Interventi
A 40 ANNI DELL'APPROVAZIONE DELLO STATUTO DEI LAVORATORI.
Pubblichiamo gli Atti del Convegno:
"A 40 anni dell'Approvazione dello Statuto dei Lavoratori", il ruolo di Giacomo Brodolini. La sfida dei nuovi diritti.
(Seconda parte)
20/06/2010
L'iniziativa si è svolta a Roma, (Palazzo Valentini), il 20 maggio 2010.
Giorgio Benvenuto
Io mi riferisco subito al contesto nel quale alla fine si approvò lo Statuto dei lavoratori. È stato già ricordato che il cammino verso lo Statuto dei lavoratori era sentito come una forte esigenza all’inizio degli anni Cinquanta quando Di Vittorio disse, in un congresso della Cgil, che bisognava che la Costituzione e la democrazia non stessero al di fuori dei cancelli della fabbrica.
Ancora, negli anni Sessanta, quando si costituì il centro-sinistra, dopo la sconfitta del tentativo reazionario del governo Tambroni, uno degli obiettivi dell’alleanza del centro-sinistra, sostenuta dal Partito socialista e in particolare da Nenni, è che nell’accordo di governo ci fosse la realizzazione di uno Statuto per i lavoratori per affermare una dignità dei lavoratori.
Quindi su questa strada – diciamo così – c’era stata un’evoluzione.
Ma guardiamo ancora a qualche altro punto di riferimento. Lo Statuto viene approvato nel 1970, è anticipato nei contratti di lavoro, primo quello dei metalmeccanici ma anche delle altre categorie dell’industria nell’autunno del 1969, ed è fratello – se così io posso dire – di quella straordinaria stagione, che noi dobbiamo notevolmente rivalutare, che è rappresentata dal primo centro-sinistra, perché è fratello di altre importanti riforme che si determinano nel nostro paese: da quella che porta alla fine delle discriminazioni delle zone salariali a quella che realizza la scuola media unica, a quella che realizza la riforma del sistema pensionistico e getta le basi della riforma sanitaria, a quella che applica alcuni istituti della Costituzione; a quella stagione, insomma, che potremmo definire una stagione del miracolo sociale nel nostro paese.
Avevamo avuto prima il miracolo economico, ma il miracolo economico aveva aggravato le distanze, le differenze, gli equilibri di potere nel nostro paese e, negli anni Sessanta, si determina (anche grazie a una spinta che viene dal mondo del lavoro, una spinta che crea dei rapporti di unità a partire dall’inizio degli anni Sessanta) questa spinta per far sentire la voce dei lavoratori, per affermare i diritti del mondo del lavoro.
Quindi lo Statuto non cade dal cielo: è il frutto anche di una battaglia con la quale il mondo del lavoro, un ritrovato rapporto unitario nel sindacato crea le condizioni di una simbiosi – se così io posso dire – tra movimento della base e movimento politico. Aggiungo ancora anche alcuni elementi perché oggi, quando noi parliamo dello Statuto dei lavoratori, si parla insistentemente dell’articolo 18 e si dà per acquisita una serie di diritti che si sono ottenuti per i lavoratori all’interno delle fabbriche e si sono ottenuti per le organizzazioni sindacali. La situazione, negli anni Cinquanta e negli anni Quaranta, anche per la divisione che era avvenuta nel movimento sindacale, per uno squilibrio fortissimo di rapporti di forza tra il movimento sindacale e il mondo imprenditoriale, aveva creato delle condizioni che è utile ricordare.
Io, proprio per dare anche un contributo e per capire quale è stato il cambiamento e quale era la società che noi avevamo prima del centro-sinistra e dello Statuto dei lavoratori, ho pensato di riandare a rinvangare qualcosa del passato e sono andato a rileggermi le schede informative che venivano fatte dalle aziende, e in particolare dalle grandi aziende, che erano le schede in base alle quali si facevano le assunzioni. I buoni e i cattivi. E una miniera – diciamo così – sono le 100mila schede della Fiat che sono state desecretate perché, all’inizio degli anni Settanta, come ricordano molti di voi, ci fu un processo nei confronti dei dirigenti della Fiat e nei confronti delle istituzioni che avevano contribuito a elaborare queste schede.
Ne voglio leggere qualcuna perché ci rende conto di qual è il cammino che abbiamo fatto. Ve le leggo, non tutte: ve ne leggo alcune.
“F. R.: già di tendenza socialista nenniana. In questi ultimi tempi, almeno nelle manifestazioni apparenti, appare ravveduto e protende per il socialismo democratico saragattiano. Si è anche riavvicinato alla chiesa, alcuni però lo ritengono opportunista e sono convinti che nutra tuttora sentimenti socialisti.
Ancora. “F. V. – le iniziali di questo schedato, possiamo dire –. Reputazione pessima. Trattasi di capellone, di elemento che esige vivere indipendente e non offre sufficienti garanzie per un’eventuale assunzione presso azienda meccanizzata. Non consta si sia interessato di politica apertamente, ma è ritenuto simpatizzante comunista”.
Sentite quest’altra, è una donna, una schedata. “Impiegata Fiat Mirafiori, simpatizza anche lei per il Partito comunista. Risulta che, all’atto del matrimonio, era in stato di avanzata gravidanza. Seria, onesta, di comune intelligenza e di buoni sentimenti però arrogante e piena di alterigia. I familiari sono tutti di idee estremiste più o meno moderate, di sentimenti poco religiosi tant’è vero che, la sera del 31 maggio ’60, durante il passaggio della Madonna pellegrina, che avviene ogni secolo, si rifiutarono di partecipare con gli altri inquilini alla illuminazione dello stabile. Consta inoltre che al nonno materno venne fatta sepoltura civile, con conseguente cremazione”.
Questa è una cosa che io penso che occorra proprio ricordare, non dimenticare.
Invece vediamo i buoni, gli schedati buoni. Allora ne leggo solo due.
“R. A.: giovane, seria, riservata, volenterosa, di facile comando. È amante dell’ordine”.
Ancora, sempre un’altra donna. Qui le donne erano molto sorvegliate. “Donna riservata e volenterosa, disciplinata, docile al lavoro”.
Quindi questo dà l’idea, è un piccolo spaccato di quale era la situazione e che cosa significò lo Statuto dei lavoratori: ricreare le condizioni di una pari dignità. Quando sentiamo parlare di eguaglianza e di egualitarismo noi pensiamo sempre all’aumento eguale per tutti, ma lo Statuto dei lavoratori è stato una grande battaglia di egualitarismo e di eguaglianza perché ha messo sullo stesso piano il lavoratore e l’imprenditore. Prima dello Statuto facevamo bene, visto quello che abbiamo sentito, a chiamare l’imprenditore il padrone, perché era giusta quella definizione che veniva data in quel periodo.
Ancora alcune notazioni. Come è stato possibile lo Statuto? C’è un’osservazione perché lì ci sono due generazioni nel ’69. Il ’69 è molto lontano da noi, sono 40 anni praticamente, il ’69-’70 è più vicino alla Liberazione. E la generazione che ha fatto la Liberazione (pensate a Brodolini, pensate a Donat-Cattin, pensate ai dirigenti di allora della Cgil, pensate a Lama, pensate a Trentin, pensate anche a Storti. L’altra è una generazione che era nata immediatamente dopo la Liberazione in una realtà nella quale era ancora forte il ricordo della Costituzione inattuata, questo sentimento di libertà, questa voglia di cambiare, questa voglia di realizzare una parità di equilibri, che poi era alla base della Costituzione e che era fortemente sentita.
