinton ha impresso un impulso sulla
finanza, attraverso lo smantellamento di regole e la liberalizzazione di altre, di cui
oggi vediamo le conseguenze.
L’apertura delle “dighe” ereditate da Bretton Wood, probabilmente già insufficienti
per l’epoca attuale, ha portato al dilagare di una finanza a cui nessuno chiedeva più di
dimostrare di avere un qualche rapporto con l’economia reale, di non raccontare
balle. Anzi la parte più rilevante erano le lucrose commissioni per le banche, che hanno finito per diventare la loro linfa vitale, l’aggio per i suoi sacerdoti. Questo ha
drasticamente cambiato sia la distribuzione della ricchezza che quella dei redditi che
infatti si sono divaricati a dismisura. E’ vero che ci sono fondi pensione che hanno
fondato le loro previsioni sui risultati degli investimenti finanziari, ma è altrettanto
vero che centinaia di migliaia di lavoratori hanno semplicemente perso la pensione
per il fallimento dei fondi a cui avevano affidato le loro speranze.
I referendum contro la finanziarizzazione dell’economia
Una nota va fatta su un aspetto solo apparentemente minore. I referendum che si sono
svolti in Italia nel giugno 2011 sono reazioni, anche se con caratteristiche diverse, a
questa dilatazione delle privatizzazioni, portata avanti con il solo scopo di aprire
nuovi campi alle scorrerie della finanza. La questione dell’acqua è più immediata da
comprendere: la sua privatizzazione è pretesa per aprire non solo nuovi campi al
profitto privato ma ancora di più per avviarne la finanziarizzazione, al cui termine il
rapporto con l’oggetto dell’attività - l’acqua - diverrebbe del tutto remoto. Anche il
nucleare aveva questo obiettivo. Produrre energia elettrica da nucleare, al netto delle
questioni della sicurezza - peraltro imprescindibili - e dall’esistenza di alternative
energetiche validissime, è anzitutto un enorme affare finanziario, che muove appalti
lucrosi, con in più una forte concentrazione nel tempo e nello spazio, perché
l’empireo della finanza non ha tempo da perdere e preferisce bocconi grossi e
concentrati.
Lo tsunami finanziario
L’allentamento dei controlli sulla finanza da un lato e le risposte tutte centrate sulle
immissioni monetarie alle varie crisi finanziarie che si sono avute, fino a quella
gravissima che è tuttora in corso, hanno creato una prateria finanziaria sterminata,
senza frontiere e senza controlli di sorta, senza vincoli, senza strumenti di intervento
validi. Le risposte della Federal Reserve, oggi sostanzialmente imitate dalla Bce,
sono essenzialmente immissioni di liquidità, forse necessarie nell’immediato per
intervenire nelle fasi di crisi acuta, per scongiurare il disastro, ma sostanzialmente
orientate a ricreare le condizioni quo ante e quindi a rimettere in moto lo stesso
meccanismo di prima, al netto di qualche fallimento.
Il futuro è visto come ritorno al passato. Obama aveva promesso all’inizio della crisi
finanziaria delle misure che però sono state pensate essenzialmente per l’interno degli
Usa, con l’effetto di lasciare alla finanza con base negli Usa piena libertà di azione
all’estero. A tuttoggi anche all’interno degli Usa in realtà grandi novità regolative non
sono state realizzate.
In realtà l’ottica ridutttiva, rivolta all’interno, dell’intervento di Obama ha
sottovalutato l’indispensabilità di nuove regole sui mercati finanziari internazionali e
questo ha finito con l’indebolire anche le iniziative all’interno. Per questo oggi gli
Usa cercano essenzialmente di rimettere in moto il meccanismo che in precedenza
aveva consentito un periodo di crescita. L’obiettivo è ancora una volta tornare a
prima.
L’Europa ha avuto qualche velleità, a parole, ma poi i fatti non sono arrivati.
L’Europa non ha avuto né la forza, né la reale intenzione di affrontare la sfida di un
sistema di controlli e di un governo mondiale della finanza internazionale. Quindi anche l’Europa, che pure aveva tutto l’interesse ad affrontare il problema, si è
acconciata a misure di austerità e verso tagli alla spesa pubblica per tentare di
affrontare secondo classiche ricette neoliberali la crisi finanziaria, rinunciando di
fatto ad affrontare la regolazione del sistema finanziario. Ai “mercati” si può solo
ubbidire. L’Europa ha dedicato maggiore attenzione, sia pure con ritardi e scarsa
efficacia, agli strumenti per intervenire nella crisi delle banche, dei debiti sovrani, ma
sempre con misure difensive.
