Interventi
A 40 ANNI DELL'APPROVAZIONE DELLO STATUTO DEI LAVORATORI
Pubblichiamo gli Atti del Convegno:
"A 40 anni dell'Approvazione dello Statuto dei Lavoratori", il ruolo di Giacomo Brodolini. La sfida dei nuovi diritti.
(Prima parte).
21/06/2010
L'iniziativa si è svolta a Roma, (Palazzo Valentini), il 20 maggio 2010.
Carlo Ghezzi
Quarant’anni or sono, il 20 maggio del 1970, veniva definitivamente approvata dal Parlamento la legge N° 300 che varava lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori. Una grande conquista sociale. Una pietra miliare nella storia del diritto del lavoro nel nostro paese. Una scelta che finalmente attuava il dettame costituzionale del riconoscimenti pieno della dignità del lavoratore e che faceva finalmente varcare alla Costituzione repubblicana i cancelli delle aziende.
La proposta di varare una legge che sostenesse i diritti dei lavoratori e l’agibilità delle organizzazioni sindacali nei luoghi di lavoro era stata avanzata da Giuseppe Di Vittorio sin dal 1952. La proposta fu in un primo tempo illustrata nel corso del congresso nazionale dei chimici, allora diretti dal giovane Luciano Lama, e fu successivamente approvata dal congresso confederale della Cgil che si tenne a Napoli.
Giuseppe Di Vittorio, che aveva proposto nel precedente congresso di Genova il Piano del Lavoro, completava in tal modo il progetto che la Cgil proponeva al paese affrontando insieme il tema del lavoro e dello sviluppo economico anche quello dei diritti dei lavoratori. La Cgil aveva ben compreso quale tipo di sviluppo si andava a realizzare in Italia caratterizzato da bassi salari, da scarsi diritti e da uno scarno sistema di protezioni sociali.
I lavoratori di questo paese che si avviava al miracolo economico si trovavano ad essere nell’Europa occidentale di allora un poco nella condizione dei lavoratori cinesi di oggi. E Di Vittorio sapeva che quando al lavoro non era riconosciuta la piena dignità, non erano riconosciuti i suoi diritti, quando un lavoratore era licenziabile “ad nutum” cioè con il semplice gesto del dito di una mano non era il lavoro su cui è fondata la Repubblica come dice la nostra Costituzione ma era un’altra cosa, per questo propose l’approvazione di quello Statuto dei Diritti dei Lavoratori che, attraversando le vicende che conosciamo, diventerà legge dopo ben diciotto anni. Vorrei sommessamente invitare tutti noi a riflettere su cosa poteva essere l’Italia se la Costituzione avesse potuto entrare nelle fabbriche subito dopo la sua approvazione, a riflettere su che tipo di sviluppo diverso avremmo potuto avere, su quale tipo di coesione sociale profondamente diversa si sarebbe vissuta nella nostra società, che paese più moderno sarebbe potuta essere l’Italia.
Per anni dunque si è sviluppata una battaglia politica impegnativa affinchè la Costituzione italiana e i diritti dei lavoratori, tratteggiati in quel testo fondamentale che affondava le sue radici nella Resistenza e nelle grandi lotte del lavoro del 1943 e del ‘44 che la avevano supportata, potessero finalmente vivere nelle aziende.
Quell’ambizioso e sacrosanto obbiettivo diviene dunque definitivamente legge il 20 maggio del 1970, sicuramente sospinto verso la sua rapida approvazione anche dallo straordinario ciclo di lotte del lavoro del 1968/69 che portano a compimento le aspirazioni e le spinte che avevano innervato nel corso degli anni sessanta quella che gli storici definiscono la riscossa operaia. In alcune intese aziendali di grandi gruppi industriali e successivamente in alcuni importanti contratti nazionali di lavoro dell’industria erano già stati conquistati accordi che riconoscevano il diritto d’assemblea in fabbrica, il ruolo e l’agibilità di nuovi strumenti di contrattazione e di rappresentanza democratica e partecipata nei luoghi di lavoro corredati da un adeguato monte ore di permessi sindacali così come il conseguimento di altri importanti diritti.
