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  1949. DAI GRANDI SCIOPERI AGRARI DELLA PIANURA PADANA AL PRIMO SCIOPERO GENERALE DEI BRACCIANTI
Pubblichiamo gli Atti del Convegno: "1949. Dai grandi scioperi agrari della pianura padana al primo sciopero generale dei braccianti".
(Prima parte).


08/02/2010


L'iniziativa promossa dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, dalla Fondazione Argentina Bonetti Altobelli, dalla Flai-Cgil nazionale e dalla Camera del Lavoro di Ferrara si è svolta il 18 giugno 2009 a Ferrara.

Carlo Ghezzi, Presidente della Fondazione Di Vittorio.

L’anno 1949 è stato contrassegnato in Italia da imponenti lotte bracciantili che hanno avuto il loro epicentro nella pianura padana e nel Mezzogiorno. Nel 2009, a sessant’anni da quegli avvenimenti, la Fondazione Giuseppe Di Vittorio, la Fondazione Argentina Bonetti Altobelli, la Flai-Cgil nazionale e la Camera del Lavoro di Ferrara hanno deciso di riproporli in un convegno che si è tenuto il 18 giugno al Castello Estense di Ferrara al quale hanno preso parte studiosi, dirigenti sindacali, protagonisti di quelle lotte e del quale il Sito della Fondazione Di Vittorio ospita alcuni interventi.

Un incontro finalizzato a comprendere meglio quanto avvenne così come ad approfondire il significato che quelle mobilitazioni hanno avuto per l’insieme del quadro politico e sociale del nostro paese e per il suo sviluppo economico. Un incontro utile per riflettere su quali insegnamenti si possono ricavare ancora oggi da battaglie sindacali difficili e coraggiose che hanno saputo tener aperta una prospettiva democratica in un paese che, pur con il mutare delle stagioni politiche, seguita a registrare un deficit storico di legittimazione del movimento operaio organizzato. In Europa il conflitto sociale, che pur ciclicamente riemerge in modo fisiologico, è stato incanalato in un sistema di regole che vengono rispettate dalle parti al di la del momentaneo rapporto di forza e si è in tal modo realizzato quel grande compromesso sociale che ha portato alla realizzazione di un avanzato sviluppo economico insieme con la costruzione del welfare state realizzando un sistema di diritti e di tutele condiviso e rispettato.

In Italia invece questo approdato non si è mai stato compiutamente definito ma si è sempre basato sui momentanei rapporti di forza salvo mettere tutto immediatamente in discussione appena il quadro generale tende a mutare. Le grandi conquiste sociali e le tutele solidali e universali (pensioni, sanità, assistenza, politiche attive del lavoro) sono state conseguite nel nostro paese solo alla fine degli anni 70 con quasi mezzo secolo di ritardo rispetto alla Scandinavia e con decenni di ritardo rispetto all'Inghilterra, alla Francia, alla Germania, agli altri paesi europei più avanzati. La Costituzione repubblicana, approvata nel 1948, è entrata in fabbrica solo dopo il grandioso ciclo di lotte dell’autunno caldo con la approvazione, avvenuta il 5 maggio 1970, dello Statuto dei Lavoratori. Il pieno del riconoscimento del lavoro, della sua dignità e dei suoi diritti, così come il ruolo e la autonoma funzione delle sue rappresentanze, continuano a non essere affermate e ancor oggi tale enorme problema è tutt'altro che risolto.

In Italia ogni qual volta la destra politica ha vinto le elezioni ha pensato che, sconfitta la sinistra nelle urne, fossero stati saldati definitivamente i conti con il lavoro e ha invece regolarmente ritrovato sulla propria strada i lavoratori, ha regolarmente ritrovato sulla sua strada la Cgil, il sindacalismo confederale, capaci di battersi per l’emancipazione del lavoro e per i suoi diritti e capaci al tempo stesso di tenere aperta una prospettiva di progresso per le forze del lavoro e per l’intero paese. E questo si è ripetuto non solo nel biennio 1948/49 che viene qui esaminato, non solo nel luglio del 1960 quando la Cgil decise di dichiarare da sola lo sciopero generale contro il tentativo reazionario portato avanti dal Governo Tambroni e con la straordinaria riuscita della lotta dei lavoratori venne chiusa la estenuante stagione di crisi del centrismo e furono aperte prospettive nuove al paese, ma questo è accaduto ancora in anni più recenti, nel 1994, nel 2001, nel 2008 quando a seguito della vittoria elettorale delle destre si sono riproposte sulla scena italiana scenari simili a quelli già visti in quei lontani anni quaranta. Sono trascorsi sessant'anni da quelle lotte, sono trascorsi quarant'anni dall'autunno caldo, ma i temi del lavoro continuano a non rimanere nella parte alta delle priorità nell'agenda di questo paese. La questione, purtroppo, rimane ancora più che mai di viva attualità.