Colpirne uno per educarne cento
E’ fin troppo noto che salvare la Grecia all’inizio avrebbe avuto per l’Europa un
costo limitato, una frazione di quanto la Germania ha speso per salvare le sue banche.
Ancora oggi, malgrado il procedere della crisi abbia moltiplicato i costi, il
salvataggio della Grecia è una frazione degli oneri che l’Europa dotrebbe sopportare
per l’esplodere di una crisi finanziaria fuori controllo.
Sullo sfondo si avverte che l’Europa ha perduto l’occasione di costruire un diverso
rapporto con le aree economiche che irrompono nell’economia mondiale. Basta
pensare alla Cina che aveva proposto di superare il dollaro come base di conto per
l’economia mondiale, echeggiando - decenni dopo - la proposta Keynesiana del
bancor. Proposta che l’Europa ha semplicemnte ignorato. Se non c’è una visione
mondiale resta solo la possibilità di tentare una linea di difesa, che nel caso
dell’Europa è per di più impacciata, frantumata ed incapace di affrontare con respiro i
problemi.
Colpisce che proprio ora che la globalizzazione finanziaria nell’epoca del
turbocapitalismo sta creando squilibri intollerabili le forme di solidarietà politica e
sociale a livello sovranazionale e mondiale siano al livello più basso. Per parlare di
chi c’è: l’internazionale socialista è l’ombra di legami che precedenti, come del resto
dimostra l’atteggiamento tenuto verso la Grecia. Anche il legame internazionale dei
sindacati è molto al di sotto di quanto sarebbe necessario. Eppure questi sono i legami
oggi esistenti. Nella maggior parte dei casi non c’è neppure questa dimensione. La
chiusura difensiva, su un’area ristretta di interessi, ha un riflesso politico evidente.
La prima grande questione infatti è la debolezza di una visione di insieme di quanto
accade nel mondo, che è la necessaria premessa per l’organizzazione di iniziative per
avere un peso nelle scelte. Anche Occupy Wall Street e gli Indignados sembrano oggi
in una fase di stanca, pur avendo goduto di una certa simpatia perché è evidente la
divaricazione tra un’elite che guadagna comunque, e quindi vince anche nella crisi, e
la grande maggioranza della popolazione, che invece ne subisce le conseguenze.
Anche il forum mondiale, pur restando una sede interessante di confronto e di
iniziativa sovranazionale, è sottotono rispetto al passato.
Eppure iniziativa e solidarietà internazionali sono necessarie. Questa ottica
nell’affrontare i problemi è più che mai indispensabile. Altrimenti il capitale
finanziario è mobile, senza frontiere, mentre i lavoratori sono legati, almeno in buona
misura, al territorio e questo è il primo degli elementi di disparità.
Un poeta latinoamericano ha detto che i lavoratori dovrebbero pretendere di potersi
muovere almeno quanto i capitali finanziari. Alla globalizzazione della finanza e dei
capitali occorre creare un contraltare, con iniziative e solidarietà dello stesso livello.
Per la democrazia
E’ in questo quadro che si pone in termini nuovi la stessa questione della democrazia.
Il capitale finanziario globalizzato si muove per realizzare il massimo guadagno, a
qualunque costo. Mentre la risposta politica è essenzialmente fondata sul livello
nazionale, per di più spesso in ritardo, contraddittoria, difensiva.
La dimensione dei movimenti di capitale finanziario arrivata a livelli mai visti ha
creato una potenza enorme - e prima sconosciuta - di pressione, mentre la risposta
politica avrebbe bisogno di interventi dello stesso livello. La dimensione dello Stato è
insufficiente, tranne alcuni casi in cui lo Stato ha una dimensione continentale. In
questo quadro l’idea di un’Europa unita aveva le caratteristiche potenzialmente
necessarie, ma sappiamo che nella realtà le cose si sono rivelate ben diverse. Lo Stato
nella crisi ha svolto compiti rilevanti come trovare le risorse per ricapitalizzare le
banche o affrontare altri aspetti della crisi finanziaria, salvo diventare a sua volta
bersaglio della speculazione finanziaria per gli squilibri inevitabili che questo
determina nelle finanze pubbliche.
La dimensione dei capitali in movimento alla ricerca di un guadagno ad ogni costo ha
creato una forte pressione sulle strutture democratiche dei vari paesi. In parte questa
pressione è nascosta dalla prevalenza di un’ideologia neliberale che ha dominato in
Europa. La risposta alla crisi è stata prevalentemente la conferma delle stesse scelte
di politica economica che hanno portato alla crisi finanziaria.