Questo spiega queste vicende abbastanza lunghe, perché sono durate otto anni, con grandi difficoltà, anche lo Statuto si è via via modificato nel corso del dibattito parlamentare perché, a un certo punto, il governo, come veniva prima ricordato, che era sempre stato un governo super partes (e quando il governo è super partes è come Ponzio Pilato, insomma qualcuno in croce ci va a finire), era diventato di parte perché c’era Brodolini. Ricordo qui Brodolini che è stato ministro solo per cinque mesi ed è morto a 49 anni, che segno indelebile ha lasciato nella storia e nella vita politica e sociale del nostro paese, e ricordo Donat-Cattin, anche lui morto relativamente giovane a 71 anni, erano e si qualificarono di parte. Io ricordo ancora oggi la trattativa che noi facemmo durante la vicenda dei metalmeccanici quando Donat-Cattin disse a Costa (non esisteva Federmeccanica, era Confindustria che trattava direttamente con i sindacati metalmeccanici): “Io sono il ministro dei lavoratori”, come aveva detto Brodolini. “Io sono dalla parte dei lavoratori”. E a Costa che protestava dicendo: “Allora vuol dire che io mi rivolgerò al ministro dell’Industria, quello degli industriali”, ci fu Donat-Cattin che lo mandò a quel paese perché gli disse: “Sarà un governo con tanto problemi, ma quello che io dico non è solo la posizione mia ma è la posizione del governo”.
Quindi governo di parte. Oggi noi abbiamo un governo che è controparte, se così possiamo dire, da questo punto di vista.
Ci fu questo grosso lavoro che fece Brodolini, questo lavoro di giuristi e questo lavoro anche in collegamento con il sindacato, ma ci fu anche un lavoro forte che venne fatto dal sindacato. Quando, cioè, io sento dire anche oggi: “Ma poi al momento del voto c’è chi ha votato e chi si è astenuto”, ma io mi ricordo che, all’interno del sindacato, alla fine tutti i sindacalisti (socialisti, democristiani, comunisti) furono a favore dello Statuto dei lavoratori. E si lavorò in modo tale che alcune delle conquiste più importanti in termini di diritti vennero anticipate prima nei contratti dei metalmeccanici.
Anche il problema del reintegro (che fa tanto oggi discutere perché l’articolo 18 non è il divieto di licenziamento ad nutum perché questo era stato già ottenuto con una legge del ’66: è l’obbligo del reintegro), questo problema del diritto al reintegro lo realizzammo durante il contratto dei metalmeccanici quando la Fiat licenziò 51 lavoratori che erano tra i più attivi a organizzare gli scioperi e i tre sindacati sospesero le trattative perché dissero che non erano in grado di fare le trattative sotto la spada di Damocle di questo ricatto di Agnelli. E Donat-Cattin chiamò Agnelli e Agnelli dovette ritirare i licenziamenti, reintegrare al lavoro quelli che aveva licenziato.
Mi ricordo ancora lo stupore di Gianni Agnelli perché non riusciva a capire, quando parlava con noi dice: “Ma perché interrompete le trattative? Fate – come si direbbe oggi, non è il suo linguaggio – tanta cagnara per solo 50 persone” perché per lui il problema era quantitativo, non era un problema qualitativo.
Quindi quella norma – diciamo così – è una norma che ha avuto, anche nella vicenda sindacale, questa prassi.
Aggiungo ancora due osservazioni su questo lavoro, questa simbiosi, questa esatta continuità tra Brodolini e Donat-Cattin. Voi pensate che Donat-Cattin mantenne, come suo staff, lo staff di Brodolini perché Gino Giugni conduceva i lavori per lo Statuto, poi l’ufficio stampa; ci fu un’integrazione e una continuità.
Allora qui c’è ancora da riflettere. Quali sono le grandi conquiste dello Statuto al di là dei diritti? Certo l’articolo 18 e anche l’articolo 28, perché l’articolo 28 permette di condannare, di rimuovere le azioni antisindacali dell’imprenditore.
Questo perché? Perché ci si convinse, rispetto alla posizione originaria, che non bisognava solo affermare i diritti dei lavoratori ma bisognava rafforzare anche il sindacato perché l’esercizio dei diritti deve trovare anche un momento collettivo. Quindi lo Statuto, nella sua definizione finale, fu uno Statuto dove rafforzava i diritti ma rafforzava anche il sindacato. E quella fu una scelta saggia perché il sindacato in quegli anni aveva grandi problemi perché era un sindacato – diciamo così – che era fronteggiato da una contestazione iniziata prima nella scuola e poi anche nelle fabbriche. Mentre nella scuola non c’è stato uno sviluppo e un consolidamento di quelle battaglie, lo Statuto, rafforzando i diritti e rafforzando il sindacato, è stato capace così di interpretare e trasformare la protesta e la contestazione in proposta, quella scelta è stata una scelta fondamentale nella storia del nostro paese.
Aggiungo ancora che ci fu un’altra scelta lungimirante che venne fatta da Brodolini e confermata anche da Donat-Cattin. Nel movimento sindacale di quegli anni, nella storia sindacale era forte il mito della commissione interna e la commissione interna aveva molti sostenitori nell’ambito dei sindacati, in particolare nella Uil e nella Cgil, ma anche nel Partito comunista e nel Partito socialista. Invece sia Brodolini che Donat-Cattin compresero che la commissione interna era un organismo che non rispondeva alla nuova stagione dell’unità perché le elezioni di commissione interna avvenivano con liste contrapposte, con liste, dove si esaltava il momento della contrapposizione, della divisione, e invece le rappresentanze sindacali aziendali, i consigli di fabbrica come nacquero dopo, rappresentavano il momento dell’unità. Questa fu la scelta favorita sia da Donat-Cattin che da Brodolini.
Cosa c’è ancora da dire? Che lì ci furono molti problemi da risolvere. Un problema delicato lo aveva la Cisl perché la Cisl (bisogna andare ancora a leggere l’intervento di Storti in Parlamento, quando si è approvato lo Statuto) era refrattaria a leggi che regolassero il lavoro. La Cisl aveva e ha ancora oggi questa visione dove lega tutto agli aspetti di carattere contrattuale all’autonomia contrattuale. Poi, alla fine, il risultato si raggiunse perché lo Statuto in pratica fu una grande legge di sistemazione, di rafforzamento di quelle che erano state le conquiste contrattuali. Con il senno di poi, con l’esperienza di oggi, meno male che ci fu la legge e che le conquiste non furono solo contrattuali, perché cambiare una legge è più complicato che cambiare un contratto di lavoro.
Ho fatto in estrema sintesi un affresco delle cose più importanti. I problemi che ci sono oggi. Io naturalmente non entro nel merito, però voglio dire una mia opinione. Lo Statuto dei lavoratori, secondo la mia valutazione, deve essere completato; e deve essere completato nel senso che noi dobbiamo avere la capacità di immaginare delle soluzioni per questa parte enorme che c’è nel mondo del lavoro che è rappresentata dal mondo che noi chiamiamo delle ragazze, dei ragazzi, dei precari, dei giovani.
Quindi qui bisogna immaginare. Certo, non si può immaginare di trovare una soluzione per loro rimettendo in discussione i diritti degli altri, perché mi sembrerebbe un metodo abbastanza azzardato; però è un problema che è dinanzi a noi il come avere una capacità di far sì che ci sia una tutela, una valorizzazione del lavoro che tenga conto anche di questi effetti che sono il risultato di un profondo cambiamento della struttura del lavoro come la viviamo oggi. Allora 80 per cento operai e braccianti, solo 20 per cento impiegati; allora la produzione prevalente era di beni materiali, oggi la produzione prevalente è di beni immateriali; allora c’erano le grandissime fabbriche, oggi le grandi fabbriche sono scomparse: è un pulviscolo, è un articolarsi di piccole e medie aziende.
Quindi c’è l’esigenza di affrontare questo problema, di trovare un modo per cui lo Statuto dei lavoratori, con le sue idee-forza, con le sue caratteristiche che io penso non debbano essere mai smarrite, il lavoratore singolo e l’esercizio collettivo della difesa del lavoratore tramite il sindacato, richiede un esame in quella direzione come richiede anche un aumento nella definizione di forme che consentano al sindacato di intervenire a monte, di non essere chiamato solo a valle quando noi dobbiamo gestire i risultati negativi di quelle che sono le scelte strategiche di questa o di quell’impresa, di questo o di quel settore. Questo tema della partecipazione che ha visto inapplicata una norma che è certamente datata, l’articolo 46 della Costituzione, che aveva visto tentare una soluzione con un disegno di legge, che sarebbe molto interessante rileggere, fatto da Morandi nel 1946, è un problema che richiede una soluzione. Noi abbiamo tentato di farlo con i diritti di informazione, con la politica di concertazione, con la politica che in questi anni abbiamo vissuto con gli alti e bassi. Questo tema di come dare più forza al sindacato per affrontare i problemi delle grandi scelte strategiche a livello nazionale ma anche a livello locale, rimane un problema.