Giuliano Guietti, segretario generale della Camera del Lavoro di Ferrara.

Come qualcuno di voi avrà letto ieri un'importante organo di stampa nazionale, il Giornale, ci ha sorprendentemente dedicato spazio sostenendo che questa nostra iniziativa è stata subdolamente convocata per sostenere la campagna elettorale dei candidati di centro-sinistra a sindaco e a presidente della amministrazione provinciale della nostra Provincia, visto che la prossima settimana andremo al voto. Ebbene sì! Ci hanno scoperto, hanno svelato il nostro trucco! L’avevamo pensato da tempo e avendo una fantasia abbastanza limitata non c'era venuto in mente niente di meglio che organizzare un convegno di studi storici sulle lotte bracciantili del 1949. Naturalmente ci auguriamo che questo sia di buon auspicio per i candidati che peraltro non abbiamo avuto l'accortezza di invitare qui oggi. Avessimo saputo che saremmo stati scoperti sarebbe stato addirittura meglio se l’avessimo fatto. A questo punto, dobbiamo decidere se, una volta svelato il trucco, possiamo rinunciare all'iniziativa perché a questo punto non serve più, oppure approfittare dell'occasione e concentrarci su quello che doveva essere l'argomento di copertura dell'iniziativa e quindi il 1949 e le importanti vicende storiche che lo hanno caratterizzato. A parte ogni scherzo l'argomento che oggi è al centro del nostro convegno è importante e merita di essere affrontato con la massima serietà. Per questo ringrazio voi che siete qui, ringrazio in particolar modo la Fondazione Di Vittorio che ha voluto scegliere Ferrara come sede di questa importante iniziativa di carattere nazionale, ringrazio la Fondazione Argentina Altobelli e la Flai-Cgil nazionale che insieme alla Camera del Lavoro di Ferrara hanno deciso di promuovere questa iniziativa. E ringrazio tutti gli ospiti che qui sono presenti e che hanno ritenuto di portare loro contributo a questa giornata di studio e di riflessione.

Manuela Paltrinieri, Assessora alla Sanità, Servizi Sociali e Pari Opportunità della Provincia di Ferrara.

Rivolgo molto volentieri un saluto a tutti, e ringrazio gli organizzatori per l’invito rivolto all’Amministrazione che rappresento e per aver voluto un convegno così importante. Ruberò poco tempo perché il programma della mattinata è intenso e si prospetta particolarmente interessante l'approfondimento che i relatori presenti ci offriranno dello sciopero di sessant’anni fa che giustamente avete deciso di ricordare. Voglio ringraziare anche la Fondazione di Vittorio per il suo lavoro e per l’impegno rivolto alla custodia e alla diffusione della storia del movimento sindacale in Italia.

Il convegno di oggi riporta l'attenzione ad un avvenimento di sessant'anni fa avvenuto nel nostro territorio, ma più in generale ci permette di riflettere sull’importanza che la lotta sindacale di quegli anni ebbe per la democrazia del nostro paese. Gli scioperi che ricordiamo oggi furono fondamentali e hanno consentito la conquista di diritti importanti. Oltre all’immenso valore che gli studi storici hanno in se, l’occasione di oggi ci impone, credo, anche una riflessione sul sindacato, sul valore della rappresentanza sindacale, di come questa sia cambiata profondamente rispetto ai tempi che analizziamo oggi e su come però non sia venuto meno il “bisogno” di rappresentanza sindacale. Di una rappresentanza diretta e vicina ai lavoratori perché un mondo e in un tempo così profondamente segnati da forti disuguaglianze, da forti tensioni anche sociali, il ruolo del sindacato per la conquista di una consapevolezza politica dei lavoratori – e, con loro, dell’intera società, rimane a mio parere assolutamente indispensabile. Vi ringrazio e auguro buon lavoro a tutti.

Nadia Presi, Presidente della Fondazione Argentina Bonetti Altobelli

E’ per me un onore portare il saluto, a nome della Fondazione Altobelli, a questo convegno. La Fondazione regionale, costituita di recente, ha come finalità principale la valorizzazione del patrimonio storico del sindacato dell’Emilia Romagna attraverso un programma condiviso dalle Camere del Lavoro e dalle categorie che sono titolari di questo ricchissimo patrimonio, a partire dai loro archivi storici.