Anche in questo caso si è, come sempre, partiti dalla contrattazione e dalla conquista dei diritti e delle tutele nei luoghi di lavoro per costruire i presupposti perché questi venissero successivamente assunti dal legislatore e fossero consolidati e estesi. E’ lo Statuto dei Lavoratori regola, codifica ed estende un ampio sistema di diritti determinando uno straordinario fatto democratico e una grande svolta nel paese.
In Parlamento il ministro del Lavoro Giacomo Brodolini è tra i protagonisti della preparazione e della approvazione dello Statuto. Il nostro incontro costituisce anche una occasione importante per rendergli il dovuto omaggio. Già vice segretario della Cgil negli anni cinquanta, durante il suo breve mandato ministeriale e prime che la morte lo colga ancora molto giovane, Brodolini garantisce dapprima una qualificata mediazione del Governo all’accordo tra imprese e sindacati che permette il superamento delle gabbie salariali che differenziano le retribuzioni tra le singole province italiane in riferimento all’andamento del costo della vita in ogni specifico territorio; contribuisce all’avanzamento del processo di riforma delle pensioni, sostanzialmente mai organicamente riassestate dalla precaria condizione in cui lo Stato le aveva ereditate dall’Italia fascista, ma soprattutto determina il percorso che porterà finalmente all’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, un punto qualificante del programma del Governo Rumor particolarmente sostenuto dal Partito Socialista sin dalla formazione dei primi Governi di centro-sinistra. Giacomo Brodolini amava definirsi il Ministro dei lavoratori in un paese la cui storia aveva troppe volte visto i Ministri dei governi che si erano succeduti dall’Unità d’Italia in poi approcciarsi alle lotte del lavoro come a dei movimenti promossi da sovversivi che minavano la coesione sociale.
Lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori rappresenta una pietra miliare nelle conquiste del mondo del lavoro del nostro paese, un punto di approdo di straordinaria qualità anche nello scenario internazionale del diritto del lavoro. Alla sua piena approvazione si giunge, oltre che per la convinta azione di Giacomo Brodolini, anche per quella del suo successore al ministero del Lavoro, il democristiano Carlo Donat Cattin cui va riconosciuto l’onore e il merito di aver proseguito con coerenza e determinazione il lavoro avviato dal suo predecessore. Entrambi avevano affidato al giovane giurista Gino Giugni, uno studioso di orientamento socialista, il coordinamento degli esperti e dei giuristi che lavorano alla elaborazione del disegno di legge che passò per un vivace e laborioso percorso al Senato, dove venne approvato il 12 dicembre del 1969, e successivamente alla Camera dei Deputati appunto il 20 maggio del 1970.
Se alla fine degli anni sessanta si è passati dal Ministro del Lavoro che si dall’avvento dell’Italia repubblicana si dichiarava super partes a quello che si schierava con i lavoratori, si è successivamente ritornati ai ministri del Lavoro super partes che si sono impegnati nella costruzione di mediazioni e di lodi alcuni dei quali hanno fatto la storia delle relazioni sindacali nel nostro paese.
Oggi purtroppo siamo al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi che non lascia trascorrere una sua giornata se non attacca la Cgil, spesso a prescindere da quello che la Cgil abbia effettivamente fatto o detto. Non so se esiste un altro paese in Europa dove un ministro del Lavoro passa le sue giornate a studiare come mettere in difficoltà il più grande sindacato del proprio paese. Altrochè l’eredità di Giacomo Brodoloni il ministro da una parte sola, il ministro dalla parte dei lavoratori!
Nel ricordare questo anniversario e nel riproporre l’importanza dello Statuto dei Lavoratori siamo tutti coscienti di quanto sia impellente la necessità di definire e di estendere un sistema di regole e di diritti, di misurarli con le realtà del mondo del lavoro di oggi, con l’organizzazione specifica del lavoro di oggi, con il mercato del lavoro di oggi. Un sistema di diritti capace di durare nel tempo, di misurarsi con la mutevolezza vivace, quasi frenetica ormai, dei processi produttivi.
Vi è la necessità di farlo per tutte le tipologie del lavoro e per tutte le dimensioni di impresa. Lo Statuto dei Lavoratori è stato un grande approdo capace di intestarsi una straordinaria estensione dei diritti. Va difeso e al tempo stesso consolidato ed esteso e questo richiede un rinnovato impegno di tutti i soggetti interessati.