Da ultimo rimane il problema che viene chiamato quello della democrazia, perché io ricordo che non erano facili i rapporti di carattere unitario. I rapporti unitari non erano facili (perché non è che c’era un sindacato unico: c’erano diverse sensibilità, diverse tradizioni), però la strada era quella di un forte coinvolgimento, di sentire i lavoratori. Quindi ricordo con entusiasmo i meccanismi di consultazione e di votazione che c’erano tra i lavoratori. Non per una sommatoria di richieste ma per le scelte: aumento eguale per tutti o aumento differenziato? Gli scatti di anzianità o la riduzione dell’orario di lavoro? E via dicendo.
Io penso che questo problema sia un problema che deve essere affrontato. Oggi che cosa succede? Si parla dei lavoratori, si parla ai lavoratori, non si parla più con i lavoratori. Ed è quindi fondamentale che lo Statuto abbia un suo completamento anche per questa parte che riguarda quelli che devono essere i problemi di una partecipazione, di un coinvolgimento, di una capacità e di un metodo per sciogliere i nodi e per definire poi quelle che sono le soluzioni da portare avanti.
Claudio Di Berardino
Man mano che abbiamo ascoltato questa prima parte della nostra discussione, anche per le cose che ha letto Giorgio Benvenuto e per le cose che diceva Guglielmo Epifani, ci siamo resi conto come effettivamente le cose sono andate nel verso giusto per un po’ di anni. Io penso che nell’ultima fase siamo chiamati invece a ragionare su una condizione che si pone in modo un po’ contraddittorio con quello che effettivamente avanza, con quelli che sono gli indicatori e come parallelamente si dequalifica il mercato del lavoro e il mondo del lavoro. C’è un indebolimento da questo punto di vista; vi è il cosiddetto blocco della mobilità sociale, ma d’altronde quando si ha in testa, come ce l’ha il governo, di ridurre, di tagliare la scuola e quindi non si punta su quelli che possono essere gli elementi che aiutano anche a modificare la propria condizione, è chiaro che queste sono le conseguenze che noi viviamo e registriamo.
In più c’è il tema dell’attacco ai diritti. Ne cito due: il primo è quello del diritto allo sciopero, che è uno dei punti centrali per un lavoratore perché, quando, come sappiamo bene, le trattative non ci sono, il confronto non c’è, lo sciopero è uno degli elementi che contribuiscono a realizzare la lotta del sindacato, dei lavoratori e quindi la libertà. Penso poi al lavoro, l’altro diritto, ma ne potremmo aggiungere tantissimi ancora e non lo faccio. C’è il tema di come affrontare questa fase della crisi. Questa è una crisi che si aggiunge alle crisi e alle difficoltà preesistenti e questo è valido nel nostro territorio ed è valido nell’intero paese. E quindi, quando ci sono le previsioni d’uscita difficili da prospettare, oggettivamente è complicato dare ragione a qualunque previsione di uscita che viene avanzata perché ormai nel mondo industriale, nella nostra realtà, sono più di quindici anni, vent’anni che vi sono processi di ristrutturazione che durano da tanto tempo e ancora non si trova alcuna soluzione.
C’è un tentativo anche culturale in atto, molto diffuso, aiutato bene anche dai mezzi di comunicazione, in cui la regola e il diritto viene visto come intralcio. Cioè, quelle che erano conquiste per noi, per i lavoratori, come veniva giustamente messo in evidenza quando venivano lette le schede, oggi sono viste come intralcio, come un appesantimento. Vi è il cambiamento delle condizioni della produzione. Ci sono tanti piccoli, piccolissimi lavori, tante realtà, tante piccole aziende, tante parcellizzazioni. E qui c’è una prima sfida. Credo che siano tante le tentazioni di fare ognuno per sé. Ci sono tanti movimenti, tante situazioni di chi spinge per rappresentare la propria situazione specifica, particolare, che spesso si è anche costretti a mettere in evidenza in modo anomalo perché le normali relazioni, il confronto non funzionano. Penso ai lavoratori che vanno sui tetti, penso a tante situazioni che sono figlie di questa impostazione culturale e quindi di come non dare alla rappresentanza generale quella forza che le è necessaria.
Quindi c’è un conflitto: c’è, da una parte, la spinta a mettersi in proprio, e quindi anche il sindacato deve essere richiamato da questo stato di cose e la difesa che deve mettere in campo deve fare in modo che sia collocata in una visione e in una rappresentanza generale.
In più c’è una condizione attuale. La cito anche qui sempre per brevità. Questa globalizzazione, che non è solo la globalizzazione economica, sociale ma è anche un mercato del lavoro multi-culturale, è presente più in alcune situazioni che non in altre, quindi anche queste ha inciso e ha cambiato le nostre condizioni e i rapporti. Da qui viene una domanda che mi faccio, che può essere semplicistica, per agganciarmi poi a un ragionamento: in una condizione come questa che viviamo, che percepiamo, ci vogliono più regole o meno regole, più diritti o meno diritti?
Questa è la domanda a cui dobbiamo rispondere tutti: deve rispondere la Cgil, la Cisl e la Uil. Credo che il tema che noi abbiamo, di fronte a una deregolamentazione così generale, è quello che effettivamente dobbiamo ridare forza alle regole e ai diritti. E credo che questa sia la discussione che deve essere fatta anche con le istituzioni locali e nazionali.
In più c’è il tema del lavoro enormemente diffuso, quasi fuori controllo, che non è la flessibilità del lavoro perché la flessibilità del lavoro ha anche una parte buona, nel senso che può essere oggetto, come lo è stata per il sindacato, di confronto soprattutto per alcune qualifiche, per alcune prestazioni alte, a seconda di alcune esigenze, ma qui oggettivamente se noi dovessimo chiederci qual è il settore in cui non c’è la precarietà, onestamente credo che noi non ne individueremmo proprio nessuno. E anche il settore pubblico, perché ci sono comuni, nella nostra regione, e province dove la metà dei dipendenti è precaria. Ecco perché parlavo del più regole o meno regole.
Da questo punto di vista insieme con la necessità allora di resistere un po’ alle spinte corporative che ci possono essere, emerge la necessità di riunificare queste lotte, questo tema della precarietà per farne una battaglia comune del sindacato generale. E poi c’è il tema, che negli ultimi tempi e con la crisi si è acuito sempre di più, del lavoro nero, del lavoro irregolare. Pochi controlli. E’ l’orientamento che il governo con le sue scelte ha messo in atto. Quindi con una serie di azioni legislative che non hanno aiutato e non aiutano a fare in modo che si possa tornare a competere con trasparenza con il mercato regolare, con la qualità, ma invece con una concorrenza che si gioca tutto ancora sul costo del lavoro e quindi sul taglio dei diritti.
Allora, io credo che qui ci sia (compreso le ultime novità alle quali faceva riferimento Guglielmo Epifani sulle modifiche sul mercato del diritto del lavoro e sull’arbitrato) una questione che attacca il cuore dello Statuto, perché lo Statuto si reggeva fondamentalmente sull’equilibrio, lo diceva Giorgio Benvenuto per ultimo, tra lavoratore e impresa senza che l’impresa potesse far soggiacere, in qualche modo, il lavoratore. Noi siamo a una condizione in cui queste azioni legislative finiscono senza dirlo per riconsegnare al datore di lavoro, alla controparte, il potere di ricatto nei confronti del lavoratore, della lavoratrice.
Allora anche qui c’è una domanda che ci dobbiamo porre sul tema dell’innovazione, il tema del cambiamento, il tema del riformismo. E’ possibile possano essere intesi soltanto come il tagliare qualcosa, oppure il tema del riformismo e dell’innovazione dobbiamo intenderli come una condizione legislativa di scelte e di norme che migliorano una condizione?