Tanto più importante è quindi per noi l’occasione di oggi, di un momento di studio e approfondimento su un periodo per molti aspetti cruciale per la storia del lavoro nella nostra regione e nel nostro paese. L’anno indicato, il 1949, segna infatti uno snodo fondamentale: la prima azione coordinata di sciopero generale dei braccianti cui il titolo fa riferimento che si colloca dopo il 18 aprile e dopo la rottura dell’unità sindacale, in pieno dibattito sulla ricostruzione dell’Italia uscita dalla guerra. In questo dibattito ebbe parte centrale la questione della riforma agraria. Emerge in quegli anni e su questi temi il ruolo della Cgil di Di Vittorio, della costruzione di un progetto e di strumenti di rappresentanza che avevano come cuore i diritti del lavoro e il diritto al lavoro, un progetto che seppe parlare al nord e al sud del paese e seppe costruire mobilitazioni e lotte sempre più unificanti. La Cgil si impose come grande forza di difesa della democrazia e della Costituzione appena conquistata e messa in discussione anche attraverso la repressione che immagino verrà oggi ricordata. La mostra, che è qui a lato, rappresenta un doveroso tributo ad Argentina Altobelli, la prima donna dirigente sindacale e dirigente sindacale della Federterra in anni altrettanto cruciali per la storia del sindacato. Le questioni lasciate irrisolte e aggravate dai patti agrari dello stato fascista saranno le questioni che il dopoguerra dovrà affrontare: un lavoro interrotto drammaticamente, ma un lavoro che c’è, un patrimonio di idee, di organiz-zazione, di passione. E come non vedere un filo tenace che, in particolare in questa regione, lega il fatto che la prima dirigente fosse donna ai contenuti del filmato in programma oggi: il ruolo delle donne, il loro protagonismo, a partire dalla tante storie che qui in queste terre si sono intrecciate in quegli anni, prima fra tutte il sacrificio di Maria Margotti. Ci sono quindi mille buone ragioni per seguire con grande attenzione questa riflessione di oggi. Il nostro lavoro di sindacalisti ci costringe spesso fare i conti col quotidiano, col giorno dopo giorno. Guai se così non fosse, soprattutto in un momento in cui la drammatica crisi che stiamo attraversando ci pone ogni giorno domande sul fare, sul fare ora.

Guai se questo si trasforma in un navigare a vista, proprio perché le trasformazioni in atto sono epocali, proprio perché la crisi non è un temporale, occorre, per fare bene, capire il presente e progettare il futuro. E il futuro ha connessioni profonde con ciò che è accaduto. Lo studio e la consapevolezza delle nostre radici, in particolare qui, dove ci sono state e-sperienze così ricche, deve saper accompagnare il nostro fare quotidiano.

Adolfo Pepe, Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo.

Vorrei iniziare ricordando che quando iniziammo il ciclo delle iniziative storiche legate al centenario della nascita della Cgil, e più in generale della complessa struttura sindacale italiana - le Camere del lavoro e le Federazioni di mestiere-, partimmo proprio da Bologna ricordando il centenario della Federterra, ossia la più grande organizzazione di massa del periodo giolittiano, diretta in maniera esemplare e straordinaria - non solo per l'epoca - da una grande donna e organizzatrice, Argentina Bonetti Altobelli, che ha dato una delle maggiori impronte ideali al movimento sindacale italiano. Infatti, larga parte dei valori del mondo del lavoro sindacalmente organizzato affonda le sue radici nelle lotte e nella costruzione delle rappresentanze bracciantili e poi della sua organizzazione. Negli anni abbiamo approfondito la nostra riflessione, aggiornandola continuamente - anche alla luce delle suggestioni che sono emerse nei nostri diversi incontri nelle Camere del lavoro e soprattutto su iniziativa della FLAI - sul rapporto fra il movimento bracciantile, la sua organizzazione sindacale, l'evoluzione del sindacalismo confederale e, più in generale, della storia italiana. Questa premessa mi permette di introdurre il tema che vorrei affrontare in questa sede e che ruota attorno a una valutazione del ruolo che questa organizzazione gioca nella costruzione dell’Italia moderna. Già in occasione delle celebrazioni del centenario della Federbraccianti, abbiamo posto in rilievo che la sua nascita coincide con uno dei maggiori cicli conflittuali e rivendicativi dell'Italia liberale e che esso rappresenta un evento cruciale per il passaggio dall'Italia autoritaria, violenta e oligarchica della fine dell'800 all'Italia liberale giolittiana.