Lo Statuto è invece sottoposto oggi ad attacchi insidiosi e pesanti da parte del Governo in carica, la Cgil lo ha denunciato con determinazione e ha proclamato uno sciopero generale il 12 marzo scorso in sua difesa. Limpido e coerente è stato, come sempre, l’atteggiamento del Presidente della Repubblica la cui voce si è alzata ad ammonire contro i possibili stravolgimenti di questa legge fondamentale.
E’ dunque necessario che il tema del lavoro e della sua dignità, del suo valore sociale e dei suoi diritti si ridislochino stabilmente nel punto più alto dell’agenda della politica italiana, la riflessione e la riproposizione sullo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, che oggi compie 40 anni e che li porta molto bene, può rappresentare uno stimolo importante in tal senso.
Cecilia D’Elia
È un onore per la Provincia di Roma ospitare questo convegno della Fondazione Di Vittorio in occasione dei 40 anni dell’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori. Voglio portare il saluto della Amministrazione e del presidente Nicola Zingaretti davvero in modo non formale. Credo che questo anniversario cada in un momento non banale per la vita del mondo del lavoro, per le trasformazioni che stanno avvenendo nel mondo del lavoro, per la crisi economica terribile che stiamo attraversando.
Si ridiscutono quei i protagonisti di allora, si ricostruisce il profilo di figure che hanno dimostrato di saper essere uomini delle Istituzioni che avendo a cuore la Costituzione e le forze produttive di questo paese, e non è cosa da poco, hanno operato per recuperare il senso profondo della nostra Costituzione in questa legge che l’ha inverata fin nei luoghi del lavoro. Persone che hanno avuto il senso del valore sociale del lavoro che si è appannato in questi anni nel discorso pubblico in questa nazione rendendo così tutti più soli. Tutti quanti più soli.
Allora io credo che in questo saluto siano due le riflessioni che voglio affidare a questi vostri lavori. Da un lato la necessità che questa crisi non sia pagata dal mondo del lavoro. I dati Ocse ci dicono che in questo paese le diseguaglianze sono aumentate in modo vertiginoso. Quindi c’è bisogno di pensare a un’uscita da questa crisi che non faccia pagare sempre gli stessi. Dall’altro, come quei valori che sono alla base dello Statuto dei lavoratori (e sottolineo dei lavoratori perché è importante che sia la persona lavoratore, il singolo e la singola portatori di diritti ovunque e penso che lo Statuto dei lavoratori del Settanta, assieme al nuovo diritto di famiglia – fatemelo dire, sarà anche che sono donna – siano state le leggi che più hanno cambiato e democratizzato questo paese e lo hanno reso moderno) possano parlare anche al nuovo mondo del lavoro, quello che ha meno garanzie, quello che ha meno diritti. E come evitiamo che questo nuovo mondo del lavoro sia usato contro quello più garantito. Io lo vedo nella mia esperienza di assessore alla cultura quando, in questi giorni, si parla di decreto sulle fondazioni lirico-sinfoniche o anche quando si parla di riforma dell’università che dobbiamo fare in modo che si riformi per allargare, per dare più garanzia a tutti, per rendere ognuno più sicuro dei propri diritti, appunto ogni singola persona lavoratore che veda in questo Statuto dei lavoratori una possibilità anche per sé.
Io credo che questa sia una sfida non banale perché ha nel cuore la Costituzione e lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Una sfida che noi, tutti insieme, enti locali e sindacati, dobbiamo saper vincere in questi anni.
Guglielmo Epifani
Oggi abbiamo la sorte di tenere assieme due ricorrenze: la prima, quella che abbiamo cominciato a ricordare questa mattina: gli undici anni dalla morte barbara di Massimo D’Antona; e insieme i 40 anni dello Statuto dei lavoratori.
In realtà le due cose sono molto più vicine di quello che non sembri, dell’occasionalità che tiene assieme una grande conquista democratica del paese, come fu lo Statuto, e un assassinio barbaro come è stato quello di Massimo D’Antona.
Perché? Perché Massimo D’Antona è stato un giurista, un giurista del lavoro che si è mosso sempre nell’ambito dei valori che lo Statuto dei diritti dei lavoratori consegnava. E, non a caso, ancora questa mattina, ma lo faremo anche adesso al Senato, non puoi ricordare Massimo D’Antona senza non ricordare quella frase che io credo valga per oggi, per il dibattito che è in corso in queste ore così come valeva quando Massimo la pronunciava.