Ecco perché io credo che si possa pure fare questa discussione (è aperta in queste ore, in questi giorni) di come si affronta un tema, che è quello di dire: non si rappresentano determinati lavoratori, molti sono esclusi. Io credo dobbiamo stare attenti affinché quest’arma non venga usata per continuare a indebolire i diritti che già ci sono e magari non dare sufficientemente diritti a chi ne ha proprio bisogno. Allora, se invece salvaguardiamo un equilibrio, se lasciamo i diritti che ci sono e proviamo a innalzare i diritti che non ci sono ricreando un nuovo equilibrio, io credo che si possa allora ridare forza a quella contrattazione anche tra le parti da cui nacque lo Statuto, dalla azione che condusse anche il sindacato in quella fase.
Concludo dicendo che allora lo Statuto dei lavoratori, di fronte a tutto ciò va ancora attuato e va attuato soprattutto, lo dico con una battuta, sul tema della libertà, della dignità del lavoratore e della libertà sindacale. Poi ci si potrebbe aggiungere anche della libertà di esprimersi e quindi sulla democrazia, su come i lavoratori possano, in una fase come questa in cui la partecipazione viene ridotta, su come tornare invece a essere protagonisti sulle proprie scelte, non soltanto nel luogo di lavoro ma anche nel condizionare e determinare i cambiamenti del nostro paese.
Lo Statuto è così ma anche la Costituzione è così. In una condizione come questa noi dobbiamo salvaguardare la Carta costituzionale perché proprio nella Carta costituzionale, in questa tavola che più volta è stata definita di valori condivisi, credo si possano ritrovare gli spazi per un dialogo e per la costruzione di compromessi ragionevoli.
Emilio Gabaglio
Claudio Di Berardino ha già affrontato i temi del presente ma voi mi permetterete di tornare per un momento agli anni della realizzazione dello Statuto dei lavoratori. Lo Statuto – penso sia stato già detto ma lo voglio ripetere – segnò un vero spartiacque nelle condizioni reali degli operai e dei lavoratori italiani. Le schede di pre-assunzione o di diniego di assunzione lette da Giorgio Benvenutoquesta sera, rendono bene il clima che si viveva allora nelle fabbriche (soprattutto nelle fabbriche ma non solo) e ci dice quanto effettivamente lo Statuto fu, come si disse allora, l’ingresso della Costituzione nei luoghi di lavoro. Cambiò dalla notte al giorno.
Io allora, come Carlo Ghezzi ha ricordato, ero presidente nazionale delle Acli, giovane (avevo 33 anni) e mi toccò in sorte di essere eletto come successore di Livio Labor (un altro grande dirigente del movimento dei lavoratori cattolici che abbiamo forse un po’ dimenticato) proprio al congresso di Torino, all’inizio del luglio del ’69, dove venne a parlare Giacomo Brodolini. Lo Statuto era stato presentato nel giugno come proposta di legge da parte di Brodolini. Egli andò al congresso della Cgil a Livorno, in quelle settimane, e poi venne a Torino, al nostro congresso. Me lo ricordo ancora stanco, malato, affaticato. Sarebbe morto due/tre settimane dopo.
Fu forse quello l’ultimo contatto di Brodolini con un’organizzazione dei lavoratori, e mi ricordo come noi lo accogliemmo tutto in piedi, con uno straordinario applauso, proprio come l’autore del progetto dello Statuto dei lavoratori che noi appoggiavamo pienamente.
In quella sala c’era, delegato al congresso, anche Donat-Cattin che avrebbe continuato l’opera di Brodolini – come è stato già detto –, l’avrebbe portata in porto con una prima approvazione nel dicembre di quell’anno e poi nel maggio del ’70 quando la legge fu poi approvata definitivamente e promulgata.
E allora effettivamente c’erano opinioni divise nel mondo politico, occorre riconoscerlo, e anche nel mondo sindacale – è stato già accennato –. Oggi vedo che si fa purtroppo un uso strumentale, in qualche intervista di queste ore, di quelle distinzioni di punti di vista. Indubbiamente lo Statuto è il prodotto, per me, giovane militante in quegli anni, di uno straordinario movimento di lotta. Movimento che per un momento mise anche in discussione lo stesso sindacato, diciamocelo pure. Non solo la spinta studentesca ma quella degli operai, dei giovani operai meridionali immigrati nelle grandi fabbriche del Nord perché è lì che si scatena il conflitto, la lotta, che si apre il movimento che poi naturalmente si diffonde anche in altre realtà ma essenzialmente è lì l’epicentro di questa lotta.
Senza quel grande movimento, quella grande spinta, i riformisti non ce la avrebbero fatta, allora diciamo anche questo. Il primo centro-sinistra aveva una carica riformatrice; in particolare tra i socialisti ma anche in settori più aperti della Democrazia cristiana, cui apparteneva lo stesso Donat-Cattin. C’era una volontà riformatrice ma quella volontà si saldò, si materializzò perché c’era questa spinta, eccezionale spinta dal basso che chiedeva appunto un cambiamento, chiedeva libertà, dignità, diritti sui luoghi di lavoro.
Questo lo Statuto lo incarnò, lo tradusse in una legge che ha segnato poi tutto il periodo successivo. Legge dove ci sono i diritti individuali dei lavoratori ma anche i loro diritti collettivi; legge che riconosce personalità, libertà, dignità all’operaio o al lavoratore e, allo stesso tempo, promuove il sindacato come agente collettivo indispensabile per rendere effettivi quei diritti.
È stato già detto. Si parla tanto dell’articolo 18. L’articolo 28 è stato anch’esso strategico laddove è il soggetto collettivo sindacale che può agire per rimuovere la discriminazione antioperaia, antisindacale.
Fu una grande stagione dove si trovò anche la cultura riformista. È stato evocato Gino Giugni e altri, come Mancini, Treu, quella scuola giuslavorista che allora veniva formandosi in termini innovativi, che curiosamente aveva pescato molto nella cultura giuslavorista e nelle relazioni industriali americane. Avevano studiato tutti, Giugni per primo, in America e venivano con un sano pragmatismo capace di innestarsi su quella grande spinta, diciamolo pure, oggi si fa fatica a parlarne, allora c’era un conflitto di classe. E loro vennero con quella cultura innestando una razionalizzazione di quel conflitto verso sbocchi positivi, capaci in concreto di costruire traguardi più avanzati di diritti e di progresso per i lavoratori.
Noi fummo dentro quella vicenda anche come Acli perché – come è stato già ricordato stasera – allora la Cisl, che è anche la mia organizzazione sindacale, lo è stata per lunghissimi anni, portava avanti una visione che privilegiava e privilegia ancora oggi (ma su questo dirò una cosa tra un momento) la contrattazione collettiva, l’autonomia contrattuale, l’autonomia del soggetto sindacale rispetto alla legge. E lì non fu facile ma in questo aiutarono le Acli, che erano già più avanti, anche rispetto alla spinta unitaria del movimento sindacale che si veniva materializzando in quegli anni, a far maturare un punto di vista che non era un punto di vista escludente ma che vedeva, come del resto nei fatti si era realizzato. Dice Giorgio Benvenuto: quelle conquiste, i diritti di assemblea eccetera, erano nel contratto dei metalmeccanici nel dicembre ’69, furono anticipati quindi nella realtà fattuale e contrattuale e poi trasportati, consolidati, validati, resi effettivi per tutti dalla legge. Ci fu un lavorio delle Acli per aiutare quest’evoluzione della Cisl; un’evoluzione che poi sarebbe rimasta anche dopo. Oggi qualche volta si ragiona un po’ in modo stereotipato. No. C’è stata una grande contaminazione nel movimento sindacale italiano negli ultimi quarant’anni, nessuno è rimasto sulle sue posizioni di partenza, anche se purtroppo quest’evoluzione culturale e anche di prassi, di pratica sindacale non ha trovato quello sbocco unitario che molti di noi allora volevamo e che sommessamente auspicheremmo anche oggi.
Quindi lo Statuto è una grande cosa che mette il movimento dei lavoratori italiani all’avanguardia anche nel contesto europeo. Lo Statuto rappresenta una difesa dei diritti individuali e una promozione – come ho già detto – del ruolo, dell’azione collettiva e del sindacato come soggetto che questi diritti interpreta e promuove e tra i più elevati in Europa.