Ed è sulle strategie, sul ruolo della Federbraccianti –che in questa fase riveste un peso sociale ancora sconosciuto al resto delle strutture sindacali - che si gioca il compromesso liberale fra Giolitti, il mondo del lavoro e il partito socialista. Dunque, la valenza di quest’organizzazione è intrinsecamente legata alle trasformazioni dell'Italia politica, oltre che dell'Italia sociale ed economica: senza la Federbraccianti non ci sarebbe stato il liberalismo di Giolitti, il partito socialista non sarebbe andato in Parlamento a gestire la politica delle riforme e non ci sarebbe stata una grande emancipazione rivendicativa, organizzativa, sociale di una così larga parte della società italiana. La Federbraccianti, infatti, è un'organizzazione che si situa al centro della storia del nostro Paese e nel momento in cui ho iniziato a riflettere sull'iniziativa di oggi non ho potuto fare a meno di ripropormi la stessa domanda: dopo cinquant'anni la Federbraccianti - che rinasce a Ferrara in quegli anni – e la Cgil di Di Vittorio - che rinasce unitaria nel ’44, ma che si ritrova nel ‘49 nuovamente da sola dopo la scissione del ’48 - hanno ancora un ruolo centrale nella vita del paese? Sono ancora un punto fermo, non solo della lotta sociale e rivendicativa, ma degli equilibri politici? Sono ancora un punto di riferimento obbligato per la democrazia repubblicana? Questi interrogativi sorgono innanzitutto da una valutazione politica. Il giudizio storico ha ormai fissato il valore morale e ideale del lungo ciclo di lotte che attraversa le campagne italiane a partire dall’occupazione delle terre del ‘43 e si conclude con i grandi contratti nazionali dei salariati e dei braccianti nel 1950-‘51. Ma pur rimanendo centrale il valore incomprimibile di quelle lotte, quel ciclo sembra essere considerato dai più come l'epilogo della storia di una classe sociale che di lì a pochi anni finisce con l'estinguersi, col perdere centralità e valore.