Che cosa diceva D’Antona (ed è il cuore del problema dello Statuto)? Diceva D’Antona che c’è un nucleo di diritti fondamentali che debbono essere resi universali e che fanno capo alle persone che hanno o fanno del lavoro un punto di riferimento identitario e valoriale della loro vita.
Questo concetto, che appartiene a un lessico a noi familiare perché parla di diritti, parla di lavoratori, cioè di persone, e parla di universalità, cioè di uguaglianza, questo cuore dei problemi è esattamente il cuore dei problemi che oggi viene messo in discussione.
Lo Statuto dei diritti dei lavoratori ha la genesi che conosciamo, che sarà poi ricordata. Giorgio Benvenuto, tra l’altro, è stato uno dei protagonisti della grande stagione di fine degli anni Sessanta che poi portò all’approvazione e alla definizione dello Statuto dei diritti dei lavoratori. È vero che Di Vittorio e la Cgil, a partire dal ’52, al congresso di Napoli, lanciarono la proposta di uno Statuto dei diritti dei lavoratori. Per essere onesti, però, lo Statuto dei diritti dei lavoratori ha le sue radici nella nostra Costituzione. Non ci sarebbe stato lo Statuto senza la nostra Costituzione. E la nostra Costituzione, senza una carta esplicativa e interpretativa delle norme di valore a cui faceva riferimento, sarebbe stata una carta monca.
Quindi c’è un rapporto che lega Statuto e Costituzione, come è evidente.
D’altra parte lo stesso termine usato è un termine importante. Noi ne parliamo così, siamo abituati “lo Statuto, lo Statuto”, ma Statuto cosa vuol dire? Statuto vuol dire Costituzione. Lo Statuto albertino era la Costituzione albertina, cioè Statuto è l’equivalente di Costituzione, intendendo una carta fondamentale di norme, di valori, di obiettivi che, nella sua essenza, ha la forza di uno straordinario momento fondativo. Diritti vuol dire quello che sappiamo; lavoratori vuol dire persone.
Qui sta il nucleo del problema. Se uno dice “Statuto dei diritti dei lavoratori” o “Statuto dei diritti dei lavori”, dice due cose che assieme non stanno. E non stanno assieme perché si fa un’operazione che non è lessicale, non è semantica: è qualcosa di più profondo. E la differenza che intercorre tra una concezione in base alla quale ci sono dei diritti fondamentali (non tutto perché non tutto è un diritto) che non possono che essere correlati alla persona, in questo caso alla persona che lavora, oppure se ci sono dei diritti che attengono non alla persona che lavora ma alla condizione determinata, circoscritta e contestuale nella quale una tipologia di lavoro si esplica. Nell’un caso il diritto fa parte a ognuno di noi, nell’altro caso i diritti fanno parte alle tipologie e alle diverse forme di lavoro. Nel primo caso c’è un soggetto (una persona), nell’altro caso ci sono dei rapporti formali di lavoro. I due concetti assieme non ci stanno; o puoi farli stare assieme se, su una base di diritti fondamentali dei lavoratori, poi aggiungi o moduli dei diritti che appartengono poi alla sfera delle diverse forme concrete di lavoro. Ma se tu rimuovi la base dell’universalità del diritto, alla fine arrivi a due concezioni che, secondo me, sono profondamente sbagliate. La prima, che non c’è più un terreno di uguaglianza dei diritti uguali per tutti; in secondo luogo, che arrivi (tu lo voglia o no) a un’idea fortemente corporativa dei diritti. E, quando arrivi a un’idea fortemente corporativa dei diritti, non si parla onestamente più di diritti perché quello che divide un diritto da una tutela è esattamente il suo fondamento di uguaglianza tra le persone.
Questo è il cuore del problema. Poi ha tante altre questioni, sfaccettature, problematiche, ma il cuore del problema è questo. Questa è l’impostazione.
Per fare lo Statuto, dopo la Costituzione, passò un quarto di secolo. Oggi noi celebriamo i quarant’anni dello Statuto, cioè il tempo trascorso tra il Settanta e oggi è quasi il doppio di quello che trascorse tra quando lo Statuto fu approvato e quando riconquistammo la libertà e la Costituzione.