Neoliberista era l’ideologia dominante prima della crisi, neoliberista la risposta. E’
abbastanza incredibile che chi ha la responsabilità della crisi possa anche candidarsi a
risolverla. Tuttavia la debolezza dell’alternativa in campo ha reso possibile questo
incubo. La sostanziale coincidenza tra il punto di vista dei capitali finanziari e quella
dei gruppi dirigenti europei ha creato una doppia pressione sul ruolo degli Stati
nazionali. Non è questione di poteri da affidare al livello europeo, ma di sovranità e
poteri che vengono negati ai Governi, ai popoli, di decaloghi imposti che
sostituiscono i confronti tra piattaforme politiche alternative. Come è accaduto anche
in Italia con la nota lettera della Bce, che come ha rivelato Tremonti è stata in realtà
richiesta alla Bce dal Governo Berlusconi.
La Grecia è l’esempio più eclatante. La Grecia non ha potuto svolgere un referendum,
salvo trovarsi a un pelo da essere costretta a farlo successivamente per un cambio di
umore repentino dei leader europei. La Grecia ha ricevuto un diktat per l’adozione di
misure (cosiddette) di risanamento, che per di più dovevano valere con qualunque
esito elettorale. In questo c’è anche qualcosa di velleitario.
Gli interventi della tecnocrazia europea e dei capitali finanziari si muovono nella
stessa direzione e cioè tendono ad imporre condizioni imprescindibili ai Governi e ai
popoli: prendere o lasciare. Quindi le procedure democratiche, gli organi statuali sono
sotto scacco e debbono adeguarsi pena subire l’attacco della speculazione. Non c’è un
altro livello per le scelte democratiche che vengono imposte dalla tecnocrazie. Si
fatica a capire dove finisce il carnefice finanziario e dove inizia la subalternità
politica europea e nazionale. La pressione dei capitali finanziari, che si muovono
senza limiti e senza regole, modifica la sostanza del funzionamento democratico degli
stati, mentre dovrebbe esssere il contrario. Dovrebbero essere le istituzioni democratiche a definire un sistema di regole tali da evitare l’erraticità dei movimenti
finanziari per regolare le caratteristiche dei mercati. Anche la cura finanziaria
impostata dall’Amministrazione americana e poi ripetuta dalla Bce immettendo
liquidità in quantità enormi nel sistema per evitarne il blocco non va alla radice dei
problemi, ma offre metadone in quantità elevate a chi è già drogato, rinviando la crisi
di astinenza, senza porsi il problema di come andare alla radice del problema.
La questione democratica è il problema enorme messo in luce dalla crisi innescata
dalla finanza internazionale.
La democrazia rischia di essere la vittima di questa crisi. La Grecia è stata il
laboratorio di questa crisi democratica. L’imposizione di durissime condizioni, la
richiesta di impegni immodificabili a prescindere dalla volontà popolare, la pressione
incredibile per condizionare i risultati elettorali (un vero e proprio ricatto) sono tutti
elementi che confermano che si pone una questione democratica nella crisi e anche i
paesi che non hanno subito le stesse imposizioni della Grecia, in realtà hanno girato
lo sguardo altrove nel timore di subire lo stesso trattamento.
La risposta non può essere semplicemente difensiva, cercando di restaurare l’esistente
che non è stato in grado di fronteggiare la crisi. Tuttavia un’idea di un nuovo ordine è
anzitutto una questione di istituzioni e di regole e insieme naturalmente anche di
contenuti ed obiettivi da realizzare.
La dimensione dei movimenti finanziari ha un inevitabile effetto pervasivo perché la
mole è tale che non può che pervadere tutto quanto della vita delle persone, in quanto
ha continuamente bisogno di nuovi campi di iniziativa.
La pressione per privatizzare le aziende degli enti locali si spiega anche in questo
modo. L’obiettivo è rendere tutto oggetto di finanziarizzazione, di potenziale
speculazione e guadagno. E’ un errore avere pensato che fine della storia e pensiero
unico fossero ormai concetti tramontati, al contrario hanno bene identificato il
tentativo egemonico del neoliberismo tuttora in corso.
Un’alternativa è possibile?
Se vogliamo dirla in termini più generali, il neoliberismo che ha dominato
direttamente attraverso le manovre finanziarie e indirettamente attraverso l’influenza
che ha esercitato anche nel campo della sinistra - ha portato alla crisi, ma poi visto
che non c’era candidatura alternativa credibile si è anche candidato a risolverla.