Implicitamente ciò si traduce nell’assegnazione di un significato regressivo a quel ciclo di lotte e, nella cosiddetta storia contro-fattuale, sembrerebbe affermarsi l’ipotesi che se quel ciclo non ci fosse stato, la modernizzazione italiana, la trasformazione capitalistica delle campagne, l'avvio dell'industrializzazione sull'esportazione e sui parametri della Banca d'Italia di La Malfa, il liberismo implicito nelle scelte del governo centrista forse avrebbero avuto più maturità, meno resistenze, meno sacche o comunque – come avrebbe detto il governatore della Banca d’Italia, Carli, negli anni ’60 - “meno lacci e laccioli”. Secondo questa interpretazione, la storia italiana sarebbe stata tutto sommato forse priva di una componente valoriale, ma sul piano strutturale forse sarebbe andato meglio per il nostro Paese se la fine del mondo agricolo fosse stata accompagnata da un consenso, da un'accettazione e da un'autoesclusione dei braccianti e dei lavoratori della terra. Questo è il paradigma culturale della destra e, purtroppo, anche di una parte della sinistra. Come storico, prima ancora che come militante di una grande organizzazione di classe dei lavoratori, non accetto questa lettura e contesto drasticamente l'idea che quelle lotte siano state inutili e abbiano posto un freno allo sviluppo. Rifiuto, infatti, uno schema così semplificato che nasce dal revisionismo storiografico di sinistra, ossia da quella interpretazione ultrà classista che, avendo attribuito alle vicende degli anni ‘40 una sorta di premessa a una rivoluzione, finisce col leggere tutto ciò che storicamente c'è stato sul piano rivendicativo, politico e organizzativo insignificante o privo di valore. La mia riflessione si basa e trova fondamento nell’attenta lettura dell'andamento della vertenza e del drammatico conflitto del maggio-giugno 1949 della Val Padana. La dinamica degli avvenimenti vede, innanzitutto, un grande conflitto contrattuale sul salario, sugli assegni familiari, sul caro pane e l'estensione dei diritti previdenziali. Esso si svolge mentre nel Paese, maturata la crisi politica del ‘47, le sinistre - incerte dopo la sconfitta del 18 aprile del 1948 - sono fuori dal governo De Gasperi. In questo frangente si situano le pressioni organizzate che provengono dal mondo del lavoro i cui protagonisti non sono solo i lavoratori della terra, ma gli stessi operai impegnati nella battaglia per la rivalutazione salariale con la Confindustria di Angelo Costa e negli scambi difficilissimi con l'imprenditoria “moderna”. Ma questo complesso intreccio di lotte e rivendicazioni ha delle ricadute politiche che trovano nella vicenda del conflitto salariale e contrattuale della Valle padana un caso esemplare, ancor più degli scioperi a rovescio della Fiom e delle grandi lotte contrattuali delle grandi categorie industriali poiché impongono una cocente sconfitta al ceto conservatore. Dopo la caduta del fascismo, in Italia vi sono più di 10 anni di “vacanza” contrattuale. I ceti proprietari sono convinti di uscire dalla disfatta del fascismo ripristinando pacificamente le condizioni sociali e di potere che esistevano a partire dal 1919-‘20. Loro, d'altro canto, erano stati maestri in questo tipo di operazioni, infatti, erano usciti dal compromesso giolittiano inventandosi il fascismo che sconfigge frontalmente l'organizzazione di classe dei lavoratori. E, dopo il 1943 –‘45 tentano di nuovo quest’operazione di sutura proponendo un nuovo trasformismo finalizzato al mantenimento del loro ruolo nella società e nell'economia italiana. La guerra, così come nel 1919, crea sì uno sconvolgimento, ma non necessariamente esso tende a colpire le classi privilegiate. Infatti, se gestito opportunamente, così come nel 1919-‘21, si può rivelare una grande occasione per il mantenimento delle posizioni predominanti del ceto proprietario nella struttura sociale ed economica, oltre che nel condizionamento delle istituzioni politiche. Il modello fascista della crisi del 1919-‘21 rimane impresso nella cultura dei ceti conservatori italiani. Nel 1943-’45, e poi negli anni successivi, riaffiora quasi geneticamente questa convinzione. In fondo, gli industriali erano scappati e si erano salvati insieme ai loro diritti proprietari. Si ritiene che i Consigli di gestione possano essere “riaddomesticati”, mentre il governo – anche se non amico – non è certamente loro ostile. Allo stesso tempo, anche se le sinistre chiedono Stalin, è evidente che non hanno né la forza, né la volontà di farlo; la stessa Cgil di Di Vittorio -l'unica grande organizzazione di confronto - è moderata.