Non mi sottraggo alla domanda di Carlo Ghezzi: che cosa ci può dare in più l’Europa, da questo punto di vista? Da questo punto di vista l’Europa è stata in ritardo. La costituzionalizzazione dei diritti sociali in Europa è venuta molto più tardi, è oggi meno cogente malgrado i passi avanti compiuti. Non dobbiamo mai dimenticare che l’Unione europea nasce essenzialmente come un’unione economica. È il mercato l’elemento dominante, diventerà più tardi la moneta. Mercato e moneta ancora oggi sono, ahimè, i punti dominanti.
Chi, come me, ma Giorgio e Carlo e altri compagni e amici, si è battuto in questi anni per sviluppare un protagonismo del sindacato anche sul terreno europeo, sa quanto sia stato difficile introdurre elementi di socialità, di diritti sociali su quel terreno. Non perché pregiudizialmente i padri fondatori fossero contrari (perché nei loro paesi, dove più e dove meno ma comunque a livelli elevati di garanzie, di diritti le protezione sociale esistevano ed esistono) ma perché si riteneva che appunto questa costruzione fosse in sé una costruzione economica.
Il Trattato di Roma del ’57, che fonda la Comunità europea, nel suo articolo primo contiene espressioni molto forti in termini di obiettivi di progresso sociale ma si dice questi obiettivi si realizzeranno perché avrà successo il mercato unico, cioè saranno a valle del successo economico, non potrà non venire anche un progresso sociale, ma non ci sono elementi tali, nel trattato, quindi nei testi fondamentali? che promuovono questo progresso.
Passeranno quindici anni prima che si comincerà ad approvare la prima direttiva europea in materia sociale. E poi passeranno ancora molti anni per arrivare alla prima Carta che si può, in qualche modo, assimilare, ma con ben minori potenzialità evidentemente anche perché il contesto è quello sopranazionale, non immediatamente cogente sugli attori, alla Carta dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori europei del 1989, che resta però una dichiarazione politica, voluta in particolare da Mitterrand e da Kohl, ma anche dai nostri governanti dell’epoca e fieramente contrastata dalla signora Thatcher (siamo agli albori di quella che sarà poi – chiamiamola così – la controrivoluzione neoliberista, conservatrice) che invece la rifiuta in modo netto.
Da lì nascerà una serie di direttive, di misure che certamente trasporta nella legislazione italiana il sostegno ai diritti, tutele, protezioni per i lavoratori, ma bisognerà aspettare il Duemila e tante mobilitazioni dei sindacati di tutti i paesi europei e della Confederazione europea dei sindacati per arrivare a Nizza ad avere una Carta dei diritti fondamentali dei cittadini dell’Unione che prevede, in una parte, in un capitolo, diritti sociali, un elenco che ripete, ma in termini meno cogenti – lo ripeto –, quanto abbiamo iscritto nella legislazione italiana con lo Statuto e con altre leggi.
Abbiamo, cioè, quindi, riconosciuto anche a livello europeo, questa carta è oggi parte del trattato, non è più solo una dichiarazione politica: è una carta che ha validità giuridica, che rafforza quindi i diritti dei lavoratori così come sono previsti dalle costituzioni, dalle leggi e per noi dallo Statuto dei lavoratori, ma in qualche modo viene a sostegno, non è stato l’elemento promotore.
Eppure l’Europa è il nostro destino. In questi giorni stiamo discutendo molto e vedo interpretazioni molto pessimistiche, quasi che l’Europa fosse sull’orlo del disfacimento. Io penso invece, al contrario, che in una notte, per tentare di salvare la Grecia e poi l’euro, l’Europa ha fatto un passo in avanti eccezionale: sono state conferite sovranità, a livello europeo, che nessun dibattito che abbiamo fatto nella Costituente per la Costituzione e poi fallita era mai riuscito a intravedere. L’Europa è sempre andata avanti per le crisi. Quando ci sono le crisi, l’Europa non può disfarsi perché ormai le nostre realtà sono talmente interdipendenti non solo sul piano economico e del mercato, e per molti della moneta, ma anche del nostro modo di vivere, di essere.
Pensate ai giovani di oggi. Per loro la patria è l’Europa. La loro facilità di muoversi su questo continente come se si muovessero da una regione all’altra dell’Italia è qualcosa che la mia generazione a suo tempo non ha conosciuto.
Quindi quest’Europa avanza nella crisi e risponde alla crisi sul terreno economico e monetario. Il punto è – e qui viene la questione – che ancora in questo frangente non prende corpo con sufficiente forza l’idea che l’Europa sociale, l’Europa del lavoro e dei diritti è altrettanto indispensabile dell’Europa economica e monetaria. Dirò di più: l’Europa monetaria non funziona senza un vero governo economico dell’Europa, come si comincia adesso a capire, che promuova sviluppo e occupazione e che il governo economico e monetario non può funzionare senza uno zoccolo comune, condiviso, effettivo di diritti, di protezioni, di tutele di tutti i lavoratori europei che evitino dumping, disparità, concorrenza impropria, frammentazione del grande mercato.
Quindi questo è. Nel giorno in cui parliamo dello Statuto, è giusto parlare di come dare maggiore effettività alla Carta dei diritti sulla parte sociale, e non solo, che esiste in Europa, proprio per costruire questa capacità di uniformare tutele, diritti, garanzie in uno spazio più vasto.
Da lì non ne usciamo. È illusorio pensare di ripiegare su posizioni protezioniste in economia ma anche sul terreno sociale. Recentemente si è visto, in alcuni casi, nel Nord Europa (dove pure i livelli di protezione sociale sono tra i più alti del mondo, come sappiamo), che, proprio in ragione del concetto di libera circolazione dei capitali delle imprese in Europa, venivano messi in discussione i diritti di contrattazione e anche diritti di sciopero nell’ambito dei singoli paesi perché, nella logica essenzialmente economicista me del trattato, prevale la libertà di circolazione del capitale e dell’impresa sulle garanzie dei diritti sociali. Sistemi di relazioni industriali e di protezione sociale unicamente nazionali, oggi non reggono più sotto la spinta dell’unificazione dei mercati.
A maggior ragione, se ci collochiamo in una dimensione della globalizzazione, è chiaro che i nostri sistemi di protezione nazionale per quanto siano forti e cogenti, e dobbiamo continuare a farli vivere come tali, non bastano più: serve un livello europeo e più in generale serve anche una globalizzazione non solo dei mercati ma dei diritti.
Questa questione è una questione aperta, immensa ma, quando si vedono i G8 e i G20 che si riuniscono giustamente preoccupati di creare regolazioni più stringenti dei mercati finanziari, le banche e di quant’altro, tutto questo è indispensabile ma è altrettanto indispensabile che a questo si accompagni una regolazione anche sul terreno sociale che impedisca squilibri, dumping, e distorsioni come quelle a cui assistiamo.
Insomma, fin quando il nostro Statuto non sarà anche – passatemi il termine – lo Statuto dei lavoratori degli altri paesi, e anche dei paesi nuovi emergenti, anche le possibilità di difendere le nostre posizioni saranno meno solide. Qui nessuno si salva da solo. Non c’è un’isola felice in un mare in tempesta. Quindi occorre uscire, avere una visione più ampia, realistica sicuramente ma intanto occorre tener ben caro quanto è costato tanta lotta e tanto sacrificio.