Questa è la particolarità di questa fase. La permanenza delle stesse ricette neoliberali
prima e dopo la crisi finanziaria rischia di blindare la situazione contro qualunque
alternativa politica ed economica. Con una conseguenza che sembra tuttora
fortemente sottovalutata.
L’ideologia e la pratica neoliberale hanno in programma di portare fino in fondo le
scelte. La crisi è un monito per tutti. Tutti capiscono che solo con provvedimenti
importanti si può affrontare una crisi di questa portata. Naturalmente questo è ben
chiaro anche alla finanza e ai neoliberali. Per questo le misure che vengono proposte
e portate avanti hanno l’ambizione di blindare la sitazione per decenni. Ad esempio il
patto che vien definito fiscal compact avrebbe per l’Italia conseguenze per almeno 2
decenni visto che l’Italia dovrebbe arrivare ad un debito pubblico pari al 60 % del Pil.
Anche la ripresa economica per alcuni paesi è rinviata nel tempo per molti anni a
causa delle misure di risanamento. Se si presta attenzione agli orientamenti prevalenti
nel paese leader dell’Europa, la Germania, si avverte che gli obiettivi proposti non
sono in sé nuovissimi, ma la differenza è che questa volta si vuole portare il disegno
fino in fondo, blindare il futuro. Ad esempio l’Europa dovrebbe alzare nello stesso
modo l’età pensionabile; dovrebbe avere la stessa privatizzazione delle attività
economiche e sociali e così portare fino in fondo la loro finanziarizzazione; dovrebbe
avere le stesse regole per la spesa pubblica riducendone l’estensione il più possibile;
dovrebbe ridurre il lavoro a mera subalternità; dovrebbe avere la stessa ideologia
dominante, basta pensare alla modifica dell’articolo 81 della Costituzione italiana. La
Costituzione italiana è stata modificata con una fretta degna di miglior causa,
malgrado importanti segnali contrari di economisti e giuristi, dando prova di una
grave subalternità, anzitutto culturale.
In questo modo si punta a mettere in moto un percorso europeo con caratteristiche
rigidamente neoliberali e, nel disegno dei proponenti, sostanzialmente immodificabile
in futuro da parte dei popoli coinvolti.
Un’ideologia come quella neoliberale non solo vuole essere dominante, farsi stato,
ma condizionare il futuro, senza riguardo alcuno alle regole democratiche e in questo
è coincidente con gli interessi della finanza globalizzata.
Appare chiaro che senza una visione alternativa, che è fatta di una diversa analisi e di
una diversa proposta di futuro economico e finanziario non si arriverà lontano.
Eppure Gallino nel suo libro dimostra con chiarezza che cresce la base sociale
potenziale di una moderna lotta di classe. Lotta di classe più che mai in corso, anche
se rovesciata, contro il basso.
Già Marx chiarisce che la condizione sociale e di classe, di sfruttamento, di per sé
non porta alla ribalta un’alternativa. Per arrivare ad un’alternativa occorrono alcune
condizioni culturali, politiche e sociali.
La prima è un’analisi critica dell’esistente.
La seconda è un programma politico alternativo in cui le difficoltà non siano rinviate
alla futura presa del potere, che per di più - vista l’esperienza - porterebbe
immediatamente a reazioni negative.
La terza è la democrazia. Per quanto riguarda l’Italia occorre ripartire dall’attuazione
della Costituzione italiana, non limitandosi alle regole sovrastrutturali ma impostando
fondamenti economici e sociali, necessari per una diversa società
La quarta è la ricostruzione di legami internazionali per arrivare ad una visione
europea e mondiale di un’alternativa possibile. In questa direzione può aiutare
sviluppare interazioni, affrontando con senso del limite il problema dell’uso delle
risorse che sappiamo esauribili, della crescita della popolazione mondiale, in sostanza
dell’esigenza di un nuovo modello di sviluppo.
La crisi non solo mette in luce tratti autoritari verso stati e popoli ma sta facendo
correre seri rischi alla democratizia. Colpisce che alcuni commentatori più sensibili
abbiano cercato di capire se in un paese come la Grecia, ridotto allo stremo, sia
possibile ricadere sotto il tallone di un golpe. La pressione esercitata sui cittadini
greci è talmente forte ed odiosa che almeno l’interrogativo è bene porselo e poiché la
pressione non riguarda solo la Grecia è bene che un’attenzione ai rischi per la
democrazia sia vigile e presente ovunque.