Tra il 1945 e il 1946 il sindacato di Di Vittorio è l'organizzazione che più sostiene il governo e la ricostruzione economica del Paese; essa rappresenta una forza di stabilità e di credibilità, anche sul piano internazionale. Lo scenario, quindi, appare talmente orientato ad un'operazione di semplice sutura che tutto lo schieramento conservatore - come dimostrano i documenti dell’epoca – rimane colpito dalla forzatura di De Gasperi del 1947, preceduta non a caso dagli eventi siciliani e dal dramma di Portella della Ginestra. Portella della Ginestra è chiaramente il segnale: la rottura del tripartito del ‘47 è un azzardo, non era sicuro che reggesse, si poteva temere uno scollamento; invece il governo regge e il contraccolpo sulle sinistre è molto forte. Infatti, l’illusione che fatta la Repubblica e costruita la Costituzione in fondo il più era fatto, aveva in qualche misura oscurato il problema, che poi diventerà prioritario, del doversi legittimare come forza di opposizione. All’interno di questa dinamica gli imprenditori in fondo non devono pagare nessun prezzo; essi tornano nei diritti proprietari, gli aiuti americani favoriscono le grandi imprese, la pressione in fabbrica diventa molto forte. Dal 1949 iniziano le smobilitazioni e i licenziamenti; si hanno 2 milioni di disoccupati e patti salariali che sono lontanissimi da quelli del 1938, mentre l’organizzazione sindacale che era molto forte nella prima fase, a partire dal 1948 è divisa. Persino una larga parte del mondo del lavoro democratico sta dalla parte di questo disegno di stabilizzazione conservatrice. Il ciclo conflittuale si inserisce all’interno di questo quadro e vede mobilitarsi soprattutto le campagne, ma non solo. Esso attraversa come un filo rosso tutta la storia dell'Italia repubblicana, ma non con un fine rivoluzionario - e forse neppure riformatore in senso strutturale-; esso si pone come una sorta di ostacolo, impossibile da superare, alla realizzazione di un disegno compiutamente conservatore. Il significato profondo di questo ciclo di lotte sostanzialmente è finalizzato ad evitare il ripetersi di quanto avvenuto nel 1919-’21. Ed è lo stesso Luciano Romagnoli, grande leader dei braccianti, che, nell’esaminare l’andamento del conflitto contrattuale della Valle Padana, sottolinea la necessità di evitare di cadere nuovamente nella trappola della crisi del 1919-21 “non per senso di responsabilità degli altri, ma per il senso di responsabilità dei lavoratori”. Il senso di responsabilità dei lavoratori non è nient'altro che la forza dei lavoratori, la lotta dei lavoratori, la loro capacità rivendicativa. Tutto ciò rende il disegno conservatore, cioè di sutura conservatrice della storia italiana di quel periodo, inefficace. Tuttavia in questa ricostruzione vi sono alcuni passaggi che ritengo centrali. Nel nuovo contesto democratico appare, ad esempio, difficile ripristinare quelle condizioni in cui la violenza politica diventa un fattore di disgregazione del mondo del lavoro organizzato, come invece era successo tra il 1919 e il ‘21. Anche se dal ‘43 in poi la violenza, anche di Stato, soprattutto nei confronti dei lavoratori della terra è sistematico, in questo mutato contesto storico essa non ha l'effetto disgregatore che aveva avuto precedentemente. Anzi, durante questi anni - in forma unitaria o non unitaria - il mondo del lavoro organizzato è forte e in crescita, nonostante la disoccupazione, le diversità territoriali e le sperequazioni. La struttura sindacale non arretra di fronte alla violenza. Leggendo i documenti colpisce molto la moderazione con cui viene data notizia degli eccidi, a partire da quello della Margotti, e soprattutto la moderazione con cui vengono annunciati da Di Vittorio. Egli non utilizza toni eccessivi e non si scorgono nel suo discorso dei significati pre-rivoluzionari o minacce di vendette, ma semplicemente ricorda che il mondo del lavoro non arretrerà anche se si sceglie di perseguire questa strada. Un monito, questo, che Scelba, allora ministro degli Interni, sarà costretto a tenere presente per tutti gli anni ’50. Tutta la fase degli eccidi contro i lavoratori sarà segnata dalla fermezza con la quale Di Vittorio ricorderà che la Cgil non uscirà fuori dagli argini della Costituzione democratica e non accetterà mai una situazione nella quale la violenza si trasforma in disgregazione. Queste lotte introducono procedure diverse e aprono inevitabilmente la questione della sindacalizzazione del conflitto sociale all’interno di una cornice in cui la Costituzione, a partire dal 1948, garantisce degli argini invalicabili alla trasformazione del conflitto sociale in scontro violento. Durante la vertenza non c'è un solo momento in cui le controparti padronali sembrano capire che cosa vuol dire il conflitto sociale dentro una democrazia. Mentre il proprietario seguendo la logica dell’anteguerra, convinto che in ultima istanza ha il potere coercitivo, rifiuta sempre ogni mediazione, Di Vittorio chiede la mediazione del Parlamento. Quando Gronchi, Presidente del Parlamento, gli pone la condizione: “ci vogliono un paio di condizioni, mi dovete dare piena delega naturalmente”, Di Vittorio fa immediatamente una dichiarazione in cui sostiene che la Cgil ha piena fiducia nel valore della rappresentanza parlamentare, anzi vi si riconosce in toto e affida le sue giuste ragioni alla mediazione del Presidente della Camera convinto che non potrà nella sua funzione di rappresentante del popolo eletto democraticamente non tener conto della giustezza delle posizioni della Cgil.