Leggiamo in questi giorni ancora un rilancio delle posizioni che dicono che in fondo lo Statuto è il passato, è obsoleto, bisogna pensare ad altro. Si parla confusamente di uno Statuto dei lavori. Certo, il lavoro – è stato detto anche da Di Berardino un momento fa – è profondamente cambiato. Rendiamoci conto che lo Statuto copre la metà dei lavoratori italiani. Ci sono zone di lavoratori delle piccole e medie imprese dipendenti ma soprattutto il lavoro parasubordinato, tutta questa frammentazione che si è creata che sono fuori dagli ambiti dello Statuto. Eppure lo Statuto è un simbolo forte anche per chi non ne può godere oggi i diritti; è una sorta di bandiera; è una sorta di vincolo da cui non si può arretrare. Anche se bisognerà completarlo – ha ragione Giorgio Benvenuto – per ripensare e rimodularne le garanzie, i diritti e le tutele in ragione delle nuove forme del lavoro. Io però ho paura quando si parla di Statuto del lavoro, quasi che il lavoro diventa una cosa. Sono i lavoratori, le lavoratrici quelli che devono restare al centro della nostra preoccupazione. E se oggi questo, come altri momenti di incontro che ci sono stati, ahimè, non unitari, oggi ce ne sono tre: il vostro, quello della Cisl e quello della Uil. Brutto segnale, secondo me. Si sarebbe potuto fare uno sforzo, almeno in una giornata come questa del 20 maggio, per ritrovarsi insieme. Lo dico autocriticamente. Tuttavia è proprio intorno allo Statuto, a una sua rivisitazione in chiave moderna che ne salvi i valori e l’essenza e, se necessario, ne riveda le forme, che dobbiamo ancora ritrovarci.
Adolfo Pepe
Credo che alcune acquisizioni possiamo ritenerle condivise nel celebrare e nel ricordare i quarant’anni Statuto dei lavoratori.
La prima: il ruolo straordinario di un uomo come Giacomo Brodolini, il contributo decisivo di un uomo come Carlo Donat-Cattin, la funzione straordinaria di rinnovamento giuridico e intellettuale del gruppo di studiosi e tecnici che fece capo a Gino Giugni.
Il concorso di questi elementi, di queste figure, il loro impegno, la loro passione, il loro stare da una sola parte è stato determinante, sicuramente, nel portare a compimento un disegno di legge che in realtà giaceva, galleggiava da molto tempo e che non c’era nessuna certezza che andasse in porto.
Ma, se voi me lo consentite, vorrei porvi tre ordini di problemi per collegare la storia dello Statuto, la sua nascita con i problemi attuali.
La prima questione, che ovviamente era il filo conduttore del ragionamento di Guglielmo Epifani, io la porrei in questi termini. Essendo acquisito che lo Statuto è parte integrante della Costituzione e che, senza la Costituzione, lo Statuto non ci sarebbe stato né formalmente, giuridicamente, concettualmente né storicamente (e d’altro canto è del tutto evidente che la Costituzione senza lo Statuto era fuori dai cancelli delle fabbriche e quindi, in poche parole, non raggiungeva lo scopo per il quale era stato fatto il Patto costituzionale: tenere le masse lavoratrici dentro lo Stato, legittimarne la loro funzione politica, storica e sindacale), se tutto questo in qualche modo è acquisito, la domanda – come fanno gli anglosassoni che pongono sempre: qual è la domanda? – è questa: perché una Costituzione basata sul lavoro? E perché regole dei rapporti di lavoro nelle aziende basate su uno Statuto che, come ricordava ancora Guglielmo, è come una Costituzione?
Lo vogliamo dire con un altro linguaggio? Perché costringere le classi dirigenti a stare dentro una Costituzione democratica basata sul lavoro e costringere i padroni a diventare imprenditori? Perché?
È questa la domanda che, in qualche modo, dà ragione dell’importanza storica ma soprattutto della grande attualità e della Costituzione e dello Statuto e del nesso inscindibile che c’è tra queste due importantissime carte che orientano tutta la vita politica, sociale ed economica italiana.
Il perché è, in qualche modo, argomentabile con diverse gradazioni però lo voglio dire in maniera sintetica. La Costituzione è unica, lo abbiamo detto tante volte. Non c’è Costituzione di paese democratico occidentale che parla del lavoro come atto fondativo, non ce n’è nessuna. Negli Stati Uniti è la felicità, nella Germania è la repubblica federale, nella Francia è l’unità della nazione (la grande rivoluzione francese). In Italia si è dovuto scrivere, in un patto costituzionale, cioè nell’atto fondativi della Repubblica democratica, che questa Repubblica è fondata sul lavoro. Peggio e di più: si sono dovuti aggiungere più articoli per rendere questa cosa ancor più cogente; diciamo meglio: stringente, diciamo ancora meglio: inevadibile. La Costituzione è una gabbia per le classi dirigenti e per i ceti economici; è una gabbia inevadibile. Tant’è vero che, per vent’anni, l’hanno evasa. Ed è dalla evasione della Costituzione che nasce l’esigenza dello Statuto.
Qui naturalmente è vero che la cultura anglo-americana di Giugni è stata molto importante, ma attenzione: qualifichiamola bene. Il contrattualismo aziendale o l’aziendalismo contrattuale degli anni Cinquanta/Sessanta era il far west delle relazioni sindacali. Era come in America prima del New deal, quando le trattative tra operai e padroni si facevano con le pistole, con le agenzie Pinkerton, quando cioè con il New deal (è questo che Giugni riprende) si dovette ricorrere a forme di costrizioni, chiamate legislazioni di sostegno, o concrete minacce per costringere gli imprenditori a stare dentro la logica delle relazioni industriali.
Ma tutto questo in Italia, negli anni Cinquanta/Sessanta, non esisteva. Giugni importa la logica del New deal dopo che per vent’anni il panorama delle relazioni sindacali italiane era quello che, direi con molto garbo, ma anche con molta – chiamiamola così – leggerezza, Giorgio Benvenuto ci ha illustrato leggendo. Ma c’erano cose anche più pesanti, c’erano cose ben più dure da Far West. Ed è questo Far West che si è dovuto costituzionalizzare. Questa è la realtà. Abbiamo dovuto costituzionalizzare e civilizzare classi dirigenti che erano state liberali e fasciste, negando il valore e il significato del lavoro e della sua rappresentanza sociale e politica e portando un paese allo sfascio di una guerra fascista conclusa come sappiamo; e ci sono volute le lotte, le grandi lotte contrattuali, sociali e la sanzione di una legge per tenerle dentro la logica che nei luoghi di lavoro ci vogliono delle regole, delle procedure, le quali a loro volta rimandano al cardine che, dentro i luoghi di lavoro, operano e vivono uomini e donne in carne e ossa e che è a loro che fa capo il diritto, la libertà, la democrazia secondo la grande tradizione occidentale non conosciuta, misconosciuta da buona parte delle nostre classi dirigenti.
Allora questo vi spiega, ed è il secondo punto, perché bisogna dirlo, che l’introduzione della Costituzione e poi lo Statuto, nei diversi momenti in cui avvengono e comunque sempre entrambi sotto l’effetto di una grande mobilitazione sociale e operaia, le lotte del ’43-’47, il grande ciclo conflittuale ’67-’72, al centro del quale si colloca lo Statuto. Ebbene, noi non possiamo ignorare che entrambi questi accordi, patti, regole, regole fondanti sono destabilizzanti. L’Italia non è che accetta questi come dei passaggi fisiologici: tutto il sistema politico, economico, valoriale del paese subisce, dall’introduzione di questi elementi delle tensioni interne che saranno drammatiche. Gli anni Cinquanta sono tali perché c’è stata la Costituzione, e gli anni Settanta saranno gli anni che saranno perché c’è stato anche lo Statuto dei lavoratori. Se poi aggiungiamo che allo Statuto si sommava il potere delle grandi confederazioni sindacali e la loro capacità di agire come soggetto politico autonomo, e aggiungiamo che a questo fa da contrappeso uno sbandamento grave della classe imprenditoriale e una difficoltà crescente del quadro politico a interloquire con la nuova dimensione della rappresentanza sindacale, beh noi allora comprendiamo meglio perché Costituzione e Statuto dei diritti dei lavoratori vengono periodicamente rimessi in discussione. E’ una costante.