Lo Statuto è stato in questi quarant’anni un faro. Non fu possibile solo attraverso la Costituzione: fu possibile attraverso quel movimento unitario di lotta, di rivendicazione, di liberazione nel lavoro che fu la fine degli anni Sessanta, la riconquista di un potere contrattuale, prima ancora di quello che poi lo Statuto avrebbe codificato. Per questo lo Statuto è assieme qualcosa che viveva dentro le lotte e il protagonismo del movimento sindacale italiano.
Lo Statuto, per il tempo, era uno Statuto particolarmente avanzato. Oggi noi lo possiamo vedere, ce lo ha ricordato il professor Umberto Romagnoli al congresso che abbiamo tenuto a Rimini. Particolarmente avanzato almeno su due aspetti. Il primo: il diritto di libertà nei luoghi di lavoro di fare assemblea. I più anziani lo sanno, i più giovani no: non si potevano tenere assemblee nei luoghi di lavoro. Era proibito. Dovevi tenerle fuori i cancelli delle fabbriche. Non avevi diritto a poter stare dentro dove lavoravi. La libertà di fare una cosa assieme si fermava fuori dai cancelli della fabbrica, fuori dai cancelli degli uffici. Non potevi entrare.
Ci sono delle immagini che ricordano la storia della Fatme, la prima assemblea che si fece all’interno della Fatme, credo con Bruno Trentin accompagnato dentro, e che ricordano l’emozione di quei lavoratori del tempo che per la prima volta potevano discutere assieme, col sindacato, dei loro problemi, della loro condizione. Quello fu straordinario, perché non puoi immaginare quello che è stato il sindacato se non parti da questo diritto fondamentale. Il diritto al voto, il diritto a scegliere i rappresentanti viene un attimo dopo questa riconquista di una libertà che non avevi avuto. E non l’avevi avuta nell’Italia repubblicana, non l’avevi nell’Italia fascista, non l’avevi nell’Italia prefascista: era per la prima volta che, nella storia del lavoro italiano, i lavoratori potevano decidere, se lo volevano, di fare un’assemblea e di invitare chi ritenevano utile poter invitare. Uno straordinario diritto di libertà.
In secondo luogo mi piace ricordare un aspetto magari secondario dello Statuto ma che dà la sua straordinaria modernità: fu la prima occasione nella quale si tutelava il diritto alla riservatezza e alla privacy del lavoratore. Oggi, attorno ai temi della privacy, della riservatezza, del diritto delle persone si sono costruite tante cose. Addirittura un’authority, leggi. Leggi che ci vengono dai paesi anglosassoni, legislazioni nostre, cioè si è sviluppata un’attenzione a questi temi come forme del rispetto della libertà della persona. Allora non era così, non avevamo alle spalle questo movimento, questa cultura dei diritti così forte, ma lo Statuto ne parlò rendendo impossibili interventi sulla riservatezza del lavoratore come condizione della sua dignità e della sua libertà. Ancora una volta un diritto di libertà, come nel caso del diritto di assemblea.
Questo è stato lo Statuto. Nel tempo naturalmente poi lo Statuto è stato rafforzato, in molti casi abbiamo dovuto difenderlo da chi lo voleva invece ridimensionare ed è diventato una pietra miliare della condizione dei lavoratori del nostro paese.
Oggi l’unica cosa che non si potrebbe fare, vorrei dire “non si può fare” ma è troppo imperativo rispetto ai tempi che corriamo, diciamo non si dovrebbe fare è celebrare la straordinarietà, la bellezza, la forza, la capacità a sua modo rivoluzionaria dello Statuto e dire: “Sì, però oggi bisogna metterlo da parte”. C’è qualcosa che non torna. Noi oggi non ricordiamo un caro estinto. Questa è la differenza. Noi ricordiamo qualcosa che è stato importante e che per noi continua a essere importante e deve continuare a essere importante.
Naturalmente con le riforme, con gli adattamenti che la situazione di oggi ci propone. Non abbiamo più le fabbriche di un tempo, le concentrazioni di un tempo, il lavoro si è spezzettato, si è segmentato. Oggi abbiamo un fenomeno come quello della precarietà che al tempo era di carattere totalmente diverso, oggi abbiamo davvero rischi straordinari di fratture generazionali o di fratture tra settori, tra comparti, tra tipologie di aziende. Abbiamo tutto quello che viviamo. E quindi bisogna riformarlo, reinterpretarlo, trovare la modalità per estendere intelligentemente quello che bisogna estendere, pena il fatto di dividere il mondo del lavoro in due o più parti, e in qualche modo di corporativizzare quei diritti che non possono essere corporativizzati.