Gli agrari e il padronato rifiuteranno sdegnosamente la mediazione del Parlamento inducendo Gronchi e una parte del governo a stigmatizzare il simbolo dell'Italia democratica degli anni ‘40. Si assiste a una situazione in cui il mondo del lavoro è dentro le regole della democrazia, mentre le controparti padronali, soprattutto i ceti conservatori agrari, ne sono fuori sia per vocazione, che per incomprensione storica. Non capiscono che le regole della lotta sociale comprendono la mediazione contrattata, il contrasto, il sedersi intorno al tavolo pacificamente; quindi, di dover considerare il lavoro una forza e una risorsa, non semplicemente una massa bruta. La democrazia funziona non attraverso il meccanismo oligarchico in virtù del quale il latifondista controlla il potere a livello locale e lo trasferisce, come facevano i grandi agrari pugliesi e padani dell'età Giolittiana, nelle linee politiche del governo. La mediazione ora risulta complessa, anche con un governo amico, poiché vi è comunque una componente della classe politica che ha un disegno e un ruolo che non coincidono tout court con il nuovo ordine proprietario. Occorre, quindi, articolare la dialettica politica e sociale, ma ciò è estraneo alla cultura e ai comportamenti dei ceti conservatori. Ciò ovviamente infrange il mito della loro contiguità ed essi debbono cambiare modalità, cultura, mentalità, ma non ci riescono: questo è il dramma del passaggio alla fine del mondo agricolo. Il mondo agricolo finisce perché le lotte bracciantili impongono un salto storico ai ceti proprietari che essi non sono in grado di fare e non vogliono fare. La mancata assimilazione, dunque, da parte di questa classe dirigente conservatrice, politica e padronale, rende conto della mancata formazione sull’argomento di un storiografia conservatrice latifondista o proprietaria. Tuttavia, non vorrei sottacere un altro aspetto: la vertenza è esemplare perché è il punto culminante dell'illusione del nuovo governo di penetrare nel mondo del lavoro perseguendo l’eterna illusione dei governi di avere un mondo del lavoro stabilmente amico. E lo stesso De Gasperi e le componenti più aperte alla socialità tra il ‘47 e il ‘49 hanno questa “generosa” illusione. Ciò si traduce in un incredibile interventismo pubblico. Gli anni tra il ‘47 e il ‘49 segnano forse il punto più alto di un disegno politico secondo cui il mondo del lavoro non necessariamente deve essere un mondo di sinistra, rappresentato dalla sinistra o dalla Cgil social-comunista, ma esso è, o può divenire, un terreno contendibile. Lo Stato – più ancora del partito, anche quello popolare di ispirazione democratico-cristiana - ha tutti gli strumenti per intervenire direttamente sul mondo del lavoro: dal collocamento - che viene sottratto per legge ai sindacati e trasferito allo Stato -, alle provvidenze sociali e previdenziali. In fondo, su tutta questa materia la lezione dello Stato corporativo fascista era ancora in piedi. Perché non riprenderla? Perché non reinserire il ruolo dello Stato nel quadro democratico, facendone l'attore principale che, in qualche modo, cerca e trova il consenso diretto del mondo del lavoro? Ma questa è, appunto, una “generosa” illusione, perché nonostante l'interventismo sociale, alla prova delle nuove regole del conflitto sociale, tutto ciò non viene riconosciuto. Non glielo riconoscono i padroni e non glielo riconosce nemmeno Di Vittorio. Naturalmente non glielo riconosce la sinistra, ma ciò ha meno significato perché essa era esclusa dai giochi. Tuttavia, la cosa più interessante da notare è che gli istituti della mediazione e il ruolo di sintesi dello Stato vengono negati frontalmente dal ceto proprietario con una logica referendaria di autoesclusione, mentre sono in qualche modo assimilati e riproposti con sapienza politica da Di Vittorio. Egli, infatti, non contrappone a questo disegno lo scontro violento, ma al contrario esercita una pressione programmatica e un’iniziativa rivendicativa di mobilitazione che ha come suo principio fondamentale quello di incalzare il governo sul suo stesso terreno di penetrazione del mondo del lavoro. Una sfida aperta, chiara in cui la contrapposizione non è muro contro muro, al contrario: è programma contro programma, è iniziativa su iniziativa, è il Piano del lavoro. Questa strategia nasce nella sua elaborazione e poi nella sua definizione, non a caso, nel Congresso di Genova dell'autunno del 1949 e matura nella temperie del grande scontro contrattuale della Valle Padana.