Riguardando un pochino tutto l’iter della vicenda, mi rendo conto che già dal giorno dopo l’intervista a “la Stampa”, Donat-Cattin, protagonista fondamentale, indiscusso, a cui va dato atto, poneva un problema politico serio e diceva: “Signori, qui vi abbiamo dato lo Statuto. Alt, fermi. Delle riforme non parliamo”. Cgil, Cisl e Uil con molta difficoltà avevano investito il governo Rumor (in crisi, poi rifatto, poi nuovamente in crisi) di un grande programma riformatore. Intendevano cioè utilizzare il potere riconosciuto di rappresentanti legittimi del mondo del lavoro, a sua volta legittimato nei luoghi di lavoro, per aprire una grande stagione riformatrice. Ma qui c’è il buco nero. Il governo non risponde (Giorgio lo ha vissuto), il governo latita. Le stesse confederazioni si dividono sulle risposte. Poi si arriva al caso clamoroso del governo Rumor che si dimette preventivamente perché i sindacati, con la loro piattaforma, avevano indetto uno sciopero generale. Dimissioni preventive, uniche – per così dire – nella storia dell’Italia repubblicana.
Questo vi dà la misura, e non vado oltre, ovviamente, per gli anni Settanta e gli anni Ottanta, di quanto i diritti esercitati dai lavoratori individualmente (cosa fondamentale, perché l’esercizio del diritto individuale ti sottrae al ricatto e rende possibile la formazione di una coscienza libera, quella che appunto viene indicata come una coscienza pericolosa nei documenti) e i diritti collettivi tutelati dal sindacato, cioè da una grande organizzazione moderna della rappresentanza politica, fra l’altro organizzazione fondativi della Repubblica, tutto questo crea sostanzialmente – possiamo dirlo – un grande marasma nella vita del paese.
Marasma dal quale con estrema difficoltà e attraverso procedimenti estremamente complessi siamo riusciti a tenere la barra della democrazia repubblicana senza cadere in quei disegni di disarticolazione che già Angelo Costa annuncia subito. Angelo Costa, il presidente della Confindustria. Questo noi non lo diciamo mai, ma ricordiamoci anche di dire che a quell’appuntamento i sindacati giungono divisi, con opzioni diverse, ma c’è una controparte che giunge con la cultura degli anni Cinquanta che era quella degli anni Trenta che era quella dell’Ottocento. È ancora Angelo Costa il presidente della Confindustria; è l’uomo che dialogava con De Gasperi negli anni Cinquanta, è l’uomo che aveva una concezione proprietaria del capitalismo. Peggio: è l’uomo che aveva teorizzato e praticato il duopolio, la compenetrazione tra Stato amministrativo, Democrazia cristiana e imprenditori, tagliando fuori – ahimè – anche la Cisl da qualsiasi ipotesi di dialogo produttivistico moderno. È dunque quest’uomo che scrive subito, dopo che Donat-Cattin gli ha fatto quella partitaccia, una lettera che “il Corriere della Sera” pubblica integralmente e in cui dice: “Signori, questo non è, parlava del contatto collettivo, quello dei metalmeccanici a cui lui dice di essere stato costretto a firmare e dice: Signori, qui si apre una partita che porterà sicuramente il paese al disastro”.
E Donat-Cattin, nell’intervista a “la Stampa”, subito dopo la conclusione dello Statuto, ahimè riprende questa logica e dice: “Non c’è passaggio tra le norme giuridico-contrattuali e il disegno generale di cambiamento del paese”.
Cioè, per dirla con un linguaggio un po’ più alto, dei tre compromessi della Repubblica di Weimar, in Italia ci sta soltanto il compromesso sul lavoro. Il compromesso politico, cioè sulla legittimazione a un governo che sia espressione maggioritaria delle forze del lavoro, non se ne parla. Tutti gli anni Settanta, le confederazioni li passano a discutere con la Confindustria di Lombardi, cioè con un ectoplasma, con i due gemelli Pirelli e Agnelli che hanno strategie da grandi gruppi e poco interesse alla coesione e allo sviluppo nazionale e con governi che fino all’unità nazionale e al compromesso storico sono governi – per così dire – volutamente “deboli” o – peggio ancora – furbi, come il governo Colombo del decretone.
E allora io credo che, nel ricordare storicamente lo Statuto e la sua importanza e l’importanza della Costituzione, tutti noi dobbiamo aver presente il peso, peso storico, politico, che questi documenti, che sembrano semplici pezzi di carta scritti quarant’anni fa, hanno avuto nella vita reale del paese e delle sue istituzioni.
Costituzione e Statuto vengono sempre rimessi in discussione, a volte con ipocrisia, prendendo di petto l’uno o l’altro e ricordo il dibattito sulla seconda parte della Costituzione. Un’anomalia di cui non riesco a capire come i nostri amici giuristi abbiano potuto prestarsi. Ma non esiste la seconda parte della Costituzione! Esiste solo la Costituzione, i cui principi fondativi rendono obbligatoria la Repubblica parlamentare e gli assetti degli organi di potere esecutivo.
Giugni ricordava il suo stupore quando un magistrato, un pretore fece, immediatamente dopo lo Statuto, una causa rifacendosi all’articolo 28. Non lo credeva possibile. Invece era possibile. Addirittura la magistratura, il pezzo forte dello Stato, dello Stato di diritto, che utilizza fino in fondo le aperture che vengono da queste normative costrittive: reintegro e quant’altro.
Ebbene, tutte queste spinte al cambiamento, se poi ci pensate, hanno – lo ricordava bene Di Berardino – una matrice culturale sicuramente (l’ideologia della scomparsa del lavoro, la fine del sindacato), ma hanno anche, se ci pensate bene, una specie di ideologia che ormai è diventata luogo comune. In fondo tutto ciò va cambiato perché c’è un’altra Italia. L’altra Italia che c’è è l’Italia del non lavoro o meglio di un lavoro diverso: lavoro non più nelle grandi fabbriche eccetera. Ora devo dire sono stupefatto, come cittadino, come professore, che si possano accettare queste banalità. È evidente che il lavoro, come tutte le cose, cambia, è evidente che i cambiamenti strutturali richiedono adeguamenti, ma il punto fondamentale, come sempre, è capire in che direzione e per che cosa cambiare. Chi deve cambiare e che cosa deve cambiare.
Allora si dice: siccome non c’è più il lavoro delle grandi fabbriche, prima si era detto: non ci sarà più il sindacato, poi ci si è resi conto che il sindacato in realtà continuava a esserci. Poi si dice: il sindacato non rappresenta più i nuovi lavori. Poi si dice, e “il Corriere” lo ha enfatizzato, che ci sono 4 milioni di lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, artigiani e quant’altro che si stanno organizzando sindacalmente. Non si dice, ovviamente, che sarebbero pezzi della rappresentanza che spetterebbe a Confindustria che, non a caso, vivendoli come potenziali concorrenti, si è guardata bene dall’andare alle assise unificanti di questo mondo.
E si dice, dunque, che il sindacato rappresenta i vecchi, i non giovani e così via.
Io, sommessamente ricorderei che il sindacato ha sempre rappresentato questa gente. Giorgio Benvenuto è stato fortunato perché ha vissuto i 10-15 anni del fordismo e delle grandi fabbriche. Ha fatto un bel sindacato in quegli anni. Giorgio lo sa: è stato un breve periodo. Prima e dopo, i lavoratori in carne e ossa non erano lavoratori di massa, standardizzati a migliaia tutti uguali. Ma quando mai! Tutti qualificati o tutti dequalificati. Ma quando mai! La rappresentanza sindacale nasce, si forma, si sviluppa nel mondo frastagliato, tra i lavoratori divisi, dispersi delle piccole, piccolissime officine. È lì che si formano i valori e il tessuto della sindacalizzazione. Gli schemi della contrattazione, il ruolo rivendicativo, le piattaforme non nascono mica alla Fiat e alla Pirelli: nascono tra categorie estremamente disperse, e così mantengono le loro caratteristiche, sempre. Naturalmente con alti e bassi e con spostamenti di pesi settoriali. Chi può negare che, per vent’anni, l’operaio massa e il lavoratore della Fiat abbia assunto una funzione di orientamento e di guida? Ma vent’anni. Vent’anni non sono i cent’anni della storia del mondo del lavoro organizzato.