Questa è la sfida. Troverei sbagliato che invece si usasse la celebrazione di quella occasione per fare l’operazione esattamente al contrario. Per dire che, siccome lo Statuto è di quel periodo, siccome le condizioni di quel periodo sono totalmente cambiate, allora bisogna anche cambiare il fondamento dello Statuto. E perché? Perché, come ormai abbiamo ripetuto più volte ma in realtà poi ci stiamo accorgendo, quando si attacca lo Statuto non si attacca lo Statuto: in realtà si ha a cuore la nostra Costituzione nei suoi articoli fondamentali.
Prendiamo ad esempio la discussione sul collegato del lavoro in Parlamento. Se tu arrivi a fare dell’arbitrato quella cosa che il governo ha provato a fare, che poi il presidente della Repubblica giustamente ha rimandato indietro, con la maggioranza che però pervicacemente continua, tu non attacchi lo Statuto dei lavoratori: tu attacchi la Costituzione in un articolo che è fondamentale: quello in cui si riconosce al cittadino italiano di poter ricorrere liberamente, se vuole, al giudice per far valere le proprie ragioni. Se tu metti l’arbitrato quando il lavoratore non ha la forza di poter scegliere caso per caso ma lo fai o quando viene assunto o dopo trenta giorni del periodo di prova non cambia la sostanza, quel lavoratore non è libero di scegliere: sarà in molti casi un lavoratore costretto ad accettare l’arbitrato, e quindi a rinunciare per il resto della sua vita lavorativa in quel luogo di lavoro alla possibilità di ricorrere a un giudice.
Non è, come dice Sacconi, una libertà in più: è – mi dispiace per lui – una libertà in meno, una costrizione in più. È qualcosa che lo rende più debole e non qualcosa che lo rende più forte, perché qualcosa che lo rende più forte è se il lavoratore, di fronte a una vicenda che lo riguardasse, fosse libero di decidere di percorrere la strada dell’arbitrato o la strada del ricorso al giudice.
Noi non siamo contro l’arbitrato: noi siamo contro l’arbitrato praticamente obbligatorio, perché è un altro modo di rendere più debole il lavoratore.
Ho voluto citare solo questo per dire come, in una parte consistente dei provvedimenti legislativi del governo e della maggioranza, in realtà si finisce per colpire non gli articoli dello Statuto ma per arrivare al cuore dei contenuti e dei valori della nostra Costituzione.
Io credo che queste cose vadano dette con chiarezza perché siamo così, senza timidezze, convinti delle nostre buone ragioni. Che non sono le ragioni di un’organizzazione: sono le ragioni che parlano di uno straordinario tema, ossia quello della dignità e della condizione dei lavoratori al tempo di una globalizzazione senza regole e di fronte a un mondo che sembra impazzito, in cui governano le spinte speculative e non i processi regolatori e in cui può avvenire, come sta avvenendo in queste settimane, che ondate speculative richiedano l’aiuto dello Stato per salvare le banche e le assicurazioni, queste gonfiano i deficit degli stati, gli stati poi sono costretti a tagliare. Che cosa? A tagliare sanità, a tagliare istruzione, a tagliare previdenza, a tagliare servizi alle persone e ai cittadini e cioè a tagliare i diritti dei lavoratori. Siccome è un mondo un po’ strano, noi vorremmo essere quella parte del mondo che guarda questi fenomeni con assoluta onestà e trasparenza, senza radicalismi, rendendosi conto delle difficoltà e di tutto ma non abbassando la schiena o chiudendo gli occhi, perché c’è un contenuto morale di questa crisi che noi riteniamo non possa essere fatto pagare sempre e soltanto a coloro che sono più deboli e non portano alcuna responsabilità di questa crisi.
Questo è per la Cgil, oggi che festeggiamo i 40 anni dello Statuto, anche l’impegno con il quale continuare a far vivere e a far valere i suoi profondi valori.
Fine prima parte