E la risposta di Di Vittorio è quella contenuta nella dichiarazione che farà all'Unità il 16 settembre, quindi quando è finito il grande conflitto e – come egli stesso dirà- “ci sono stati ottimi risultati storici sul contratto e sul salario; [...] ma ci sono ancora conquiste da fare”. Infatti, era ancora in atto la complessa vertenza con la Confindustria di Angelo Costa - che non era affatto su posizioni diverse da quelle dei ceti proprietari, ma che tuttavia aveva la percezione che qualcosa col mondo del lavoro organizzato bisogna mettere in campo – quando Di Vittorio propone alle forze politiche e alle classi dirigenti, nell'ambito di uno schema del compromesso o del patto costituzionale, una via d'uscita e cioè quella di un progetto di accordo contrattato in cui la moderazione politico economica della Cgil diventa il presupposto per una modifica della politica economica e sociale del governo: una sfida. La grande sfida di Di Vittorio, che solca tutti gli anni ‘50, è l’aver posto una vera alternativa a quel tipo di modernizzazione e che si pone come la via ottimale con cui l'Italia può superare la lunga fase della società agricola ed entrare nella modernizzazione fordista. Le indicazioni che Di Vittorio dà a nome della Cgil nei termini di uno sviluppo diverso in cui il fattore lavoro è una componente essenziale che non rimette lo sviluppo economico e la modernizzazione del Paese al ciclo meccanico della politica liberista, appare ancor oggi dotato di sensatezza, buon senso e di grande maturità politica. Egli, infatti, si propone di fare tutto ciò dentro lo schema democratico del compromesso costituzionale, senza forzature e richiamando gli altri a stare dentro le regole della democrazia costituzionale.

Esso si presenta come una sorta di peculiare e originale, per così dire, quadratura del cerchio che risponde a una situazione di impossibilità per il governo di avere una politica di reale consenso con il mondo del lavoro - e le repressioni di Scelba ne sono una testimonianza – e di rivestire un ruolo di sintesi tra gli interessi. In realtà a partire dagli anni ‘50 il contrasto tra interventismo pubblico e sviluppo del Mezzogiorno, il rapporto conflittuale e difficile tra partito e Stato - che è uno dei nodi irrisolti dei governi centristi -, le contraddizioni economiche e politiche sul piano internazionale, l’apertura di un fossato lacerante tra Costituzione formale e Costituzione materiale, dilatata dall’approfondirsi della divaricazione tra il principio di legalità e quello di legittimità, indicano che Di Vittorio aveva individuato correttamente i limiti strutturali della soluzione degasperiana e centrista che si andava delineando. In questo scenario la sinistra politica stava pagando un prezzo pesante alle modifiche del quadro che dal 1947 – ‘48 si era messo in moto. Nei fatti la sinistra era costretta a capovolgere la logica politica della sua presenza nel paese. Era sospinta a legittimare sè stessa e la sua esistenza come forza di opposizione. Il governo, dal canto suo, non doveva giustificare la sua politica. Il capovolgimento era avvenuto nel momento in cui le sinistre, impossibilitate nel Parlamento a svolgere un ruolo attivo, venivano respinte nella contraddizione tra l'apparire una forza eversiva e nel trasformarsi in una forza “testimoniale” inessenziale. Di Vittorio non ci sta e la Cgil non ci sta: programma iniziative, lotte, incalza il governo, verifica nel merito continuamente le sue scelte economiche e sociali, dalla riforma agraria alla riforma del Mezzogiorno, dalla Cassa all'intervento pubblico nell’industria di Stato, dagli eccidi dei lavoratori all'empasse decisionale sul piano politico parlamentare che condurrà poi all’epilogo di questa prima fase di impianto del sistema democratico nell’Italia repubblicana secondo la formula centrista-degasperiana. Di Vittorio non ne vedrà l'epilogo che maturerà alla fine degli anni 50, quando da queste contraddizioni si uscirà sostanzialmente con un primo complesso, confuso rinnovamento politico, quello del centro-sinistra, che parte non a caso dal luglio 1960 e dall’iniziativa politica centrale che in quell'avvenimento ha avuto la Cgil. Anche in quest’occasione la Cgil lavora in sintonia istituzionale con il Presidente del Senato. Anche allora, dall'empasse che precede una pericolosissima deriva verso la guerra civile, la Cgil è in grado di indicare un via d’uscita (l’arco costituzionale antifascista) perché condivide la logica di funzionamento e la piena legittimità delle strutture della rappresentanza parlamentare democratica e si appella a un interlocutore che non può essere né il governo, né le controparti sociali ed economiche – che in realtà stanno su posizioni defilate o peggio ancora favorevoli allo scontro frontale-. Questo evento contrattuale segna, dunque, sicuramente un passaggio importante e la conclusione di un ciclo conflittuale esemplare, ma rappresenta, da un punto di vista storico e politico, la fine della società agricola e dell'egemonia culturale, politica e sociale dei ceti agrari latifondisti, cioè della parte più consistente della cultura conservatrice di questo Paese. E, in questo senso, fonda sul lavoro l'Italia repubblicana in una maniera che è di discontinuità con le concezioni di queste parti sociali e politiche.

Fine della Prima parte.