E dunque questo è un assioma falso. Il sindacato sempre e comunque si deve cimentare con la conquista del consenso tra lavoratori divisi, dispersi, in competizione. Lavoratori che sono esattamente non naturalmente uniti da nulla: dal dialetto, dalla lingua, dalla geografia, da tutto. Altrimenti il sindacato sarebbe un’operazione che si potrebbe fare a tavolino e si potrebbe esternalizzare attraverso la costruzione di strutture tecnico-burocratiche. Ci si è anche pensato, in alcuni casi, ma in realtà questo si è capito bene che non era il sindacato.
Dunque nessun problema. Il sindacato riesce o non riesce, nei prossimi anni, non perché si trova di fronte all’inedito ma perché si trova di fronte al suo problema storico: creare una rappresentanza adeguata al mondo del lavoro che si trova di fronte. Ci riesce o non ci riesce, questo non vuol dire che geneticamente c’è stato un pervertimento della natura e della funzione della sindacalizzazione e del rapporto tra lavoratori e sindacato. E dunque tutti i principi, tutte le magne carte che garantiscono questa libertà e questi diritti al rapporto tra sindacati e lavoratori non possono essere toccati. È evidente che, se tocchiamo questo fondamento, come intende fare il ministro Sacconi e il governo, evidentemente ci poniamo un problema di de-sindacalizzazione, ma che è anche di de-democratizzazione del paese. E su questo credo che non ci siano dubbi.
L’ultima cosa: la crisi. Guardate, io credo che, a differenza della crisi del ’71, che pure venne a coincidere con la nascita dello Statuto all’incirca, questa è una crisi che si presenta con caratteristiche estremamente chiare, direi semplici e apodittiche. Nel ’70-’71 il capitalismo si avviava, come sua via d’uscita da un’impasse internazionale, verso quella che poi sarà la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro. E strumenti come lo Statuto hanno aiutato perché noi abbiamo avuto per vent’anni anche una gestione flessibile delle norme dello Statuto che hanno aiutato a mantenere un rapporto fondamentale di tutela dei diritti dei lavoratori in una fase in cui la flessibilità piegava verso la precarizzazione.
Oggi il passaggio è più semplice. L’età della precarizzazione, nella crisi economica attuale, è finita. I nostri figli non saranno precari: i nostri figli saranno semplicemente disoccupati. Il punto secco oggi non è la gestione della flessibilità trasformata in precarietà: il punto secco è fronteggiare la disoccupazione strutturale; come dicono in realtà, in maniera anche piuttosto chiara, tutti gli indicatori e tutti i responsabili della politica economica internazionale.
Questo non è un passaggio di poco conto: questo è un passaggio duro; è un passaggio che richiede naturalmente la capacità di combinare l’uso del diritto con l’uso della forza. Quando c’è la disoccupazione strutturale, l’uso del diritto non è sufficiente. Non è il diritto che crea l’occupazione. L’abbiamo sperimentato. Eravamo arrivati al punto di contrattare gli investimenti con i quattro maggiori grandi gruppi. I 100 mila posti di lavoro. Ovviamente non se ne fece nulla perché il diritto non ha il potere di creare l’economia, altrimenti saremmo tornati al feudalesimo. Non è così semplice. Il diritto non crea l’economia. L’economia si crea attraverso uno scontro sociale, una prospettiva politica, attraverso un mutamento di indirizzi; cioè attraverso un ruolo attivo, storico dei protagonisti attraverso la redistribuzione del reddito, la creazione di sistemi di convenienze diverse.
Io ho una visione realistica e insieme pessimistica dell’Europa. E vorrei che, nel mondo sindacale, se ne discutesse con altrettanto realismo. La crisi economica internazionale si è scaricata sull’Europa per una ragione semplicissima: è una crisi del modello finanziario anglo-americano. Ma gli anglo-americani non sono dei soggetti mansueti, sono delle bestie terribili che hanno grandi capacità di reazione. E aver spostato la crisi economico-finanziaria del sistema creditizio e del sistema para-creditizio internazionale sul terreno dell’indebitamento di massa degli stati, vi è un attacco diretto al modello continentale di Stato sociale e di democrazia. È in atto un braccio di ferro (che era prevedibile anche due anni fa ma che oggi viene al nodo) tra due modelli: il modello del capitalismo finanziario anglo-americano e il modello del capitalismo produttivo manifatturiero a larga base di coesione sociale del continente europeo.
Ma, detto questo, non abbiamo risolto il problema perché il continente europeo è a sua volta una brutta bestia. E nel continente europeo noi abbiamo perso grandi punti. Quando la Cgil diceva che l’Italia era in declino, in sostanza cosa intendeva dire? Intendeva dire semplicemente che noi stavamo perdendo il collegamento con il gruppo di testa dei paesi europei, non con il Bangladesh o con l’India. Noi perdevamo il rapporto con Francia e Germania, in un momento in cui Francia e Germania rinazionalizzavano l’Europa, secondo principi non di allargamento e di delega a presunti organismi tecnocratici sopranazionali ma secondo i principi che la signora Merkel ha ripetuto ora in maniera chiarissima e che vorrei che fossero chiari anche a tutti noi. Fra i paesi sotto diretta osservazione di default fin da gennaio c’è anche l’Italia.
La posta in gioco è molto semplice. Con la moneta unita erano stati imposti, attraverso organismi sopranazionali, dei parametri rigidi per modificare le politiche sociali ed economiche dei principali paesi europei e allinearli. Con la nuova situazione, la questione si pone in un altro termine: è in atto è una gerarchizzazione di stati e di nazioni in Europa con la fine della parità nazionale di molti paesi. Gli aiuti sono subordinati al fatto che la politica per gli statali, i salari degli statali greci li decideranno in Germania, che la politica delle infrastrutture e degli investimenti che si faranno in questi paesi saranno decisi direttamente in Germania, e cioè c’è una contrazione secca dell’autonomia nazionale di buona parte dei paesi europei.
Io credo che questa sia la sfida quando parliamo dei differenziali di protezione sociale ed economica che acuiscono le difficoltà dell’Europa, perché per l’Italia si pone un altro grande problema. Ci sarebbe spazio, a questo punto, per una politica volta a ridistribuire drasticamente il reddito in Italia per una politica salariale, per una politica di rilancio e di redistribuzione dell’economia italiana a favore del mondo del lavoro. Questo ricreerebbe le condizioni per cui il patto sociale in Europa potrebbe vedere l’Italia ritornare a essere un paese che sta alla testa del processo. Altrimenti, se noi aspettiamo di mantenere tutti i nostri differenziali fondamentali (infrastrutturali, salariali, fiscali) e contemporaneamente critichiamo i paesi come la Germania o la Francia che in realtà stanno mettendo in atto delle drastiche politiche di rivitalizzazione dei loro sistemi economico nazionali, ci troveremo con il cerino in mano, per dirla volgarmente, perché questa volta non ci aiuterà nessuno, come nessuno sta aiutando la Grecia in maniera disinteressata.
Nel Settanta, nel vuoto politico, nel disorientamento della Confindustria, si tentò l’operazione dell’unità sindacale. Fu quel che fu, ma fu un grande tentativo. Oggi il mondo del lavoro ha di fronte a sé solo la rappresentanza sociale e sindacale. La rappresentanza politica, che è uno dei baluardi della democrazia occidentale, è disorientata, latitante, chiamatela come volete. Questo acuisce la responsabilità delle confederazioni, crea sconcerto e disorientamento tra i lavoratori che si traduce anche in abbandono dell’impegno politico elettorale; in qualche misura rende la crisi economica e la crisi sociale ancor più acuta.
Io credo che il potere e la funzione della rappresentanza confederale oggi sia ancora, per fortuna, largamente intatto, nonostante tutte le punture di spillo. Il mondo del lavoro deve poter avere un punto di riferimento sindacale e politico univoco che si assume, con un programma, la difesa dei suoi interessi e dei suoi diritti integralmente. Noi facciamo il nostro dovere, poi sarà quel che sarà.
Solo questo credo che sia oggi il lascito più importante dell’impegno che è stato profuso in questi anni, in questi quarant’anni ma, più in generale, in tutti questi decenni di storia repubblicana per far sì che il lavoro continui a essere il punto di riferimento della coesione e dell’unità nazionale e della difesa del valore sociale del lavoro.